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SubRosa - For This We Fought the Battle of Ages
06/10/2016
( 1865 letture )
Li aspettavamo, con ansia e trepidazione, immaginandoli immersi tra il lago, il deserto e le montagne che fanno da corona a Salt Lake City a caccia di quell'afflato cosmico che aveva animato i loro due ultimi album... Li aspettavamo e nel frattempo sono passati tre anni da More Constant Than the Gods, senza che l'eco di quel capolavoro si sia mai affievolito nelle coordinate di riferimento delle doom legioni devote alle sonorità più elaborate del genere... Li aspettavamo, perchè poche altre triadi come quella composta da Rebecca Vernon e dalle due ancelle Sarah Pendleton e Kim Pack sono state in grado di generare assuefazione e annesse crisi di astinenza...

Ed eccolo, finalmente, il ritorno dei SubRosa, che si materializza indossando i panni di un ennesimo lavoro in cui profondità e complessità si confermano cifre caratteristiche di una band che prosegue senza sosta un percorso iniziato in territorio sludge ma ben presto passato ad esplorare gli infiniti di architetture sempre più vertiginosamente proiettate verso la maestosità. Sei tracce (cinque, di fatto, tenuto conto che una è poco più di un filler temporale) per oltre un’ora di durata complessiva, basterebbe questo dato per certificare lo sforzo compiuto ancora una volta dal quintetto nell’edificazione di una cattedrale in cui si viene invitati ad assistere a una rappresentazione misticamente totalizzante, che pretende coinvolgimento e completo abbandono. E, diciamolo subito, questo For This We Fought the Battle of Ages non è un album facile, avendo ulteriormente compresso il tasso di fruibilità immediata che, peraltro, non era già il punto di forza del predecessore. Non che sia cambiato granché, nelle componenti stilistiche della band, a cominciare da una line up sostanzialmente immutata al netto dell’ingresso di Levi Hanna al basso al posto di Cristian Creek, ma stavolta i Nostri hanno scelto di disseminare il viaggio di passaggi davvero impervi, portando alle estreme conseguenze una parte degli spunti che già si intravvedevano in filigrana nel passato.

La base dell’album, oltretutto, attinge dalla tradizione letteraria, riportando sulla scena un romanzo dello scrittore russo Yevgeny Zamyatin, Noi, che ha visto la luce quasi un secolo fa iscrivendosi in quel filone distopico su cui si sarebbero successivamente stagliate le figure universalmente riconosciute come fari del genere, da Orwell a Huxley. Alienazione, tensione verso un mondo asetticamente perfetto dominato dai rapporti matematici in cui la stessa volontà umana è nemica della felicità in quanto pertubatrice dell’ordine costituito, riduzione dell’individuo a semplice componente di un quadro in cui il valore dominante è l’armonia dell’insieme che schiaccia il reticolo delle relazioni interpersonali, le tematiche del romanzo incontrano senza dubbio le fondamenta della poetica dei SubRosa, da sempre orientata a indagare gli anfratti più bui delle angosce umane, in un canovaccio articolato che va dal dolore alla disperazione senza rinunciare ai riverberi in grigio di una malinconia rassegnata. Ma, a differenza della prova mostruosa declinata in More Constant Than the Gods, stavolta sembra mancare qualcosa al piano di volo, soprattutto laddove la cura delle singole parti fa indubbiamente aggio sull’armonia dell’insieme, lasciando in più di un tratto una sensazione di mancanza di una mano ferma che riesca a unificare la narrazione. Il risultato è allora un album in cui in quasi tutte le tracce la perfezione dei passaggi (magnifici cammei, individualmente considerati) si scontra con una certa “filiformità” dell’idea forza complessiva che dovrebbe reggere l’impianto dei brani, considerata oltretutto la chilometrica dipanazione, in termini di minutaggio.

Non è cambiato, invece, l’habitat creativo dei ragazzi di Salt Lake City, sempre alle prese con un doom raffinato e prevalentemente etereo ma mai freddamente cerebrale, rischio a cui si sottraggono grazie a un respiro mistico (anche se forse la collocazione geografica suggerirebbe più opportunamente il ricorso all’aggettivo “sciamanico”) che, spogliato di ogni potenzialità consolatoria, si rivela perfetto per evidenziare rarefazioni e solitudini. Su tutto, anche stavolta, giganteggia la voce di Rebecca Vernon, che, se pure rispetto al passato lascia sul campo qualcosa in termini di spettralità, imbarca ulteriori sfumature sul versante abrasivo del cantato, fino a sconfinare in più di un’occasione in un impasto che avvicina gli esiti del miglior post metal declinato al femminile (e andando così a comporre un ideale trittico di ugole d’oro di questo 2016, insieme alle prove di Julie Christmas e Zofia Fras). Non che la Vernon stia abbandonando la compagnia della piccola pattuglia di sacerdotesse dedite alla coniugazione, in forma di sottogenere, di quello che abbiamo chiamato in più occasioni “doom esoterico” (con Jex Thoth come sorella d’arte più prossima e Carline Van Roos dei Lethian Dreams a coltivare il lato più intimista-cantautorale), ma la realtà è che, di album in album, la frontiera esplorata da questa magnifica cesellatrice di toni sembra spostarsi in dimensioni sempre più sconfinate. Risponde più che presente all’appello anche la coppia di violini Pendleton/Pack, impeccabili nel disegnare arabeschi struggenti ma del pari sorprendenti (per chi dubitasse delle potenzialità di uno strumento decisamente atipico, nella tradizione metal) nel ricoprire il ruolo tellurico e abrasivo solitamente appannaggio esclusivo delle sei corde. L’apparizione, equilibrata e mai ridondante di flauti, corni francesi e sassofoni completa un quadro che non ha certo nella caccia all’esotico fine a se stesso il suo punto debole, anche se a volte finisce per rappresentare un ulteriore elemento di divagazione che indebolisce la tenuta di un telaio come detto già a rischio sbilanciamento sulla somma di episodi.

La coppia formata dall'opener Despair Is a Siren e da Black Majesty fornisce in questo ambito un chiaro esempio, per un totale di oltre trenta minuti in cui si viene letteralmente scaraventati in decine di orizzonti attraversati da colori e forme psichedelicamente cangianti, mentre parallelamente si celebra il trionfo della sistematica distruzione della forma canzone tradizionalmente intesa, tanto che entrambi i brani potrebbero tranquillamente essere scomposti in sotto-tracce che conducono un'esistenza autonoma. Chi però ha amato alla follia le strutture articolate ma allo stesso tempo “organizzate” di More Constant Than the Gods (anche senza arrivare alla relativa linearità di una Cosey Mo, The Usher rende perfettamente l'idea) si troverà probabilmente più a suo agio con una traccia come Wound of the Warden, dove i SubRosa gestiscono la valvola della tensione con una maestria fuori dal comune, facendo convergere le distorsioni dei violini, i magnifici squarci melodici in serie e addirittura un passaggio in scream (affidato a Levi Hanna) verso una sorta di buco nero da cui la voce della Vernon emerge come un raggio gamma a inquietare l'universo. Detto del filler Il Cappio (con un testo in italiano che certifica le croniche difficoltà dei nati in terra linguistica d'Albione ad approcciare l'italica dizione), su un registro diverso, regge l'urto anche Killing Rapture, solcata in apertura da un doom elegantissimo su cui vanno a innestarsi sorprendenti fremiti tribalistici mulinati dalle pelli di Andy Patterson e assecondati dal miglior assolo di violino del platter, per una resa mai come in questo caso prossima al post metal. Chiusura in tinte pastello affidata all'eterea Troubled Cells, che si affaccia su prospettive quasi ambient a esaltare la capacità della band di giocare con atmosfere e dissolvenze, riproducendo in musica il gioco di specchi e trasparenze che popola gli incubi di tutti gli abitanti di mondi costruiti non a misura d'uomo ma di idea...

Adagiato su un'altitudine media inferiore al passato ma tutt'altro che privo di improvvise vette da cui provare uno sconvolgente senso di vertigine, commovente e struggente ma capace anche di toccare le corde più muscolari del pianeta doom, rifinitissimo nei dettagli ma senza approdare mai a un manierismo che surroghi falle nell'ispirazione, For This We Fought the Battle of Ages è un album che non può mancare nella discografia di chi cerca possibili, nuove declinazioni di un genere che continua a evolvere e regalare sperimentazioni. Anche in questo 2016 ci sarà un posto di rilievo, per i SubRosa, nei consuntivi di fine anno.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
90 su 1 voti [ VOTA]
Luigi
Martedì 20 Giugno 2017, 17.57.06
14
Scoperti al Duna Jam ieri, mamma mia che concerto!!
join the army
Domenica 9 Ottobre 2016, 16.02.52
13
O siamo tutti intelligenti o tutti coglioni, ai posteri la sentenza..... AMEN.
Mind
Sabato 8 Ottobre 2016, 20.39.58
12
Somali Yacht Club ....se DOOM ELECTRIC deve essere che sia il top e suonato come dio comanda non sta zozzeria di 4 note messe insieme e male Violini a parte
Prometheus
Sabato 8 Ottobre 2016, 14.26.47
11
Alcuni passaggi li ho trovati eccelsi, altri un po' sbrodolosi.
galilee
Venerdì 7 Ottobre 2016, 13.42.19
10
Ho solo il primo disco. Band ottima. Per ascoltatori pretenziosi e poco superficiali.
Ricky
Venerdì 7 Ottobre 2016, 13.11.21
9
è vero non ci sono mezze misure!!!. RR Sono commosso dall’entusiasmo che ci metti ma proprio non ce la faccio. Prometto di ascoltarlo tutto anzi di farlo ascoltare all’Ufficio intero con il rischio di prendere una cucitrice in fronte. Questa volta passo!!!
DanieleCG
Venerdì 7 Ottobre 2016, 10.22.29
8
Terzo album, terzo buco nell'acqua. Doom sdolcinato e fin troppo "dilatato"; non so come possa piacere una lagna del genere. I violini e le chitarre sono piattissimi, per non parlare della produzione che fa pietà; i brani sono eccessivamente lunghi e soporiferi. I subrosa copiano pari pari le vecchie band gothic dei primi anni 90, alleggerendo tutto, tanto che non rimane niente. Altra band con fanciulla alla voce che cerca di coprire una totale mancanza di identità.
Flv
Venerdì 7 Ottobre 2016, 10.19.50
7
concordo sull'italiano de Il cappio ,forse a noi puo' strappare un sorriso . Ma per il resto un grandissimo disco ,veramente avvolgente nelle sue atmosfere magiche e malinconiche . Tra i dischi piu' belli di questo 2016
Devilution
Venerdì 7 Ottobre 2016, 10.07.34
6
Un pelo inferiore al precedente (che era immediatamente più fruibile), comunque la prova che la stregoneria esiste ed è esclusiva dei SubRosa. Peccato che per cantare un testo in italiano di un minuto non ci si sia sforzati di seguire una dizione decente.
Ubik
Venerdì 7 Ottobre 2016, 8.27.57
5
Grande disco, una garanzia
Flv
Venerdì 7 Ottobre 2016, 7.24.05
4
ottimo ritorno , band veramente intensa
Slow
Venerdì 7 Ottobre 2016, 4.29.10
3
Basta leggere il capoverso finale della rece per chiudere tutto e fiondarsi al recupero.
Graziano
Giovedì 6 Ottobre 2016, 22.24.19
2
Pensavo di conoscerli solo io.. Fa piacere vedere qualcuno che li apprezzi. Ottimo.
andrea fvg
Giovedì 6 Ottobre 2016, 19.40.03
1
dato che non sarei affatto obiettivo, mi astengo dai commenti per non perdere del tutto la mia dignità. no, a parte scherzi, altro capolavoro, madonna che roba! ho bestemmiato gli dei di tutte le religioni per non essere riuscito ad andare a bologna la settimana scorsa (coi sinistro poi, altro gruppone che adoro) ma mi era letteralmente impossibile... spero proprio che tornino presto a distanza avvicinabile, DEVO esperirli dal vivo. anzi, fosse possibile pagherei tre stipendi per tutti e tre gli ultimi album suonati per intero vorrei anche ringraziare il bravissimo Red per la sua recensione impeccabile e scritta splendidamente! auguriamoci che simili gruppi non cadano nelle grinfie dei female fronted metal fans!
INFORMAZIONI
2016
Profound Lore Records
Doom
Tracklist
1. Despair Is a Siren
2. Wound of the Warden
3. Black Majesty
4. Il Cappio
5. Killing Rapture
6. Troubled Cells
Line Up
Rebecca Vernon (Voce, Chitarra)
Sarah Pendleton (Violino, Voce)
Kim Pack (Violino, Voce)
Levi Hanna (Basso)
Andy Patterson (Batteria)
 
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