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Svlfvr - Shamanic Lvnar Cvlt
10/08/2016
( 1802 letture )
”Un indizio è un indizio.
Due indizi sono una coincidenza.
Tre indizi diventano una prova.”


Così Agatha Christie faceva dire a Poirot cristallizzando per sempre, nell’immaginario collettivo, il senso del ripetersi di eventi che contribuiscono a delineare certezze finanche di carattere giuridico, dunque pressoché granitiche. Ora, premesso che (fortunatamente) il diritto non si è piegato alle suggestioni letterarie e non prevede simili automatismi a sfondo matematico, ci si può però almeno mettere sulle tracce del celebre investigatore di Assassinio sull’Orient Express applicandone i metodi ad ambiti più prosaici. Alla luce di questa teoria, dunque, il doom tricolore aveva visto finora, nell’anno in corso, il semplice accumularsi di coincidenze che, peraltro, pur non consentendo ancora di conferirgli lo status di “annus mirabilis”, hanno fatto alzare non di poco la soglia di attenzione sull’italico raccolto 2016. Le recenti prove di (EchO) e Plateau Sigma, infatti, hanno fornito un contributo di respiro internazionale all’intero movimento, regalando due perle di purezza cristallina come Head First into Shadows e Rituals e certificando definitivamente la capacità di far vibrare anche al di qua delle Alpi quelle corde più oscure dell’anima di solito così mirabilmente sollecitate dalle band del Grande Nord.

Ma ecco che, senza bisogno di avviare spasmodiche ricerche e con davanti ancora un quarto d’anno abbondante per ulteriori conferme, il terzo indizio piomba fragorosamente sulla scena a configurare quella “smoking pistol” che un altro grande romanziere come Conan Doyle faceva comparire come prova assoluta nelle inchieste del suo Sherlock Holmes. Intanto mi si consenta di sgombrare il campo da possibili fraintendimenti e dubbi sull’oggettività della valutazione: la coincidenza tra il moniker della band (declinato opportunamente secondo i sacri crismi grafici del latino classico, oltretutto) e il cognome del recensore non ha pesato per nulla in sede di giudizio. Battute antroponomastiche a parte, infatti, con questo Shamanic Lvnar Cvlt i Svlfvr si rivelano pressoché all’improvviso sulla ribalta della scena nazionale, dimostrando di aver speso con gran costrutto il lasso di tempo trascorso dal debut Seeding the Astral Mark. Non che mancassero le idee, nel predecessore di quattro anni fa (un brano come Lord of Vice, pur nella sua discontinuità, preannunciava già sviluppi interessanti), tutt’altro, ma bastano pochi minuti di confronto tra i due album per rendersi conto di come la personalità del quartetto (stabilizzatosi nel frattempo con l’ingresso in pianta stabile nella line up del duo Poseidon/Vrolok Lavey rispettivamente alle pelli e al basso) sia cresciuta di pari passo con la riduzione del tasso di derivatività, all’epoca un po’ troppo sopra il livello di guardia.
Il risultato è che oggi le coordinate stilistiche dei Svlfvr sono molto più solide, nonostante abbiano scelto di aggirarsi in territori di difficile declinazione e non troppo battuti come quelli del doom a forti tratti black. Doom, innanzitutto, interpretato secondo le inflessioni “classiche” di diretta filiazione sabbathiana e con pochi refoli di scuola scandinava (restando per un possibile parallelo nei patri confini, diremmo allora molto più Doomraiser che (EchO)), su cui si innesta con una naturalezza sorprendente la lezione black, fortemente sbilanciata sul versante delle oscurità abissali di marca Triptykon piuttosto che sui riflessi relativamente multicolori cesellati da Agalloch o Gris. A completare il quadro concorrono incastonature death e, per così dire, un’ultima mano dallo spiccato retrogusto occult che, in più di un passaggio, porta non troppo lontano dalle caratteristiche ritualità di casa Abysmal Grief, per quanto le tastiere qui non arrivino mai a rivendicare la centralità che occupano nella discografia del combo genovese. Potenza ed energia da un lato, angoscia claustrofobica e fumi in malsano sprigionamento dall’altro, a sorprendere è soprattutto il sapiente dosaggio delle componenti, che si compongono in unità illuminando la scena di riflessi sinistri, ricordando però che praticamente quasi in ogni traccia i fiorentini hanno in serbo qualche sorpresa in grado di scompaginare attese pure certosinamente costruite.

Anche le prove individuali concorrono all’ottima riuscita dell’insieme, a cominciare dal lavoro strepitoso di Asmodeus alla sei corde, impeccabile nell’edificazione delle strutture così come nelle libere uscite in forma di assoli che pescano a piene mani da registri di generi diversi. Detto di una batteria forse un po’ sbilanciata sulla funzione tipicamente “ancillare” della tradizione black più che sulla monoliticità doom (ma non per questo meno efficace nel regalare coralità al platter) e di un basso che sa ritagliarsi spazi di gloria (si verifichi alla voce incursioni, nella titletrack), non mancano le note di merito anche per il singer Dionysos, per la maggior parte del minutaggio in costante equilibrio tra uno scream lancinante e un growl che, depurato da ogni velleità “catacombale”, viene brandito per così dire sabbiosamente, ad aggiungersi all’impasto fangoso che fluisce dalle profondità. Ma non si immagini una sostanziale uniformità della resa vocale, dal momento che, in modo particolare nelle sezioni più rallentate o a più elevata screziatura melodica, non vengono trascurati inserti in clean che sconfinano anche in un “sussurrato” capace di creare interessanti riverberi narrativi.

Quattro tracce che non scendono mai sotto gli otto minuti più una gigantesca suite conclusiva che abbatte il muro dei venti minuti, Shamanic Lvnar Cvlt è già nelle sue premesse architettoniche un album di tutt’altro che facile fruizione e pretende una dedizione all’ascolto che può forse scoraggiare i meno avvezzi ad addentrarsi nei lidi più oscuri del mondo metal, ma, superate le diffidenze iniziali, garantisce un’esperienza che ripaga ampiamente dell’attenzione prestata. Se infatti l’opener Total Absence of Light scorre via in traiettoria relativamente lineare ricalcando orme già indelebilmente impresse da passaggi altrui (una troppo marcata contiguità con le formule del maestro Tom G. Warrior la rende a parere di chi scrive il pezzo meno accattivante del lotto), bastano poche note della successiva Wish to Drown in an Abyss of Water per prendere improvvisamente quota, realizzando perfettamente la fusione tra una base agallochiana, un’altezza ad ampie volute doom e una spruzzata addirittura avantgarde. Si sale ancora, qualitativamente, con la titletrack, che si avvia spigolosissima a proiettare effetti stroboscopici quasi a voler impedire qualsiasi concentrazione di atomi che tentino di cristallizzarsi in una trama ma che, creata una sorta di tempesta perfetta, provvede a sedarla con un magnifico assolo di Asmodeus addirittura in modalità hard rock, trascinando quegli atomi a mo’ di lemmings in cima a un dirupo e spegnendo improvvisamente la luce. Ritmi più compassati e potenti che intercettano velleità liturgicamente occult solcano Count Down to Death, dove i Svlfvr dimostrano di saperci fare anche con gli spunti melodici, prima che un altro riff perfettamente assestato riporti gli astanti in una cattedrale di devozioni oscure e velate di mistero. Ed eccola, infine, la monumentale suite Dying Star’s Empathy: inutile cercare di imprigionarla in una descrizione dettagliata, impresa vana tentare di raccontare i momenti e le stanze in cui si articola, meglio puntare al massimo su un paio di indicazioni. La prima è la dimensione “visiva” che raggiunge il brano (un’esperienza generalmente tipica del post metal più psichedelico, piuttosto che delle tradizioni black e doom), l’altra accende ancora i riflettori sull’ascia di Asmodeus che, nel mezzo del tripudio di colori in composizione e scomposizione, piomba sul palco con l’intenzione apparente di spegnere la tensione ma partendo all’improvviso con un ricamo in perfetto stile Gary Moore che fa scendere il sipario nel modo meno atteso. Semplicemente da applausi.

Magnete che intercetta e ritrasmette, trasfigurandole, le linee di forza che emanano dai generi attraversati, amalgama impeccabile di muscoli, dissonanze abrasive, squarci di inquietudine e brevi pause in lisergica sospensione, Shamanic Lvnar Cvlt è un album dai tratti solennemente proteiformi, capace di collocarsi nella ristretta fascia a ridosso dell'eccellenza. Se queste sono le premesse, la carriera dei Svlfvr promette di contemplare un futuro pirotecnico. Del resto, nomen omen...



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
30.95 su 63 voti [ VOTA]
Nome
Venerdì 2 Giugno 2017, 19.42.43
1
Ridicoli, soporiferi e inutili.
INFORMAZIONI
2016
Bakerteam Records
Doom
Tracklist
1. Total Absence of Light
2. Wish to Drown in an Abyss of Water
3. Shamanic Lvnar Cvlt
4. Count Down to Death
5. Dying Star's Empathy
Line Up
Dionysos (Voce)
Asmodeus (Chitarra)
Vrolok Lavey (Basso, Synth)
Poseidon (Batteria)
 
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