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The Dead Daisies - Make Some Noise
03/08/2016
( 3373 letture )
I The Dead Daisies, nati nel 2012, sono sì un supergruppo, creatosi dall'incontro di di David Lowy (Doc Neeson) e Jon Stevens (INXS), ma con diverse eccezioni del caso al proprio interno; forse, per la voglia di presentare un prodotto più duraturo rispetto a ciò che storicamente rappresentano i supergruppi, solitamente progetti paralleli che in molte occasioni si esauriscono dopo una sola esperienza, mentre in altri casi si limitano solo a delle esibizioni live. La band ha invece già vissuto un iter non indifferente, con cambi di formazione importanti. Dalla propria nascita il gruppo ha guadagnato sempre più consensi, percorrendo una parabola ascendente che l'ha portata a farsi conoscere sempre di più, grazie a delle grandi capacità e degli show potenti e dinamici.
Nel 2013 i nostri pubblicano il proprio omonimo album ed un EP di quattro tracce l'anno successivo -intitolato Face I Love- che spazza via ogni dubbio anche per quanto riguarda la produzione in studio, fino ad arrivare ad un grande abbandono del nucleo originale, ovvero quello di Stevens , il quale lascia vacante il posto dietro al microfono. Di lì a poco la band si imbarcherà in una grande impresa, divenendo il primo gruppo a suonare a Cuba dopo la ripresa dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti e la conseguente fine dell'embargo. Vengono contattati diversi cantanti per accompagnare il gruppo nell'imminente show e successivamente registrare il secondo lavoro in studio. Marco Mendoza (Whitesnake, Thin Lizzy, Ted Nugent) si rivolge quindi a John Corabi (The Scream, Motley Crue, Union, Ratt, ESP) su cui poi ricadrà la scelta finale.
Durante le esibizioni tenutesi a Cuba il gruppo presenta già una forte intesa e le doti vocali di Crabby sembrano sposarsi ed amalgamarsi ancora meglio all'hard rock di matrice classica della band; questa voce graffiante, calda e potente si rivela quindi come un enorme acquisto. Con questi presupposti viene finito di scrivere e successivamente registrato -a tempo record- il nuovo disco, intitolato Revoluciòn che fa ben comprendere quale influenza abbia avuto lo scambio musicale cubano sul vero e proprio songwriting. Senza nulla togliere alla precedente pubblicazione il nuovo lavoro presenta una marcia nettamente superiore, con delle composizioni pregne di mordente e potenti, amalgamate alla giusta dose di ballad, tirando fuori, nel 2015, uno dei migliori lavori hard rock pubblicati da molto tempo a questa parte.

I The Dead Daisies si imbarcheranno quindi in diversi tour di supporto, con qualche esibizione solista per poi tornare in studio -sempre a velocità lampo, come ci racconta John Corabi nell'intervista rilasciata proprio a Metallized ed incidere il successore dello spettacolare Révolucion. Make Some Noise; con questo titolo si presenta il lavoro appena pubblicato dal supergruppo, e, come si può intuire già dal nome, non potrebbe essere più rock'n'roll di così. L'album nasce dopo l'ennesimo cambio di formazione, stavolta dovuto a cause di "forza maggiore": Richard Fortus e Dizzy Reed sono infatti stati costretti ad abbandonare la band per dedicarsi completamente alla reunion dei Guns N' Roses. Per sostituire degnamente Fortus alla chitarra è stato contattato nientemeno che Doug Aldrich, uno dei chitarristi più richiesti nella scena hard 'n' heavy dagli anni novanta in poi, militando in band del calibro di Lion, House Of Lords, Dio e Whitesnake. Per quanto riguarda le tastiere, invece, è stata fatta una scelta differente: la band ha voluto optare per una formazione ancor più classica, a livello puramente hard rock, scegliendo di non sostituire Dizzy e di optare per un sound ancor più potente, lasciando quindi più spazio alle chitarre.

Ed è proprio questa la prima cosa cosa che salta all'orecchio durante l'ascolto, ovvero la differenza di approccio avuta con questo lavoro che fa da spartiacque con il precedente. Qualsiasi tipo di calma e pacatezza viene allontanato; quello che i The Dead Daisies vogliono proporci questa volta è ciò che di più potente e granitico riescono a tirar fuori dal sempre micidiale combo formato da voce, doppia chitarra, basso e batteria. Niente di più, niente di meno, e non potremmo esserne più felici. Per avallare quanto detto basta ascoltare l'opener dell'album, Long Way To Go, e la sua magnifica apertura con un riff in palm muting, sul quale si innestano perfettamente basso e batteria per poi lasciare spazio al primo veloce solo del disco. A chiudere il cerchio arriva la splendida voce di Crabby che non sembra invecchiare di un singolo giorno. Dal 1991, anno di pubblicazione di Let It Scream saranno passati anche venticinque anni ma quest'uomo non sembra sentire nulla. Oltretutto in Make Some Noise possiamo sentire molta dell'attitudine e dello spirito che nei primissimi anni novanta accompagnava uno dei progetti hard rock migliori che si potessero trovare -e che vi consigliamo di recuperare categoricamente se non lo avete mai fatto. Ogni brano è un escalation di potenza, come possiamo sentire nel solo centrale di Aldrich proprio in Long Way To Go. Con la successiva We All Fall Down l'approccio cambia leggermente ma l'attitudine rimane sempre la stessa, come anche l'obbiettivo principale: aggredire letteralmente l'ascoltatore. A differenza delle altre tracce, We All Fall Down presenta un piglio decisamente più moderno, con dei riff accattivanti che hanno il merito di sposarsi con un bridge che tende a fare immediatamente breccia. Ci si sposta quindi su lidi più moderni e a tratti leggermente alternative, ricordando un altro progetto del buon Corabi -creato insieme all'amico Bruce Kulick-, ovvero gli Union, nel periodo del loro debutto con il più cupo self titled. Il brano presenta inoltre una linea di basso che mette in mostra -come se ce ne fosse bisogno- le grandi doti di Marco Mendoza, cuore pulsante sia del brano che del combo. Song and Prayer si assesta sull'ottimo livello del brano precedente, continuando sul filone più moderno in cui la band sembra sentirsi decisamente a proprio agio, riuscendo a creare un ponte tra riff classici e moderni, bridge ben cogeniati e chorus. Le successive Mainline e Make Some Noise cambiano ancora le carte in tavola. La prima propone un approccio molto più spedito, con uno gusto quasi punk, grazie anche ad un Tichy micidiale dietro alle pelli. Il brano è una vera e propria sfuriata, basata su riff veloci ed altrettanti soli, che farebbero scatenare chiunque. Con un brano del genere, in sede live si può davvero far breccia anche nello spettatore più statico. Ed allo stesso modo anche la titletrack troverà la sua vera dimensione nei concerti, essendo un rock anthem fatto e finito. Per capire meglio di cosa si sta parlando pensate di prendere un classico inno hard 'n' heavy direttamente dagli anni ottanta, alla Cherry Pie o Pour Some Sugar On Me, traslitterarlo nel 2016 con tutte le accortezze del caso, con la bravura e l'attitudine dei The Dead Daisies ed ecco che avrete il quadro completo. Riff e stacchi si susseguono con un Corabi sugli scudi che la fa da padrone, incitando l'ascoltare a fare sempre più rumore. Arriviamo quindi ad uno dei due classici del rock coverizzati dalla band, ovvero Fortunate Son, dei Creedence Clearwater Revival. Come spiegato da John nell'intervista era inevitabile realizzare una cover di questo brano. Si tratta di un pezzo eseguito molto spesso dal vivo, che è sempre riuscito a catturare il pubblico, unendo anche il grande messaggio che si porta dietro. Fortunate Son è un brano che va apertamente contro la guerra e la noncuranza che si ha verso di essa, uscito in uno dei momenti più delicati per l'argomento, ovvero durante la disastrosa guerra del Vietnam. La cover dei The Dead Daisies è una delle più interessanti tra la valanga di quelle proposte negli anni. Punta tutto sulla chitarra e la grinta scaturita da questa, tirando fuori un blues elettrico e spedito che sfocia in un magnifico solo dove troviamo Lowy ed Aldrich duettare all'ennesima potenza. Con l'intro di Last Time I Saw The Sun veniamo catapultati violentemente nel 1991 sia dal riff che dall'entrata di Corabi nel brano che sembra un palese e voluto omaggio agli Scream ed alla loro I Believe In Me. La composizione risulta essere infatti molto influenzata dallo zampino di Corabi e non avrebbe davvero sfigurato in un ipotetico secondo album degli Scream con la formazione originale. Last Time I Saw The Sun risulta essere uno dei brani più coinvolgenti dell'intero platter, vero rock'n'roll fino al midollo. Ci spostiamo leggermente in avanti e troviamo una tripletta scoppiettante a chiudere un lavoro semplicemente ottimo, formata da Freedom, All The Same e la seconda cover, Join Together, degli Who. I brani potrebbero essere riassunti semplicemente così: nel primo caso si tratta dell'ennesima miccia che parte a tutta velocità, sbaragliando tutto e tutti senza fare prigionieri o lasciare superstiti; con All The Same le cose cambiano e le ritmiche vengono rallentate, per un brano che segue tutti gli stilemi del rock più puro, dalla costruzione musicale a quella testuale; Join Together invece è una proposta del buon Crabby che, da amante del brano originale della formazione inglese ha deciso di proporlo agli altri membri del gruppo. Inizialmente non tutti risultavano essere sicuri della riuscita ma suonando ogni dubbio è stato spazzato via. Ancora una volta i The Dead Daisies prestano i propri strumenti ad un grande omaggio verso una delle band che ha maggiormente segnato il rock, cambiandolo profondamente. Il dazio viene quindi pagato ma sempre a modo proprio, con un interpretazione fedele ma allo stesso tempo personale ed entusiasmante, portando un inno degli Who su dei lidi diversi ma ugualmente spettacolari.

Make Some Noise è tutto ciò che l'hard rock stava aspettando e, soprattutto, di cui aveva bisogno. Questa band riesce a sfornare un ennesimo grande lavoro figlio degli anni settanta (con le sue delle band seminali) e degli anni ottanta (e dei suoi pezzi da stadio) ma che allo stesso tempo volge l'orecchio a qualcosa di alternativo e non disdegna assolutamente la modernità. Ribadiamo dunque come si tratti del prodotto giusto nel momento in cui se ne sentiva più bisogno. Riuscire ad unire tutto in una maniera tale da non risultare stucchevoli, pedanti e ripetitivi non è cosa da poco, ma spazzare via ogni dubbio a suon di riff è una classe che non tutti riescono ad avere. I Dead Daisies non si riconfermano solamente come grande band sia per i propri musicisti che per le proprie grintose performance live, ma si ergono sopra qualsiasi altro collega/concorrente, stabilendo una supremazia di livello altissimo, che difficilmente verrà scalfita.

David Lowy dice a proposito della band:

I Dead Daisies sono puro divertimento per me. Questa band rappresenta prima di tutto la nostra passione per questo tipo di musica e la celebrazione del rock'n'roll classico. Perché una cosa è chiara: se noi ci divertiamo in studio e sul palco allora quella scintilla sarà destinata ad infiammare il nostro pubblico

Sintesi migliore per rappresentare un gruppo come questo non esiste. Si tratta di ottimi musicisti e di una produzione estremamente ispirata. Per qualcuno come John, artista dalle innate capacità, sia a livello strumentale -suona perfettamente sia chitarra che basso- che vocale e compositivo, che ha passato la propria vita a produrre musica di livello in una nicchia più ristretta, si tratta di una rivincita. Da ricordare l'impronta molto più seria ed introspettiva che riuscì a dare ai Motley Crue, a cui servì su un piatto d'argento una delle migliori produzioni della propria carriera -migliore in assoluto a livello strumentale, mentre per il resto si va sul gusto personale. Insomma i The Dead Daisies sono una vittoria per tutto e per tutti, sotto ogni punto di vista. Sono sopratutto una vittoria per noi ascoltatori ed uno schiaffo morale a tutti coloro che sostengono ancora che: "Il rock è morto".
Provate a dirlo a questi cinque ragazzoni... non ci assumiamo la responsabilità per eventuali conseguenze.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
91.75 su 4 voti [ VOTA]
duke
Domenica 29 Aprile 2018, 19.38.32
3
a verona sono stati bravissimi.....gruppo di gran classe...
Metal Shock
Lunedì 8 Agosto 2016, 16.36.14
2
Secondo rapido commento feriale. Un grande disco! La recensione dice praticamente tutto, io aggiungo solo che questo "supergruppo" ha realizzato un lavoro che gruppi piu` rodati non riescono a fare: un hard rock di classe, con un Corabi grandissimo, una band che suona alla grande. Anthem da stadio, canzoni piu` fast, altre piu` rock. Da 90 per me!!
terzo menati
Mercoledì 3 Agosto 2016, 23.23.08
1
Bella recensione per un gruppo tosto onesto sanguigno e piacevolmente vintage. Li ho visti live lo scorso anno all'arena di Verona come supporter dei Kiss e hanno spaccato. Adesso sembrano aver ingranato alla grande con l'ingresso di Aldrich, l'album purtroppo non l'ho ancora sentito e non so se avrò tempo di farlo a breve ma meritano veramente tanto. Loro come i winery dogs sono la dimostrazione che ogni tanto i supergruppi funzionano veramente
INFORMAZIONI
2016
Spitfire Music/SPV
Hard Rock
Tracklist
1. Long Way To Go
2. We All Fall Down
3. Song And A Prayer
4. Mainline
5. Make Some Noise
6. Fortunate Son
7. Last Time I Saw The Sun
8. Mine All Mine
9. How Does It Feel
10. Freedom
11. All The Same
12. Join Together
Line Up
John Corabi (Voce)
Dough Aldrich (Chitarra)
David Lowy (Chitarra)
Marco Mendoza (Basso)
Brian Tichy (Batteria)
 
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