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Ebony Tears - Tortura Insomniae
20/08/2016
( 689 letture )
Sfoglio pigramente le pagine ingiallite e tremendamente fragili del mio vecchio dizionario.

rispolverare v. tr. [comp. di ri- e spolverare] (io rispólvero, ecc.). – 1. Spolverare di nuovo. 2. fig. Riesumare, riprendere cose passate e lontane, già note, superate: r. vecchie idee o una vecchia teoria; ha rispolverato un metodo già utilizzato una decina d’anni fa, facendolo passare per una sua scoperta.

Mi è sempre sembrata paradossale la tendenza, ormai comune, a spolpare una parola del proprio significato solamente alla luce di un giudizio soggettivo. La noosfera, la somma delle esperienze umane, infatti, non può e non deve limitarsi a quello che è il giudizio del singolo. Necessariamente, l’uomo deve riprendere se stesso e ogni pensiero che lo abbia mai investito di una qualche vitalità, sia esso di buono o cattivo gusto. Il passato è l’intrinseco paradosso insito nella natura umana. Se tuttavia la placida isola d’ignoranza nella quale vorremo vivere, la benedizione del Lete cui tanto agogniamo, è la somma del processo d’amnesia e di perdita della propria esistenza, persona e identità, la limitazione del passato a ciò che è soggettivamente importante al netto dell’oggettività, è a mio avviso il pericolo maggiore in cui possiamo incorrere.

Tortura Insomniae degli svedesi Ebony Tears, è bene chiarirlo subito, non è un disco notevole, né occupa una qualche posizione di rilievo all’interno della discografia del sottoscritto. Ogni sua traccia è un manieristico calco che cela l’intima ispirazione del musicista. È mancante di quel convinto e bruciante desiderio d’emulazione: i suoi riff sono deboli e fragili, un’eco lontana di un periodo di fulgido splendore, ormai tramontato oltre le brulle colline. Alla notizia della morte di Carlo XII, avvenuta durante l’assedio della fortezza di Frederiksten nel dicembre del 1718, l’esercito svedese che, sotto il comando di Carl Gustaf Armfeldt, era stato decimato dalla strenua resistenza degli abitanti di Trondheim, decise di ripiegare in Svezia e di abbandonare quella guerra che aveva insanguinato l’intero nord Europa, dalla punta estrema della più remota provincia della Norvegia fino alle smisurate praterie dell’Ucraina. L’esercito era mal equipaggiato e, tormentato dal freddo, fu costretto, per accendere dei piccoli fuochi, a bruciare piccole betulle, erica, il calcio stesso dei loro fucili e le slitte. Una violenta tempesta, dunque, si scatenò da nord-ovest. La ritirata divenne caotica e l’esercito svedese, il più potente d’Europa, era sparso e smembrato tra le ostili e fredde montagne di casa. Quasi quattromila soldati perirono a causa del freddo e una buona parte delle poche migliaia che riuscirono a tornare a casa, rimasero azzoppati per il resto della loro vita; una così grande moltitudine di lupi, ghiottoni e volpi si riversarono lungo quei sentieri per nutrirsi delle carcasse abbandonate dei soldati, che per anni quelle piste furono battute dai cacciatori per l’abbondanza di animali da pelliccia. Con la Karolinernas dödsmarsch, tramonta lo Stormaktstid, l’epoca delle grande potenza svedese. Similmente, lungo le pieghe di questo Tortura Insomniae, si ha la percezione di assistere, dall’alto di una stanza e con lo sguardo aperto da una finestra, sull’intero processo di decadenza, decomposizione e di sanguinosa rovina dell’espressione più immaginifica e romantica dell’intera esperienza del metal estremo.

Eppure, osservando le date e confrontandole tra di loro, si potrebbe obbiettare e, addirittura, denunziare la stupidità di un tale giudizio. Slaughter of the Soul e The Gallery, sono stati pubblicati solo due anni prima e The Jester Race è uscito solo all’inizio dell’anno precedente. Nella primavera di quello stesso 1997 gli In Flames sono nello Studio Fredman, intenti a registrare Whoracle e d’estate i Dark Tranquillity daranno alle stampe The Mind’s I. Dalle ceneri degli At the Gates, Adrian Erlandsson e i gemelli Jonas e Anders Björler fonderanno i The Haunted, che esordiranno con l’omonimo album l’anno successivo, nel 1998. Nel frattempo, raccolgono l’eredità e i frutti del pulsare creativo della città del Västergötland, altri gruppi svedesi come gli Hypocrisy, i Soilwork e gli Arch Enemy, e altri di nuovi ne sorgono, di chiara ispirazione svedese, come i finlandesi Insomnium e Noumena , e, appunto, gli svedesi Ebony Tears.

Provenienti dal cuore pulsante dello Svealand, quella Stoccolma che si bagna e si specchia con biondi capelli e ridenti occhi nelle acque del lago Mälaren, il gruppo esordisce nel 1997 proprio con questo Tortura Insomniae. La traccia d’apertura, Moonlight, si apre dopo una breve intro acustica che, subito, ci presenta una delle poche caratteristiche originali dell’intero lavoro: il violino di Lennart Glenberg. Il pezzo ricalca, nella struttura, il modus operandi degli In Flames: alla struttura acustica e all’arpeggiare della chitarra di Jonsson, si mischia la velocità e alla potenza e si sfocia in un chorus melodico. Moonlight, tuttavia, rimane una rozza eco, un calco e niente più, un farraginoso muoversi e susseguirsi di riff che a fatica sembrano riuscire a incastrarsi tra di loro. La traccia seguente, Freak Jesus, è capace di risollevare un po’ gli animi, mischiando all’impostazione mutuata da Strömblad e Gelotte, la lezione di fredda e distaccata violenza degli At the Gates. L’aggiunta di archi nel chorus riesce a conferire un po’ di atmosfera al pezzo che, tuttavia, sicuramente non beneficia della prova di Alex Lycke, musicista ospite fortunatamente relegato a un ruolo di secondo piano.

Il punto più alto dell’intero lavoro, tuttavia, è da considerarsi, a mio avviso, la terza traccia, Nectars of Eden. Il pezzo merita uno sguardo più attento. Il tema di apertura è affidato al violino di Lennart Glenberg che, in un primo momento, si arrampica su accordi di quinta giusta leggermente arpeggiati, e, infine, sfocia e s’inerpica sulle ritmiche di Thun e Zolgharnian. Il tema altro non è che la ripresa della melodia principale di Moonshield degli In Flames, entrambe nella stessa tonalità, F minore. L’unica differenza, infatti, risiede piuttosto nella scansione metrica: in Nectars of Eden il tema si sviluppa in 12/8, mentre nella traccia d’apertura di The Jester Race, troviamo il 6/8, più o meno a solita velocità. Sviluppato il tema, il pezzo sfocia nella seconda melodia, in 4/4, più furiosa e si rifugia tra gli accordi e tra le pieghe dell’armonia sulle quali Wranning imbastisce il suo growl acido. Abbandonando la pura accademia musicale, troviamo come le similitudini con Moonshield non si esauriscano solo nella monolitica architettura della composizione, ma anche -se non soprattutto- da un punto di vista prettamente lirico.

MOONSHIELD

Tired of dull ages, I walk the same ground,
Collecting the tragedies still.
Hollow ambitions in a hollow mind,
Carrying my cross to the hill.

And how I lust for the dance and the fire
Deep of a nectarine sunset to drink.
Spill me the wind and its fire,
To steal off the colours – I’m the moonshield.

Shattered hope became my guide,
And grief and pain, my friends:
A brother pact in blood-ink pen
Declared my silent end.

Naked and dying under words of silent stone,
Reaching for the moonshield that once upon us shone.


Stanco di queste età sbiadite, cammino sui medesimi sentieri,
ancora rammentando tragedie.
Vuote ambizioni pervadono una vuota mente,
mentre porto la mia croce alla collina.

E come desidero la danza e il profondo fuoco
d’un tramonto dal sapore di pesca noce da bere.
Instilla in me il vento e il suo fuoco,
sì ch’io possa rubare i colori – io sono lo scudo lunare.

La speranza infranta divenne la mia guida,
la sofferenza e il dolore, i miei amici:
un patto fraterno firmato con una penna dall’inchiostro di sangue
dichiarò la mia fine.

Nudo e morente sotto parole di tacite pietre,
stendo la mano per lo scudo lunare che un tempo brillava sopra di noi.



NECTARS OF EDEN

I feel the heat from the flames, I’m dying the essence of pain.
This bitter life has come to an end:
My mind is tired, my heart is bleeding – I can feel the taste from the nectars of Eden;
Never again shall I face the pain of living in a world of shame!

When my yellow dies under velvet thoughts, I feel no pain within:
I’ve kissed the crystals of Eden.

Out of the fire, I leave this bitter pain.
My only desire – get away from this world of shame.
Come, take me higher, save me from the flames!
The essence of power – a jester’s sweet charade.

I feel the pain decline – I’m leaving the world behind.

Never again, no more pain…
I feel the taste from the nectars of Eden…

I am leaving this world of utopia.
No more sadness, ‘cause I’m on my way.
In a state unacquainted to nausea,
In the Garden of Eden, I stay.


Sento il calore delle fiamme, sto morendo nell’essenza del dolore.
Quest’amara vita è giunta alla fine:
la mia mente è stanca, il mio cuore sanguina – riesco a sentire il sapore del nettare dell’Eden;
Mai più sarò costretto ad affrontare il dolore di vivere in un mondo governato dalla vergogna!

Quando i miei occhi gialli morranno sotto pensieri di velluto, non sentirò alcun dolore:
ho baciato i cristalli dell’Eden.

Fuori dal fuoco, abbandono questo amaro dolore.
Il mio unico desiderio: andarmene da questo mondo governato dalla vergogna.
Avanti, portami ancora più in alto, salvami dalle fiamme!
L’essenza del potere non è altro che la dolce sciarada d’un buffone.

Sento il dolore declinare – mi sto lasciando il mondo alle spalle.

Mai più, nessun altro dolore…
Sento il sapore del nettare dell’Eden…

Mi sto lasciando alle spalle questo utopico mondo.
Non c’è più tristezza, perché sto percorrendo la mia strada.
In uno stato che non ha familiarità con la nausea,
nel Giardino dell’Eden, io rimango.


Si ripropone, più o meno con gli stessi termini, il tema della depressione e della disperazione dell’uomo di fronte a un mondo che non riconosce più. Il testo scritto da Niklas Sudin e da Anders Fridén guarda al passato come un antico faro di saggezza che, in queste dull ages, non riesce a colorare nuovamente il con quella sgargiante brillantezza cui era solito. Le ombre inghiottono ogni cosa: s’impossessano del tramonto e tramutano in nero quei colori ambrati e rossastri, acquietano il fuoco del vento e spengono lo splendore della luna. All’uomo, dunque, non rimane che rimanere, spoglio e morente come un albero che raccoglie sui propri rami l’effimero peso dei fiori dell’inverno, in attesa della morte. Nectars of Eden, invece, è meno nostalgica. La perfezione non ha mai fatto parte di questo mondo, essa è da ricercarsi altrove, in luoghi che le nostre menti e le nostre mani non possono raggiungere con queste spoglie mortali e i vincoli carnali che ci legano al suolo. L’uomo è stanco di questo mondo ottenebrato dalla vergogna e il suicidio è l’unico modo per uscirvi, così come lo scudo lunare, anch’essa metafora per l’atto estremo del sacrificio intellettuale, è l’unica soluzione per ritornare a quel dolce passato. Apprezzabile il lavoro di Carina Olsson che, forse, avrebbe meritato maggiore spazio, così come avviene in Opacity.
With Tears in my Eyes si apre, ancora una volta, sulle note del violino tesse una variazione accelerata al tema della celebre canzone svedese Hårgasägnen, conosciuta oggi con il titolo di Hårgalåten, che gli In Flames riproposero in versione strumentale nel loro album d’esordio, Lunar Strain. Il pezzo non ha molto da dire, nemmeno dal punto di vista lirico, dove assistiamo a una completa ripresa dei temi già analizzati per la traccia precedente. Di tutt’altro spessore, invece, la già citata Opacity, unico pezzo dove forse gli Ebony Tears riescono a staccarsi maggiormente dalle loro influenze e a cercare una struttura più personale. Il pezzo, in gran parte grazie alla prova della Olsson e al gusto di Thun, è un continuo e amorfo mutamento, mai statico, che alterna momenti d’introspezione ad altri di maggior violenza, con un chorus coinvolgente, ben sostenuto dal violino di Glenberg. Il trittico successivo, Spoonbender, Evergrey e, soprattutto, la lunga Skunk Hour (dove, però, è bene e giusto segnalare una prova di tutt’altra caratura da parte di Alex Lycke), sembrano più un insieme d’idee mal composto e digerito, che dei veri pezzi che possano distinguersi dalla massa.

Tortura Insomniae è, in definitiva, un disco insufficiente. Tuttavia, il suo manierismo estremizzato è stato d’apripista all’inesorabile e censurabile banalizzazione del cosiddetto Göteborg Sound, che ritroveremo, in anni meno distanti e più sospetti, esemplificato soprattutto all’interno della scena finlandese. Tortura Insomniae e, da un punto di vista più generale, gli Ebony Tears, sono stati, dunque, i pionieri della decadenza musicale e lirica di un genere che, all’interno di dettami che per necessità devono piegarsi all’intelletto e al sentimento, ha bruciato molto velocemente la propria primavera.



VOTO RECENSORE
45
VOTO LETTORI
77.14 su 7 voti [ VOTA]
Simone
Giovedì 25 Agosto 2016, 22.16.57
8
Non sono affatto d'accordo, il disco in questione è sicuramente molto più originale di molte uscite a lui contemporanee ( tutti i dischi melodeath non pubblicati da IF, ATG E DT meriterebbero votacci allora) e paga solo una produzione molto casereccia Per me è un 85
Tevildo75
Lunedì 22 Agosto 2016, 20.11.20
7
Non sono per niente d'accordo, questo album per diversi anni ha girato nello stereo molto di più di band come In Flames e Dark Tranquillity, peccato che questo sia stato il loro unico apice e siano semi scomparsi. Per me voto 9
passage01
Lunedì 22 Agosto 2016, 0.59.52
6
Uno dei dischi culto del melodic death svedese, e una delle migliori prove dell'arte di Necrolord.
passage01
Lunedì 22 Agosto 2016, 0.59.52
5
Uno dei dischi culto del melodic death svedese, e una delle migliori prove dell'arte di Necrolord.
AL
Domenica 21 Agosto 2016, 14.26.43
4
A me non dispiace. Per me 70. Lo ascolto ogni tanto ed è piacevole.
d.r.i.
Sabato 20 Agosto 2016, 19.28.14
3
Per me un 75 pieno, in disaccordo con la recensione
gianmarco
Sabato 20 Agosto 2016, 19.11.02
2
un 70 se lo merita ,
Bruno
Sabato 20 Agosto 2016, 15.48.24
1
Non sono per niente d'accordo, allora lo comprai dopo aver letto una recensione su Metal Shock e il difetto principale resta la produzione. Non sarà un capolavoro ne un album originale, ma è sicuramente più che valido.
INFORMAZIONI
1997
Black Sun Records
Melodic Death
Tracklist
1. Moonlight
2. Freak Jesus
3. Nectars of Eden
4. With Tears in my Eyes
5. Involuntary Existence
6. Opacity
7. Spoonbender
8. Evergrey
9. Skunk Hour
Line Up
Johnny Wranning (Voce)
Conny Jonsson (Chitarra)
Thomas Thun (Basso)
Iman Zolgharnian (Batteria)

Musicisti Ospiti
Alex Lycke (Voce)
Carina Olsson (Voce)
Lennart Glenberg (Violino)
 
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