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Ade - Carthago Delenda Est
14/09/2016
( 1828 letture )
Craft, treachery, and fraud – Salassian force,
Hung on the fainting rear! then Plunder seiz’d
The victor and the captive, – Saguntum’s spoil,
Alike, became their prey; still the chief advanc’d,
Look’d on the sun with hope; – low, broad, and wan;
While the fierce archer of the downward year
Stains Italy’s blanch’d barrier with storms.
In vain each pass, ensaguin’d deep with dead,
Or rocky fragments, wide destruction roll’d.
Still on Campania’s fertile plains – he thought,
But the loud breeze sob’d, "Capua’s joys beware!"

L’astuzia, il tradimento e la frode – la forza dei Salassi,
s’attaccò alla debole retroguardia! Allora il desiderio di bottino afferrò
il vincitore e l’asservato – le spoglie di Sagunto,
e parimenti, divenne preda; il comandante avanzò,
volse lo sguardo al sole con speranza: basso, forte e cereo,
mentre il feroce arciere del tempo di decadenza
macchia le sbiancante barriere dell’Italia con la tempesta.
In vano ogni passo, insanguinato colla morte,
o frammento di roccia cullò la completa distruzione.
Immobile nelle fertili pianure della Campania, pensò alla vittoria;
ma l’alta voce del vento sospirò: "Sta’ attento alle gioie di Capua!"

(Joseph Mallard William Turner, The Fallacies of Hope)

1. Carthago delenda est: contesto storico.

Il controllo romano dei grandi centri mercantili e marittimi della Magna Grecia, conclusosi con la conquista di Taranto (272 a.C.), era destinato ad ampliare la spinta espansionistica romana verso una realtà sino ad allora estranea: il mare. La svolta precipitò in occasione dell’aiuto fornito dagli stessi Romani ai Mamertini, mercenari che si erano impadroniti della città di Messina, in Sicilia, sottraendola ai consistenti interessi Cartaginesi nell’isola. Si trattava di una scelta politica molto grave, giacché inevitabilmente li poneva in diretto contrasto con l’antica alleata, dando luogo al primo conflitto militare tra Cartagine e Roma. Iniziava una nuova e drammatica stagione per la politica romana, destinata a concludersi solo alla fine del secolo, nel 202 a.C., con la definitiva vittoria sull’avversaria e sul più grande nemico che Roma abbia mai avuto: Annibale.
Nel 265 iniziò la Prima guerra punica che si protrarrà sino al 241 a.C; nel 238-237 s’ebbe l’occupazione da parte dei Romani della Sardegna e della Corsica, sottratte ai Cartaginesi; nel 238 si realizzò la conquista della Liguria e della Gallia Cisalpina; nel 231 l’alleanza dei Romani con Sagunto contro l’espansione cartaginese in Spagna; nel 218-202 si svolse infine la Seconda guerra punica.
Il terrore ispirato dalle invasioni galliche era stato un coefficiente reale nella politica romana, variamente placato con pratiche religiose, prima di diventare motivo storiografico. Al metus gallicus si era venuto affiancando e poi sostituendo il metus punicus, fattore di altrettanta, se non ancora maggiore, realtà e gravità. L’invasione dell’Italia, il lungo seguito di disfatte, la permanenza di Annibale in armi nel sud della penisola, il quasi crollo del sistema delle alleanze con gli stati italici per il venir meno della fedeltà a Roma e della fiducia in essa sono tutti argomenti incontrovertibili che legittimano una inerente verità alle teorie, antiche e moderne, che l’ossessione della difesa poté, almeno in un primo momento, aver avuto un ruolo notevole nelle decisioni politiche romane dopo la guerra annibalica. La prospettiva di doversi difendere da una nuova possibile invasione dell’Italia, dal mare, sia stata qualcosa più che non un mero pretesto messo innanzi per convincere i comizi centuriati riluttanti nel 200 a.C. a votare la nuova guerra contro Filippo V di Macedonia: sarebbe stato meglio combattere in Macedonia che non di nuovo in Italia, anche per l’insicurezza che continuava a destare l’atteggiamento degli alleati italici. Ancora nel 193 a.C. si poteva legittimamente pensare all’eventualità di un’invasione dell’Italia da parte del re Antioco di Sira. La funzione militare svolta dalle otto colonie cittadine, che furono dedotte nel 194 a.C. sulle coste dell’Italia meridionale, non era soltanto di sorveglianza verso il mare, ma anche di difesa contro possibili ribellioni nell’interno.
Il pretesto che giustificò la dichiarazione di guerra di Roma a Cartagine nel 149 a.C. fu la rottura dei patti del 201 a.C. dovuta all’iniziativa punica contro il re di Numidia Massinissa. Il pretesto era importante tanto per ottenere la decisione comiziale a Roma, quanto, e più, di fronte alla pubblica opinione greca. La tensione fra Massinissa e Cartagine era andata continuamente crescendo per le continue pretese del re su porzioni del territorio cartaginese non ben definito nei patti di pace dopo la seconda guerra punica. Il Senato romano chiamato ad arbitrare le controversie si era sempre pronunciato a favore del re. Nella stessa Cartagine esistevano tendenze politiche contrapposte: gruppi favorevoli all’accordo con Roma; altri non sfavorevoli a Massinissa; altri nazionalisti. Naturalmente era nell’interesse di Roma mantenere la tensione fra i due stati e favorire, ma fino a un certo punto, Massinissa, sul cui appoggio si poteva contare anche nella continua guerra di Spagna. La progressiva eliminazione, o riduzione all’impotenza, degli stati ellenistici del bacino orientale del Mediterraneo, doveva accentuare, soprattutto dopo il 167 a.C., la singolarità della sopravvivenza in Occidente di uno stato economicamente prospero ed efficiente, che per di più era stato l’unico a contrastare con qualche possibilità di successo l’egemonia a Roma. Cartagine non poteva più rappresentare un pericolo per Roma nel senso della competizione politica, ma era altrettanto chiara l’inerente pericolosità di quello stato, per la possibilità di coagulare elementi di disturbo generalmente diffusi, anche perché non si poteva essere del tutto sicuri del regno di Massinissa, ormai vecchissimo, e della sua saldezza di fronte ai problemi della successione. Una stessa forma di indipendenza, tanto più se ricca e forte, rappresentava un elemento di fastidio da eliminare.
La tendenza romana all’eliminazione dell’antica avversaria fu impersonata da Catone, soprattutto quando, recatosi verso il 153 o 152 a Cartagine con un’ambasceria per uno dei tanti arbitrati fra Massinissa e la città punica, si era visto respingere da quest’ultima la mediazione: Cartagine si richiamava semplicemente ai termini del trattato. La tendenza catoniana non era condivisa da tutti e un’opposizione piuttosto forte venne mossa da P. Cornelio Scipione Nasica.
Successivamente (151-150 a.C.) i Cartaginesi, di fronte a una nuova provocazione di Massinissa, cercarono di risolvere la questione con le armi, ma furono vinti: fu questa la ragione che giustificò la dichiarazione di guerra romana nel 149. Il tentativo disperato di Cartagine di arrendersi a discrezione dei Romani, consegnando ostaggi e armi, non valse a stornare la successiva imposizione di abbandonare la città e di ricostruirla dieci miglia all’interno. È di qui che sorse la disperata decisione di una difesa a oltranza.
L’elezione di Scipione Emiliano a console per il 147, senza che egli avesse l’età richiesta, avvenne sicuramente sotto la pressione popolare sia per i meriti militari acquisiti, sia anche per l’influenza che doveva esercitare sull’opinione popolare a Roma il ricorda del suo grande avo. Il comando militare in Africa gli fu pure affidato per decisione popolare. La risoluzione della guerra non poteva che venire da un blocco severissimo della città per terra e per mare, ottenuto con lavori colossali, che impedisse l’arrivo di vettovagliamenti. La difesa cartaginese durò validissima con alcune coraggiose sortite. Fallito un tentativo di trattativa fra il comandante cartaginese Asdrubale e Scipione, si arrivò nella primavera del 146 all’attacco finale, con aspri combattimenti nelle strade dopo che i Romani ebbero forzato le mura nella zona del porto. La città fu incendiata e rasa al suolo. I vinti furono venduti schiavi. L’area sulla quale era sorta la città fu dichiarata con solenne imprecazione per sempre inabitabile.
Carthago delenda est è una famosa locuzione latina attribuita a Marco Porcio Catone. Di ritorno dalla sua missione di arbitraggio tra i Cartaginesi e Massinissa, egli si presentò in Senato e pronunciò il suo discorso contro la capitale punica; di seguito, tirò fuori dalla tunica un cesto di fichi provenienti da quella città e lo mostrò ai patres conscripti, a dimostrazione che se il frutto, assai delicato, era riuscito a resistere al viaggio da Cartagine, la città era troppo vicina a Roma, rinnovando la sua pericolosità.

Nisi forte ego uobis, qui et miles et tribunus et legatus et consul uersatus sum in uario genere bellorum, cessare nunc uideor, cum bella non gero. At senatui, quae sint gerenda, praescribo et quo modo; Karthagini male iam diu cogitanti bellum multo ante denuntio; de qua uereri non antem desinam quam illam excisam esse cognouero.

A meno che, dopo aver partecipato io come soldato semplice, tribuno, luogotenente e console a ogni tipo di guerra, vi sembri che ora me ne stia inerte perché ho smesso di combattere. Ma consiglio al Senato quali (guerre) siano da combattere e in che modo: a Cartagine, che già da tempo trama contro di noi, molto in anticipo dichiaro guerra; e non smetterò di temerla prima di averla saputa rasa al suolo.
(Marco Tullio Cicerone, Cato Maior de senectute, V, 18)

Namque perniciali odio Carthaginis flagrans nepotumque securitatis anxius, cum clamaret omni senatu Carathaginem delendam, adtulit quodam die in curiam praecocem ex ea prouincia ficum ostendensque patribus: "Interrogo uos, inquit, quando hanc pomum demptam putetis ex arbore". cum inter omnes recentem esse constaret: "Atqui tertium, inquit, ante diem scitote decerptam Carthagine. tam prope a moeris habemus hostem!".

Infatti, ardendo di un odio mortale verso Cartagine e preoccupato della discendenza dei suoi discendenti, proclamando in ogni seduta del Senato che Cartagine dovesse essere distrutta, (Catone) portò un certo giorno nella curia un fico già maturo da quella provincia e mostrandolo ai senatori: «Vi chiedo», disse, «quando pensate che questo frutto sia stato preso dall’albero». Risultando chiaro a tutti che fosse recente, disse: «Dunque sappiate che è stato preso a Cartagine prima di tre giorni fa. Tanto vicino alle mura abbiamo il nemico!».
(Gaio Plinio Secondo il Vecchio, Naturalis Historia, XV, 74-75)

Πρὸς τούτοις φασὶ τὸν Κάτωνα καὶ σῦκα τῶν Λιβυκῶν ἐπίτηδες ἐκβαλεῖν ἐν τῇ βουλῇ, τὴν τήβεννον ἀναβαλόμενον, εἶτα θαυμασάντων τὸ μέγεθος καὶ τὸ κάλλος, εἰπεῖν ὡς ἡ ταῦτα φέρουσα χώρα τριῶν ἡμερῶν πλοῦν ἀπέχει τῆς Ῥώμης. ἐκεῖνο δ' ἤδη καὶ βιαιότερον, τὸ περὶ παντὸς οὗ δήποτε πράγματος γνώμην ἀποφαινόμενον προσεπιφωνεῖν οὕτως· "δοκεῖ δέ μοι καὶ Καρχηδόνα μὴ εἶναι".

In aggiunta a ciò, si dice che Catone avesse escogitato di lanciare un fico della Libia nel Senato, mentre agitava le pieghe della propria toga, e che dunque, poiché i senatori ne ebbero ammirato la grandezza e bellezza, avesse detto che la città dove il frutto era cresciuto distava solo tre giorni di nave da Roma. E in una cosa fu ancor più feroce, ossia aggiungendo al suo voto su ogni questione queste parole: «È mia opinione che Cartagine debba essere distrutta».
(Plutarco, Βίοι Παράλληλοι – Μάρκος Κάτων, XXVII, 1-2)


2. Carthago delenda est: il disco.

Carthago delenda est è la terza fatica del gruppo capitolino Ade. A tre anni dal precedente Spartacus, fuoriesce dalle intricate trame, vaste e penetranti nella loro intera drammaticità e oscurità, l’esperienza della Guerra annibalica (218-202). Si tratteggia l’intera composizione con una struttura irregolare, impostata senza assi geometrici precisi. Le composizioni sono un’onda nella quale sono fusi turbini di neve e nuvole di tempesta, sotto cui i densi vapori si svolgono episodi di saccheggio, battaglie e violenza. Una tavolozza composta di neri e grigi, con punte di bianco, nei piccoli accenni acustici, a formare una pesante cortina atmosferica a rivelare la forza terribile e oscura della guerra.

Dum ea Romani parant consultantque, iam Saguntum summa ui oppugnabatur.

Mentre a Roma si svolgevano queste trattative e queste consultazioni, ormai Sagunto era assalita con estrema violenza.

(Tito Livio, Ab Urbe condita, XXI, 7)

La traccia d’apertura, Carthago delenda est, è un pezzo monolitico e imponente. L’ascoltatore è trascinato da essenziali orchestrazioni e dai passi di soldati in marcia in un’atmosfera di truculenta attesa e dal rancido odore di morte e decomposizione, sulla quale va a tessersi una leggera e appannata chitarra acustica. Dunque, la violenza prorompe; i colori si sfaldano sotto il calore del fuoco che ne divora la tela. In un susseguirsi infinito di mutanti e ristagnanti pattern ritmici, s’intrecciano le chitarre e si arrampica la voce possente di Diego Laino. Nella valle compresa tra il Palatino e il Capitolino, dove sorge il foro, i patres conscripti osservano, inerti:

Dark are the omens that we intertwine,
Black ravens upon Capitolium.
Age in torment, raging with fire, –
Blood will be spilt out.
The enemy is near – they are at the gates:
Outrage to the wolf’s power.

Oscuri sono i presagi che abbiamo intrecciato,
neri corvi sorvolano il Campidoglio.
Un’epoca di tormenti, bruciante di fuoco;
sangue sarà versato.
Il nemico si avvicina – sono alle porte:
che oltraggio al potere del lupo!


Nel 219 a.C. Annibale Barca, figlio di Amilcare, generale cartaginese durante la Prima guerra punica, superò l’Ebro e mosse guerra contro Sagunto, città alleata di Roma. Nel mentre, nell’Urbe, si cominciò a discutere se inviare i consoli dell’anno, se si dovesse inviare un esercito solo di terra o anche di mare, oppure se si dovesse condurre la guerra solo contro Annibale in Iberia. Alla fine, la città, stremata da otto lunghi mesi di fame, battaglie, lutti e disperazione fu rasa al suolo, le sue ricchezze furono razziate e servirono a finanziare l’imminente campagna e la popolazione fatta schiava.
Il pezzo è monolitico, come ho già avuto modo di sottolineare in precedenza. Il gruppo strizza un occhio alle atmosfere che hanno caratterizzato e particolareggiato le mastodontiche architetture, cariche di ὕβϱις, di sfrontata arroganza e di un antico furore desideroso di ricostruire e devastare con l’incendio e la tempesta, dei Nile.

O Senatus da nobis consilium – war arrives!
O Parcae, ostendite nobis fatum.

Senato, consigliaci – la guerra arriva!
O Parche, svelateci il nostro destino.


L’uso di un frasario latino lungo tutto il full-lenght riesce nell’intento di creare una tensione maggiore, donando quel pizzico di realismo capace di far immedesimare maggiormente l’ascoltatore che desideri, oltre al piacere musicale, approfondire anche l’aspetto lirico del lavoro. Tuttavia, purtroppo, è anche dovere, a questo punto, sottolineare alcuni piccoli errori che man mano ci si può trovare ad incontrare.

Nullum contemptu mortis incitamentum ad uincendum homini ab dis immortalibus acrius datum est.

Gli dèi immortali hanno donato agli uomini nessun’arma più valida del disprezzo della morte.

(Tito Livio, Ab Urbe condita, XXI, 44)

Across the Wolf’s Blood è uno dei pezzi più riusciti all’interno di Carthago delenda est. Strutturalmente meno complesso, più deciso e violento, si basa e ruota intorno al riff d’apertura, sulla base del quale si modulano, tratteggiano e cangiano le varie atmosfere che lo definiscono. Una semplicità, dunque, apparente, che finisce per sfociare in una chiusa ritmica sincopata sulla quale si divertono le chitarre, prima di riprendere il riffing principale.

The dream of a doomed to loose, –
The spawn of Ba’al will cross the rocks, will darken our land.
To write our fate, to create our legend,
Our race will rise across the wolf’s blood.

Il sogno di liberare il condannato, –
la progenie di Ba’al attraverserà le rocce, ottenebrerà la nostra terra.
Per scrivere il nostro destino, per plasmare la nostra leggenda,
la nostra nazione è destinata a cavalcare il sangue del lupo
.

Il greco Ἁννίβας è un calco del fenicio, la lingua parlata a Cartagine, colonia dedotta intorno all’VIII secolo a.C., Hanniba’al, e significa Grazia di Ba’al. Ba’al è la principale divinità del pántheon fenicio. Era chiamato Ba’al Ammone presso i Cartaginesi ed era assimilato alla figura di Crono nella mitologia greca e a Saturno in quella romana. Nei suoi templi, chiamati tofet, santuari a cielo aperto, vi erano statue del dio con le braccia distese e le mani tese a indicare il punto dove si dovevano approntare sanguinosi e folli sacrifici: le fonti classiche, Erodoto in primis, ci narrano di roghi di bambini, sacrifici probabilmente interrotti intorno al V secolo a.C. dopo la sconfitta contro il tiranno Gelone di Siracusa nella battaglia di Imera (480 a.C.).
La canzone accompagna con il suo ritmo cadenzato la marcia del generale cartaginese da Nova Carthago, l’odierna Cartagena, lungo le Alpi, e ci accompagna poi al terzo episodio di questo disco, Annibalem.

Fessis taedio tot malorum niuis etiam casus, occidente iam sidere Vergiliarum, ingentem terrorem adiecit, per omnia niue oplleta cum signis prima luce motis segniter agmen incederet pigritiaque et desperatio in omnium uoltu emineret, praegressus signa Hannibal in promunturio quodam, unde longe ac late prospectus erat, consistere iussis militibus Italiam ostentat subiectosque Alpinis montibus Circumpadanos campos, moeniaque eos tum transcendere non Italiae modo sed etiam urbis Romanae.

I soldati già stanchi e scoraggiati per tante difficoltà furono anche sorpresi da grande spavento a causa della caduta della neve, mentre la costellazione delle Pleiadi tramontava nel cielo; levato il campo all’alba, mentre le schiere procedevano lentamente attraverso i luoghi ricoperti di neve e il malcontento e lo scoraggiamento si leggevano chiaramente nel volto di tutti, Annibale avendo preceduto le insegne, giunto a un’altura donde lo sguardo spaziava da ogni parte, ordinò ai soldati di fermarsi e mostrò a loro l’Italia e le pianure intorno al Po ai piedi della catena alpina, dicendo che, quando avessero attraversato le Alpi, avrebbero allora oltrepassato non solo le mura dell’Italia, ma quelle della stessa città di Roma.

(Tito Livio, Ab Urbe condita, XXI, 35)

La terza canzone, Annibalem, è vibrante. Aperto dall’etereo, distante e flebile sospiro di una voce femminile di esotica memoria, il pezzo sfocia in un complesso sistema di granitica sostanza. Si avverte una punta di manierismo, quasi reverenziale, nei confronti delle influenze stilistiche; un manierismo che, tuttavia, non va a inficiare nel giudizio positivo di uno dei pezzi più riusciti di questa fatica. Da sottolineare, invece, dal punto di vista lirico e concettuale alcune imprecisioni. Innanzitutto, il titolo: il sostantivo latino Hannibal è un calco del greco Ἁννίβας, che abbiamo già esaminato in precedenza. Sebbene nelle scuole si tenda a insegnare come il grafema h sia pressoché muto nel latino, il suo utilizzo a sostituire lo spirito aspro, segno diacritico scomparso nella lingua moderna ma che indicava una lieve aspirazione, in inizio di parola indica come, nella fase cosiddetta classica, si pronunciassero parole come haud o, appunto, Hannibal con una lieve aspirazione. Dunque, la lezione Annibalem è scorretta, in prima istanza, da un punto di vista grafico e di pronuncia. Il titolo, inoltre, è chiaramente mutuato dalla citazione latina d’apertura al pezzo:

expende Hannibalem: quot libras in duce summo
inuenies?

Pesa i resti di Annibale: quante libbre di un condottiero così grande
vi troverai?

(Decimo Giunio Giovenale, Saturae, IV, Satura X, vv. 147-148)

Hannibalem è, dunque, un accusativo e non un nominativo, che corrisponde alla forma Hannibal. Quindi, il titolo, oltre a presentare un errore grafico, presenta anche un significativo errore grammaticale, dal momento che l’accusativo è il caso del complemento oggetto e non del soggetto. Inoltre, nel testo si ripete libram, al singolare, quando Giovenale usa la forma al plurale: di fatto, quot, si usa in sostituzione di quam multi, ae, a e quindi è necessario usare il plurale anziché il singolare.
A livello di concept, l’errore risiede soprattutto nel tratteggiare la figura del condottiero fenicio e il suo desiderio di distruzione.

Will of destruction made him build
An army of twentysixthousands;
He brought his monsters on his side,
He brought our enemies for their vengeance.

Il desiderio di distruzione gli ha fatto creare
una vasta arma di ventiseimila uomini;
porta seco i suoi mostri,
porta seco il desiderio di vendetta dei nostri nemici.


L’armata che lasciò Cartagenea e seguì il litorale dell’Ebro e che si diresse verso l’Italia è descritta da Tito Livio come composta da oltre centomila uomini e circa 40 elefanti, mentre il maestro Flavio Eutropio contiene i numeri a circa novantamila unità totali. Lungo la sua marcia, sia Livio che Polibio narrano di come Annibale abbia dovuto superare l’ostinata resistenza delle tribù iberiche che dimezzò, insieme alle diserzioni, le sue forze. Dopo aver ripreso la marcia, superato le resistenze delle tribù galliche e attraversato il fiume Rodano, dopo che un’avanguardia di cavalieri numidi era stata sconfitta da poche centinaia di cavalieri romani, l’esercito che si apprestò a superare le Alpi era di circa quarantamila unità. Le perdite lungo la traversata, furono ingenti: circa la metà degli effettivi perirono, portando a circa ventiseimila gli effettivi. Dunque, l’armata che la will of destruction citata nel testo, è molto più grande di quella descritta. Inoltre, nella battaglia del Trebbia, sia Polibio che Livio sono concordi nell’indicare come circa quarantamila il numero degli effettivi dell’esercito cartaginese che vi parteciparono.

Twentynine years to build a failure.
Condemned by your race to end your life in suicide.

Ventinove anni per costruire un fallimento.
Condannato dalla tua razza a concludere col suicidio la tua vita.


Annibale fu acclamato come generale alla morte del padre, avvenuta in circostanze mai del tutto chiarite, nel 221 a.C. all’età di ventisei anni. Fu quello il momento in cui cominciò a distinguersi nella provincia dell’Iberia con le vittorie sulle tribù autoctone degli Olcadi, Vaccei e Carpetani. Queste vittorie gli permisero di controllare tutta la provincia a sud dell’Ebro e, così, sentirsi sicuro per muovere guerra contro Roma. La preparazione della Seconda guerra punica, dunque, non è precedente e, dall’acclamazione a generale alla sconfitta di Zama, avvenuta nel 202 a.C., trascorrono diciannove anni e non ventinove. Se poi, invece, si volesse prendere il giorno del famoso giuramento di odio contro Roma, Polibio e gli altri storici sono concordi nel relegarlo all’infanzia del generale, quando in compagnia del padre, nel 237, intraprese la marcia dalle coste del Nord Africa fino alle Colonne d’Ercole, gli anni sarebbero addirittura trentacinque! Addirittura, fuori dai twentynine years citati nella canzone, risulta la deduzione della colonia di Nova Carthago, fondata nel 227 a.C.
Dopo la sconfitta di Zama e un breve periodo di oscuramento politico, Annibale riprese il potere a Cartagine nel 195 a.C. come suffeta e riabilitò l’economia dello stato, sebbene le condizioni di vittoria gravose imposte da Roma. L’oligarchia, gelosa del suo potere, l’accusò di corruzione ed egli scelse la via dell’esilio. Riparò, in prima tappa, a Tiro e dunque a Efeso, nell’isola di Creta e nuovamente in Asia per poi riparare in Bitinia, dove, sulle spiagge del Mar di Marmara si diede la morte:

"Liberemus", inquit, "diuturna cura popolum Romanum, quando mortem senis exspectare longum censent… Mores quidem populi Romani quantum mutauerint, uel hic dies argumento erit. Horum patres Pyrrho regi, hosti armato, exercitum in Italia habenti, ut a ueneno caueret praedixerunt: hi legatum consularem, qui auctor esset Prusae per scelus occidendi hospitis, miserunt".

"Liberiamo", esclamò, "il popolo Romano dalla sua angustia, se trovano che duri troppo l’attesa per la morte di un vecchio. […] Certo, quanto sia mutata l’indole del popolo Romano basterà questo giorno a dimostrarlo. I padri di costoro ammonirono il re Pirro, nemico armato, insediato con un esercito in Italia, di guardarsi dal veleno; i Romani di oggi mandano un legato consolare per spingere Prusia ad uccidere a tradimento un ospite!"

(Tito Livio, Ab Urbe condita, XXXIX, 51)

Il suicidio di Annibale non è assolutamente da ascrivere alle trame della madrepatria o al suo tradimento. La scelta dell’esilio è volontaria, così come volontaria è la scelta del suicidio: si tenga presente che, quando il generale bevve il veleno, nel 182 o nel 183, era più che sessantenne e il suo ruolo politico, sia all’interno di una futura coalizione cartaginese in contrasto con Roma che all’interno di uno di quegli stati che, ancora, si opponevano alla sempre più centralizzante egemonia della città italica, era abbastanza futile. Era uno spettro, cui i Romani davano la caccia e che, lui, ancora una volta, ha voluto beffare. La condanna da parte di Cartagine all’esilio e alla morte, paventata nella canzone, dunque, è da prendere con le pinze da un punto di vista storico.
Molto bella, invece, dal punto di vista lirico, l’immagine di Annibale piangente con la testa del fratello Asdrubale tra le mani, consapevole del fallimento del suo giuramento e del suo proposito di distruggere l’acerrima rivale.

Even the son of a God cries
With his brother’s head in his arms, –
He understood Rome’s will
To rule on the Punic lands.
His tears fell on the graves,
– The graves of his ancestors,
For the shame of not being able
To give their honour back.

Persino il figlio di un dio piange
cullando la testa del fratello tra le braccia.
Comprese la volontà di Roma
di dominare le terre dei Punici.
Le lacrime caddero sulle tombe,
le tombe degli antenati,
per la vergogna di non esser riuscito
a restituir loro l’onore.


La traccia seguente, With Tooth and Nail, è un buon pezzo che continua sulla medesima linea musicale/concettuale dei due pezzi precedenti. Across the Wolf’s Blood rappresenta il punto di partenza della marcia. Annibalem, invece, non rappresenta il suo naturale proseguo: la traccia è, contemporaneamente, presente e futuro, un annebbiato, ottenebrato sguardo tra la neve e le urla dell’esercito che attraversa il Rodano e le Alpi che fa presagire schegge di ciò che sarà, la fallacia della speranza. Al contrario, With Tooth and Nail, riprende la narrazione con un ritmo quasi ossessivo e una struttura che strizza maggiormente l’occhio all’epico e all’atmosfera, con un perfetto lavoro delle ritmiche nel valorizzare l’ordito delle trame della voce.

εἰς δὲ τὴν ἐπαύριον ὁ Λεύκιος οὔτε μάχεσθαι κρίνων οὔτε μὴν ἀπάγειν ἀσφαλῶς τὴν στρατιὰν ἔτι δυνάμενος τοῖς μὲν δυσὶ μέρεσι κατεστρατοπέδευσε παρὰ τὸν Αὔφιδον καλούμενον ποταμόν, ὃς μόνος διαρρεῖ τὸν Ἀπεννῖνον.

Lucio Emilio il giorno seguente, non approvando la risoluzione di combattere, né però potendo di là ritirare l’esercito, con le due parti delle truppe si accampò in riva al fiume Ofanto, il quale è l’unico fiume che attraversa l’Appennino.

(Polibio, Ἱστορίαι, III, 110)

Dark Days of Rome è la traccia centrale dell’intero concept. La sua centralità non deriva unicamente dalla sua posizione all’interno del full-lenght, al quinto posto su dieci canzoni, ma soprattutto per la sua importanza lirica. Vi si affronta, infatti, uno degli episodi più sanguinosi dell’intera storia antica: la battaglia di Canne, combattuta dall’esercito romano guidato dai consoli Gaio Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo e dall’esercito cartaginese ai primi d’agosto del 216 a.C. L’episodio rappresenta il punto più alto della carriera militare di Annibale e il punto più oscuro della storia della Repubblica romana. Dopo aver attraversato le Alpi, il generale cartaginese sconfisse l’esercito romano nella battaglia della Trebbia (218) e del lago Trasimeno (217). Il Senato, allora, nominò Quinto Fabio Massimo dittatore. Questi, consapevole delle superiori capacità militari dell’avversario, adottò tattiche di logoramento ed evitò ogni contatto diretto con l’esercito cartaginese. Ma da parte dei generali e dell’esercito, la strategia del Temporeggiatore fu male interpretata: il dittatore fu accusato di essere un incapace e di non avere coraggio e, addirittura, di tradimento. Il tribuno della plebe Marco Metilio, allora, presentò una proposta di legge per dividere il comando in parti uguali tra il dittatore e il magister equitum Minucio Rufo che, frattanto, aveva riportato una piccola vittoria su Annibale. Le truppe, anziché essere comandate a giorni alterni, furono divise e il generale cartaginese colse l’occasione per attaccare Minucio che sarebbe stato sconfitto, se non fossero arrivati prontamente i rinforzi al comando del Temporeggiatore. Annibale si ritirò e il magister equitum rinunciò alla carica di dittatore. Alla scadenza del mandato al termine del sesto mese dalla nomina, Quinto Fabio Massimo restituì l’imperor ai due consoli eletti, Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone.

"Erras enim, L. Paule, si tibi minus certaminis cum C. Terentio quam cum Hannibale futurum censes; nescio an infestior hic aduersarius qua mille hostis maneat; cum illo in acie tantum, cum hoc omnibus locis ac temporibus certaturus es. aduersus Hannibalem legionesque eius tuis equitibus ac peditibus pugnandum tibi est, Varro dux tuis militibus te est oppugnaturus… Haec una salutis est uia, L. Paule, quam difficilem infestamque ciues tibi magis quam hostes facient. Idem enim tui quod hostium milites uolent; idem Varro consul Romanus quod Hannibal Poenus imperator cupiet. Duobus ducibus unus resistas oportet… Omnia non properanti clara certaque erunt; festinatio improuida est et caeca".

"Ti inganni, infatti, o Lucio Paolo, se pensi che tu debba avere in futuro con G. Terenzio una lotta meno aspra che con Annibale. Io non so se Terenzio non sarà per te un avversario più pericoloso di quanto non sia Annibale come nemico: con quest’ultimo infatti dovrai scontrarti solo sul campo di battaglia, con l’altro, invece, in tutti i luoghi e in tutti i momenti. Dovrai combattere coi tuoi cavalieri e coi tuoi fanti contro Annibale e le sue legioni, mentre al contrario Varrone, comandante, combatterà contro di te coi tuoi stessi soldati. […] Questa sola è la via della salvezza, o Lucio Paolo, che i tuoi concittadini più che i tuoi nemici faranno a te piena di ostacoli e d’insidie. I tuoi soldati vorranno proprio la stessa cosa che vogliono i soldati nemici, ciò che brama il console Varrone è ciò che brama il generale cartaginese, Annibale. È necessario che tu da solo abbia ad opporti ad ambedue i capitani. […] A colui che non precipita le cose, tutto sarà semplice e secondo i piani; la fretta, invece, è incauta e cieca".

(Tito Livio, Ab Urbe condita, XXII, 39)

Gaio Terenzio Varrone era deciso a infliggere una sconfitta sul campo ad Annibale e mosse verso il generale cartaginese che stava assediando la città pugliese di Geronio. L’esercito romano cadde in una trappola che sarebbe stata sventata se Varrone avesse prestato orecchio al consiglio del console Lucio Emilio Paolo: l’esercito fu accerchiato e distrutto.

… prope iam fessis caede magis quam pugna adiungit.

[I Cartaginesi] furono quasi più spossati per la strage compiuta che per la fatica del combattere.

(Tito Livio, Ab Urbe condita, XXII, 48)

L’oscurità si fa viva e presente all’interno del pezzo: dei cori sovrastano un riffing confuso e nebbioso. Si svela nell’orrore di un riffing violento l’acredine della battaglia; le chitarre sono sostenute da leggere orchestrazioni e dalle ritmiche sostenute dal basso di Giovanni Capaldo e della batteria di Giacomo Torti. Il manierismo qua tocca livelli più estremi: il gruppo sembra dimenticare la propria identità che, fino a questo momento, ha influenzato e incanalato il processo compositivo entro dettami d’originalità e soggettività. Il pezzo in sé non ha difetti particolari: ovviamente ben suonato e ben ordito, trae proprio da questa assenza di soggettivazione una certa incapacità a lasciare una determinata impronta all’orecchio dell’ascoltatore.
La battaglia di Canne si risolse in un orrendo massacro. Polibio, che a mio avviso, sia per età che per intenti, mi sembra essere nella sua narrazione della battaglia ben più affidabile di Tito Livio, afferma che l’esercito al comando dei due consoli era costituito da una forza di circa ottantaseimila uomini, numero sul quale concorda anche lo storico romano, e che di questi, insieme al console Lucio Emilio Paolo, oltre settantacinquemila abbiano trovato la morte. Tito Livio, invece, contiene di gran lunga il numero dei caduti: circa cinquantamila, come evidenziato dal testo stesso della canzone.

Fiftythousands of soldiers embrace their fate, – the eagle falls down.
The shadow of Carthago darkens the skies, – the eagle falls down.

Cinquantamila soldati incontrarono il loro destino: l’aquila cade.
L’ombra di Cartagine ottenebra i cieli: l’aquila cade.


La traccia seguente, Scipio indomitus victor, riporta il disco sui livelli dei pezzi precedenti. Il manierismo torna a incanalarsi entro i dettami di quella stessa soggettività, deficitaria nell’episodio precedente, e restituisce all’ascoltatore una traccia di ben altro spessore, anche se lontana dal livello compositivo dei primi tre pezzi. L’apertura sottostà a una leggera e flebile aria dal gusto africano, sorretta dall’ottimo lavoro percussivo delle chitarre, del basso e della batteria. Il chorus è avvolgente e si scioglie in un costrutto armonico interessante.
La figura di Publio Cornelio Scipione l’Africano emerge da una tempesta di sabbia e domina l’intero pezzo, quasi come un’entità lovecraftiana. Tuttavia, la sua presenza è puramente sensibile: dal punto di vista lirico, infatti, gli Ade non riescono a imprimere alla figura del condottiero romano la stessa forza che aveva caratterizzato la figura di Annibale nelle tracce Across the Wolf’s Blood e Annibalem. Se nei pezzi appena citati, la figura del generale era vibrante e immanente, la figura di Scipione, in questo Scipio indomitus victor, è puramente trascendente: è essenzialmente un’entità e sembra distaccata dall’intero concept al punto che, il testo, risulta pressoché una forzata piegatura della figura a un pezzo che, probabilmente, non gli appartiene.
Il lento mugghiare delle onde del mare, il verso lontano di un gabbiano e il dolce canto che rimanda alla memoria di casa, ormai lontana, oltre l’orizzonte e perduta allo sguardo, apre la settima traccia, Mare Nostrum. All’intro si sostituisce, forse in maniera fin troppo improvvisa, il tema principale della canzone: la trama di una melodia stupenda tessuta dalla chitarra sopra una ritmica serrata e forsennata. Il pezzo è il più riuscito dell’intero full-lenght. Il manierismo viene completamente accantonato e si fa spazio a una nuova soggettività che beneficia dall’influssi più propriamente melodici dei flauti e delle orchestrazioni. Le chitarre di Amador e Palazzola si dividono magnificamente nell’ordito delle trame: si separano, si rincorrono, s’incrociano, si uniscono in ritmiche all’unisono per poi perdersi nuovamente. Anche la voce di Laino, per quanto eccellente lungo tutto questo Carthago delenda est, sembra brillare sotto una nuova luce.

Mare nostrum – lust for the eternal Rome.
United we fight, in the name of the wolf.
Mars’ chosen soldiers, – they are guided by pride,
Led by the lust for vengeance, Zama will bow to our banners.

The time for revenge has come: we are guiding our ships through the sea,
Towards the gates of Carthago; – mothers will cry!
Progenies of the mother wolf, are you ready to strike?
People beg for mercy: Roma, hear them cry!

Mar Mediterraneo – il desiderio per l’eterna Roma.
Uniti combattiamo nel nome del lupo.
I soldati prescelti di Marte, sono guidati dall’orgoglio;
guidati dal desiderio di vendetta, Zama s’inginocchierà alle nostre insegne.

Il tempo della vendetta è giunto: conduciamo le navi per mare,
verso le porte di Cartagine. Le madri urleranno!
Progenie della madre lupo, siete pronti a colpire?
La loro gente chiede pietà: Roma, odi le loro grida!


La trama di Mare Nostrum si risolve nella traccia seguente: Zama – Where Tusks Are Buried. Il pezzo è uno dei meno convincenti dell’intero lavoro. Sebbene, come per il precedente, il manierismo che ha caratterizzato i primi episodi venga in qualche modo accantonato, non vi è quella brillante intuizione che ha particolareggiato e sublimato Mare Nostrum. L’intero pezzo sembra ruotare intorno al chorus che, tuttavia, manca di una vera forza espressiva. Il seguente interludio, inoltre, sembra essere pressoché superfluo all’interno dell’architettura del pezzo, quasi un vezzo virtuosistico inutile, sebbene si segnali come il passaggio migliore del pezzo. Di notevole impatto, in ogni caso, le orchestrazioni che, almeno in parte, risollevano la chiusa del pezzo, che strizza un po’ troppo l’occhio agli ultimi Symphony X in alcuni punti del riffing.
La battaglia di Zama pose fine al grande incubo della Seconda guerra punica. Dopo la grande vittoria di Annibale a Canne nel 217 a.C., si aprì la seconda stagione del conflitto. Il grande esercito romano era stato completamente distrutto e la città era nel caos. Alla guida del Senato tornò il ceto politico dominato da Quinto Fabio Massimo. I decemuiri sacrorum, dopo una consultazione dei Libri fatales, decretarono sacrificia aliquot extraordinaria, alcuni sacrifici straordinari: furono seppelliti vivi nel Foro Boario un uomo e una donna celti e due greci e fu abbandonato un bambino di grandi dimensioni sulle spiagge del mare Adriatico. Roma temeva per la propria sopravvivenza. Maarbale, il comandante della cavalleria numida, esortò Annibale a cogliere l’opportunità e a marciare immediatamente su Roma:

"Immo ut quid hac pugna sit actum scias, die quinto", inquit, "uictor in Capitolio epulaberis".

"Anzi!", esclamò [Maarbale]. "Perché tu ben sappia quanto si sia ottenuto con questa battaglia, io ti dico che fra cinque giorni banchetterai come vincitore sul Campidoglio!".

(Tito Livio, Ab Urbe condita, XXII, 51)

Annibale rifiutò: egli riteneva che l’esercito punico non avesse sufficienti uomini per tentare un attacco diretto contro l’Urbe. Infatti, anche se il suo esercito fosse stato nel pieno della forza, Roma poteva contare su un considerevole potere e influenza sull’entroterra che gli avrebbero permesso, in caso d’assedio, approvvigionamento sicuro. Di conseguenza, le forze erano fin troppo esigue per sottomettere, al tempo stesso, gli alleati e muovere direttamente sul Tevere. L’esercito consolare era stato distrutto, ma in Iberia, in Sicilia e in Sardegna e altrove, i Romani potevano ancora contare su sufficiente manodopera e forze considerevoli per difendere strenuamente i propri possedimenti nonostante la presenza cartaginese sul suolo italico.
Così, il generale cartaginese si decise nell’inviare a Roma Cartalóne per negoziare una pace con il Senato. Ma il Senato si rifiutò di trattare e, anzi, procedette nell’arruolamento di massa: tutta la popolazione maschile fu mobilitata, persino i contadini senza terra e gli schiavi. Si riprese la tattica di Quinto Fabio Massimo, si rinnovò la guerra di logoramento e Annibale fu costretto a ritirarsi a Crotone.
In questo clima confuso, nel 211 a.C., i Comizi curiati nominarono proconsole per la provincia d’Hispania il giovane Publio Cornelio Scipione. A soli diciassette anni, nel 218, si era distinto nella battaglia del Ticino dove, nonostante la sconfitta, era riuscito a salvare la vita al padre gravemente ferito. Egli fu tra i superstiti della battaglia di Canne e, salvatosi, si adoperò per porre in salvo i pochi sbandati e superstiti delle legioni romane e frenò il desiderio di fuga di numerosi patrizi che volevano fuggire in esilio minacciandoli di fermarli con la spada. Nel 210, lo Scipione cominciò le operazioni in Spagna. L’obiettivo era rovesciare il sistema di alleanze tra le tribù iberiche e Cartagine, rendendo così complesso il sistema di arruolamento che continuava a rinforzare le fila dell’esercito di Annibale in Italia. Si mosse verso Nova Carthago, la più importante città cartaginese in Spagna, e la conquistò rapidamente: il comando proconsolare gli fu prorogato non per un altro anno, ma finché non fosse stato richiamato dal Senato. L’anno seguente sconfisse il fratello di Annibale, Asdrubale, nella battaglia di Baecula (208). Tuttavia, impossibilitato a chiudere tutti i passi sui Pirenei, Scipione non riuscì a debellare in maniera decisiva la minaccia di Asdrubale che, evitando la disfatta completa, concentrò un forte corpo di spedizione e si diresse verso la penisola per dare man forte al fratello. Così, mentre Publio Cornelio Scipione continuava la sottomissione della Spagna, completata nel 206 con la presa di Cadice, l’esercito cartaginese al comando del fratello di Annibale, dopo l’insuccesso nell’assedio di Piacenza, fu bloccato sul Metauro dall’esercito al comando dei due consoli Marco Livio Salinatore e Gaio Claudio Nerone. Asdrubale fu sconfitto ed egli stesso perse la vita nello scontro: la testa gli fu mozzata e gettata di fronte al campo fortificato di Annibale.
Nel 205 a.C. Publio Cornelio Scipione fu nominato console ed egli annunciò il suo ambizioso progetto di portare la guerra in Africa. Inizialmente, il progetto fu osteggiato dal Senato: la gens Fabia preferiva prima liberarsi di Annibale in Italia e rifiutò il proprio supporto a Scipione che, ottenuto il governatorato della Sicilia insieme alla carica di console, poteva contare solo sui resti delle legioni sbaragliate a Canne, cui un editto proibiva il rientro a Roma fintanto che Annibale fosse rimasto in Italia. Preso atto della decisione del Senato, Scipione si rivolse agli Italici: in Sicilia, giunsero rinforzi e materiali dall’Etruria e dal Lazio a sostegno del progetto. Così, l’anno seguente, sebbene al comando di forze inferiori per numero, il proconsole Scipione sbarcò in Africa, nei pressi di Utica. Dopo un iniziale insucesso, il condottiero romano riportò la decisiva vittoria sui cartaginesi nella battaglia dei Campi Magni (203), che gli permisero di occupare città di significativa importanza strategica, quali Tunisi.
S’intavola una trattativa di pace e si conclude un armistizio. Tuttavia, i cartaginesi approfittarono della tregua diplomatica per richiamare in Africa Annibale, con il generale cartaginese che malediceva la propria scelta di non attaccare Roma. Lo scontro decisivo si tenne a Zama, nel 202 e Annibale fu sconfitto: è la fine della potenza cartaginese e l’inizio dell’apogeo romano. Scipione tornerà a Roma e si fregerà del titolo di Africanus a sempiterna memoria della sua illustre vittoria.
Zama – Where Tusks Are Buried, conclude, così, con violenza, l’intera esperienza della Guerra annibalica, mentre le ultime due tracce, invece, trattano della Terza guerra punica e dell’effettiva distruzione della città a opera di Publio Cornelio Scipione l’Emiliano, figlio di Lucio Emilio Paolo Macedonico ma adottato dal figlio dell’Africano, Publio Cornelio Scipione, nel 146 a.C. Con Excidium ci ritroviamo di nuovo alle prese con un pezzo che convince il giusto l’ascoltatore. Più convincente dell’episodio precedente, tuttavia ancora una volta – paradossalmente! notiamo una certa mancanza d’incisività nei momenti chiavi e una costruzione piuttosto artificiosa dei break e degli interludi che non riesce a farli apprezzare appieno. Di tutt’altro spessore, invece, la conclusiva Sowing Salt. Prendendo forma da un’intro atmosferica, dove i cori tratteggiano con brevi staccati la serrata struttura ritmica, il pezzo esplode: si ritorna al manierismo che ha tratteggiato gli episodi iniziali del disco, con quella vena di soggettiva intuizione che valorizza al meglio ogni singolo passaggio.

"Sic deinde quicumque alius transiliet moenia mea".
Every temple will burn in the flames, every stone will be razed to the ground.
"Sic deinde quicumque alius transiliet moenia mea".
Every woman will be our whore, every child will be our slave.

"Così dunque, a chiunque superi le mie mura".
Ogni tempio sarà divorato dalle fiamme, ogni pietra sarà rasa al suolo.
"Così dunque, a chiunque superi le mie mura".
Ogni donna sarà la nostra puttana, ogni bambino il nostro schiavo.
.

La locuzione latina sic deinde quicumque alius transiliet moenia mea è mutuata dal passo che descrive l’uccisione di Remo da parte di Romolo, così come ci viene descritta da Tito Livio nel I libro della sua opera storiografica Ab Urbe condita. L’autore latino, nel suo descrivere le parole di Romolo, sottintende un pereat, congiuntivo presente di pereo, possa morire, dal momento che sta effettivamente descrivendo ciò che succede a chi violi le mura di Roma. Qui, mancando il contesto, il verbo sarebbe stato necessario al fine di una comprensione più efficace e corretta: letteralmente, infatti, si avrà così poi chiunque altro scavalcherà le mie mura, non rendendo ben chiaro il concetto. Infatti, nella traduzione del verso della canzone, si è costretti a trasformare il nominativo in un dativo di svantaggio retto dal verso seguente in inglese.

Carthago delenda est, in conclusione, è un buon lavoro. Si nota un certo distacco tra i primi pezzi e quelli centrali, dove i primi si distaccano per qualità mentre i secondi tendono ad affossarsi in un manierismo che inghiotte il genuino genio capace, comunque, di produrre episodi di un certo rilievo e impatto come Annibalem e Mare Nostrum. In ogni caso, pure nei momenti più bassi, la qualità compositiva si mantiene comunque su livelli più che sufficienti: le tracce scorrono, senza lasciare magari molto all’ascoltatore, ma sono sempre godibili e cesellate di interessanti spunti che, forse, avrebbero potuto essere svolti meglio, ma che non mi sento di bocciare totalmente essendo la mia critica compositiva, in fin dei conti, nient’altro che un punto di vista estremamente soggettivo e, dunque, chiaramente opinabile. Ciò che tuttavia mi preme di sottolineare è come il concept, originale nella sua idea primordiale, potesse essere svolto con maggiore attenzione ai particolari. La riscoperta dell’antichità latina e soprattutto i valori della Seconda guerra punica sono argomento d’interessante discussione e che meriterebbe, alla luce di una sempre più crescente situazione sociale odierna del nostro paese che ci rende sempre più inclini a divisioni e a discutibili scelte, di essere approfondito. Manca, però, a questo Carthago delenda est quel maniacale studio e quella maniacale cura, il cosiddetto labor limae, che contraddistingue e rende così particolare, ad esempio, la proposta musicale dei Nile. In ogni caso, è ovviamente comprensibile – e penso sia quasi inutile che io mi trovi a scriverlo! come le varie critiche per certe storture storiche o grammaticali sono del tutto prive di qualsiasi consistenza in sede di valutazione dell’intero concetto musicale che, sicuramente, merita l’attenzione di un pubblico spesso fin troppo "distratto" come quello italiano.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
84.4 su 5 voti [ VOTA]
Doomale
Domenica 2 Ottobre 2016, 22.08.13
26
Alla fine mi sono preso una mezz'ora e ho letto tutta la recensione...Diciamo che mi e' piaciuta a meta'..nel senso quello che mi piace e' il voler seguire la cronistoria di tutti gli eventi che hanno portato alla distruzione di Cartagine, di pari passo allo svolgimento dell'album. Pero' ad un certo punto, mi sembra si sua trasformata in una sorta di correzione del compito in classe..Per carità, legittimo far notare alcuni errori..magari nell'uso del latino..ma per gli altri non so' (numeri e significati che quando si parla di storia antica e' un po' da usare le molle da ambedue le parti)..a mio parere non era forse la sede giusta. Musicalmente invece nonostante trovo magari alcuni brani superlativi, a me e' nel complesso che l'album piace..e non sento tutto questo manierismo. Detto questo e' cmq da fare i complimenti a Francesco per l'enorme lavoro svolto meritevole di rispetto, ma di piu gli faccio agli Ade per aver pubblicato sto bel macigno tecnico, brutale ed epico.
Doomale
Sabato 1 Ottobre 2016, 17.00.23
25
"Dark days of Rome" ti asfalta nella sua semplicità....bello bello bello.
Doomale
Venerdì 30 Settembre 2016, 16.54.18
24
L'album cmq mi sembra piu immediato rispetto ai predecessori..Non male davvero. Voto giusto 7,5...Manca ancora qualcosina per aver quel qualcosa in più, ma la strada e' quella giusta e possiamo esser felici di una band così qui a Roma. E stasera mi sparo il release party!
Alessandro Bevivino
Martedì 20 Settembre 2016, 4.23.21
23
Recensione MAIUSCOLA. Grandi Ade.
VapeNation
Domenica 18 Settembre 2016, 20.39.21
22
e quindi
Pacino
Venerdì 16 Settembre 2016, 16.05.12
21
voto alla recensione 40, voto al disco 78!
InvictuSteele
Venerdì 16 Settembre 2016, 14.43.14
20
Recensione, che in realtà è un approfondimento storico, davvero strepitosa. Lodevole lavoro che deve essere costata tanta fatica per scriverlo, perciò i miei complimenti al recensore, ma non credo che queste recensioni così articolate e così lunghe siano di aiuto ai lettori. Le recensioni devono essere esaustive ma concise, devono rappresentare le atmosfere del disco, parlare dei brani presenti (possibilmente senza track by track che molti siti utilizzano ma che trovo inutile e noioso) e informare circa la produzione e i lavori in studio di registrazione. Tutto il resto è inutile sfoggio narrativo che credo nessun lettore avrà la pazienza e il tempo di leggere,. Comunque il disco ancora lo devo ascoltare bene, io possiedo il primo degli ADE ed era fichissimo, perciò non mi esprimo per ora. Voto alla pseudo-recensione: 100
Tatore
Venerdì 16 Settembre 2016, 14.14.19
19
Avrei voluto sapere qualcosa del gruppo (per me ad oggi sconosciuto) ma ho rinunciato a cercare la parte dove (eventualmente) se ne parla. Mi spiace, ma questa è tutto tranne che una recensione. Forse sarebbe stato meglio presentarlo come articolo in un'altra sezione. Così passa la voglia solo a guardarla.
d.r.i.
Venerdì 16 Settembre 2016, 14.03.19
18
Onestamente apprezzo lo sforzo che deve essere stato notevole, ma con tutto il rispetto ti consiglio di fare una recensione fruibile. Troppo prolissa
Uno
Venerdì 16 Settembre 2016, 12.58.20
17
Penso che si faccia prima ad ascoltare l'intero album che a leggere questa recensione. Sei stato bravissimo, ma secondo me un trattato del genere non assolve la sua funzione di recensire un disco, senza contare, cosa non trascurabile, che non lo leggerà nessuno data l'eccessiva prolissità e lunghezza.
Doomale
Giovedì 15 Settembre 2016, 18.47.05
16
Album ascoltato ieri...Mi piace e lo ordinerò appena posso. Di primo acchitto mi piace di più del precedente Spartacus..Mi è sembrato più Epico. Complimenti a loro
Vittorio
Giovedì 15 Settembre 2016, 10.38.46
15
Non metto in dubbio le conoscenze del recensore e l'impegno profuso, ma, molto onestamente, ho letto velocemente solo l'ultimo paragrafo.
Lemmy
Mercoledì 14 Settembre 2016, 22.12.27
14
mie parti.
Lemmy
Mercoledì 14 Settembre 2016, 22.10.56
13
Pur essendo delle mie, devo ammettere colpevolmente che non li ho ne mai ascoltati ne mai visti, e lo dico con rommarico, perchè i temi trattati e la loro musica sono davvero niente male da quel poco che sto ascoltando su su di loro, devo assolutamente approfondirli, anche se a dire il vero è un periodo di circa 1 anno che io e il metal facciamo a cazzotti, non mi tira + come un tempo.
Kappa
Mercoledì 14 Settembre 2016, 21.47.45
12
Vabbè, complimenti per l'impegno del recensore, ma rece così le guardi e subito dopo vai a dormire senza manco leggerle.
Doomale
Mercoledì 14 Settembre 2016, 18.25.58
11
Grandi Ade...pero' questo lo devo ancora sentire. Per la rece la leggo con calma, ma cosi' a prima "botta" penso Francisarbiter abbia fatto davvero un gran lavorone!! Grande!
terzo menati
Mercoledì 14 Settembre 2016, 18.22.21
10
Si potrebbe sintetizzare in "sono Massimo decimo meridio..."
Third Eye
Mercoledì 14 Settembre 2016, 18.05.09
9
Io non sono riuscito a leggere neanche un paragrafo...
lisablack
Mercoledì 14 Settembre 2016, 17.49.14
8
Che bello! Ultimamente ho scoperto nuove band, anche questi Ade mi hanno davvero preso..non mi esprimo ancora sull'album in questione, l'ho ordinato e spero mi arrivi presto, comunque cercare, conoscere band nuove mi entusiasma da matti, come tanti anni fa..la recensione è grandiosa, kilometrica ma molto bella..complimenti.
terzo menati
Mercoledì 14 Settembre 2016, 16.18.18
7
Secondo me hai molto di entrambi
Francisarbiter
Mercoledì 14 Settembre 2016, 15.19.56
6
@Metal Shock Ti ringrazio, troppo buono! @terzo menati Non so quale delle due mi faccia più difetto ultimamente!
Metal Shock
Mercoledì 14 Settembre 2016, 15.13.00
5
Io darei voto 100 a Francisarbiter per la miglior recensione di sempre, con parti in latino e, penso, greco. Fenomeno!
rik bay area thrash
Mercoledì 14 Settembre 2016, 15.03.42
4
Chi è bravo col 'bignami' ?
terzo menati
Mercoledì 14 Settembre 2016, 14.51.00
3
Cioè ci vuole anche del tempo oltre che della testa
Metal Shock
Mercoledì 14 Settembre 2016, 14.48.29
2
Questo e` un trattato storico, non una recensione, ahahah!
Alessio
Mercoledì 14 Settembre 2016, 14.35.20
1
Non ce la faccio a leggere una recensione così lunga, qualcuno può farmi un riassunto per favore?
INFORMAZIONI
2016
Xtreem Music
Death
Tracklist
1. Carthago Delenda Est
2. Across the Wolf’s Blood
3. Annibalem
4. With Tooth and Nail
5. Dark Days of Rome
6. Scipio indomitus vinctor
7. Mare nostrum
8. Zama – Where the Tusks are Buried
9. Excidium
10. Sowing Salt
Line Up
Diego "Traianus" Laino (Voce)
Daniele "Nero" Amador (Chitarra)
Fabio "Fabius" Palazzola (Chitarra)
Giovanni "Caligula" Capaldo (Basso)
Giacomo "Commodus" Torti (Batteria)

MUSICISTI OSPITI
Riccardo Studer (Tastiere, Orchestrazioni)
 
RECENSIONI
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Live Report
VADER + ABORTED + BONDED BY BLOOD + FHOBI + BLOODSHOT DAWN
Colony Club, Brescia, 27/01/2013
08/01/2013
Live Report
CS/SC (CHRIS SLADE STEEL CIRCLE)
FuoriOnda, Prado - Cura Carpignano (PV), 03/01/2013
01/10/2012
Live Report
ADE + DESTRUDO + BLACKSMITHS FROM HELL
Closer Club, Roma, 23/09/2012
15/12/2011
Live Report
GORGOROTH + VADER + altri
Traffic Club, Roma, 09/12/2011
07/04/2011
Live Report
SLAYER + MEGADETH + SADIST
Atlantico, Roma, 03/04/2011
27/03/2011
Articolo
MEGADETH
Nick Menza, la biografia
06/03/2011
Articolo
MEGADETH
David Ellefson, la biografia
13/02/2011
Articolo
MEGADETH
Marty Friedman, la biografia
26/01/2011
Articolo
MEGADETH
Dave Mustaine, la biografia
04/12/2010
Live Report
AMORPHIS + ORPHANED LAND + GHOST BRIGADE
Estragon, Bologna, 26/11/2010
28/06/2010
Live Report
HELLBRIGADE FESTIVAL
Club 71, Milano, 19/06/2010
07/06/2010
Live Report
MEGADETH + SADIST + LABYRINTH
Atlantico, Roma, 04/06/2010
07/05/2010
Articolo
MADE IN SICILIA
# 2 - Extreme Southern Metal
09/04/2010
Articolo
MADE IN SICILIA
# 1 - Metallo a 666 gradi centigradi
26/01/2009
Live Report
DEICIDE + SAMAEL + VADER
Rolling Stone, Milano, 18/01/2009
10/03/2008
Live Report
MEGADETH + EVILE
Palasport, Pordenone, 05/03/2008
21/12/2007
Live Report
BLACK CRUSADE
Una giornata a Milano
27/02/07
Intervista
CFF E IL NOMADE VENERABILE
Parlano Anna Maria Stasi ed Anna Moscatelli
03/12/2006
Intervista
DECADENCE
Parla Kitty Saric
28/10/2002
Articolo
DECADENCE
La biografia
28/10/2002
Intervista
DECADENCE
Parla Samiel
 
 
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