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The Cult - The Cult
29/10/2016
( 2672 letture )
Solidissime radici blues a innervare un tronco monumentalmente zeppeliniano e, sui rami, succulenti frutti in cui far convivere miracolosamente l’hard rock con propensioni commerciali rigorosamente d’autore. Si era chiuso più o meno così, con un albero dai connotati unici e riconoscibilissimi, nell’intricata rock foresta, il decennio d’oro dei Cult. Figlio di quel gigantesco calderone post punk ottantiano da cui si stavano sprigionando vapori destinati a solidificarsi successivamente in legioni di generi diversi, il quartetto inglese aveva fin dal debut Dreamtime puntato tutte le sue carte su intelligenti e mai debordanti contributi gothic e psichedelici, incastonandoli però in una struttura in cui il rock mantenesse una funzione unificante (il parallelo con gli esordi degli U2 rende al meglio la prospettiva).
I semi gettati da quell’opera prima sarebbero germogliati con una velocità sorprendente, regalando una triade spettacolare che, nel corso di un solo quinquennio, avrebbe proiettato la band nell’empireo del successo e delle vendite, in un’epoca in cui, per entrare in una classifica puntando a una collocazione se non altro dignitosa, bisognava contarli a milioni, i vinili venduti. Love, Electric e Sonic Temple, sia pur in un ordine qualitativo variamente declinato a seconda delle sensibilità (personalmente ho sempre assegnato l’Oscar al primo, complice una maggiore propensione agli effetti “multicolori”, dalle onde newaveggianti di Big Neon Glitter alle sabbie roventi sollevate in turbine da Phoenix, ma sono altrettanto valide le devozioni per le atmosfere AC/DC o Led Zeppelin rievocate rispettivamente dal secondo e dal terzo vertice della triade), hanno davvero segnato un’epoca e persino le radio mediamente più impermeabili alle sonorità rock capitolavano una dopo l’altra a fronte del rilascio in serie di singoli esplosivi che intimavano l’immediata inclusione in scalette spesso paludate.

Venerati da non pochi, apprezzati da molti, rispettati praticamente da tutti, i Cult giungevano così al giro di boa del decennio con la certezza di poter contare su un futuro che sembrava già di fatto appartenergli, eppure… Eppure in silenzio, sottotraccia, almeno un paio di circostanze stavano in realtà erodendo il terreno e le fondamenta su cui i Nostri avevano innalzato monumenti così maestosi; innanzitutto, l’heavy metal era uscito definitivamente dall’adolescenza drenando devozioni sempre più consistenti dal pianeta hard rock e, come se non bastasse, la scintilla grunge scoccata a Seattle indicava nuove, possibili declinazioni delle contaminazioni figlie di quel post punk di cui gli stessi Cult erano stati alunni. Semplice coincidenza o inequivocabile segno del destino, il bimestre agosto/settembre 1991 si incaricava di marchiare a fuoco le sorti dei gruppi che in quel breve lasso di tempo avevano rilasciato i rispettivi cimenti, col risultato che mentre Nevermind e Ten deflagravano in forma di boato lanciando in orbita Nirvana e Pearl Jam, un lavoro come Ceremony finiva per confinare il quartetto di Bradford in una sorta di limbo anonimo, complice un ricorso a forme e ritmi che parevano improvvisamente figlie di ere geologiche inesorabilmente chiuse. Se a questo aggiungiamo lo stato non sempre idilliaco dei rapporti tra i due dei ex machina della band (nonché unici punti fermi di una line up per il resto ad altissimo tasso di rotazione), Ian Astbury e Billy Duffy, si capisce subito come, nel giro di un solo biennio, la gloria del passato stesse evaporando con preoccupante rapidità.

L’irreversibilità del processo sarebbe stata sancita ufficialmente con lo scioglimento del 1995, ma prima di quella data fatale i ragazzi avrebbero provato a librarsi in volo con un ultimo battito d’ali, regalando un album che critica e pubblico dimostrarono subito di non comprendere, relegandolo presto nel dimenticatoio con lo stigma dell’inequivocabile fine corsa per la gloria della band. Ed è un peccato, perché The Cult è tutt’altro che un lavoro disprezzabile, anzi, ambisce a collocarsi piuttosto in una fascia di eccellenza che non teme confronti con la trinità del decennio precedente.
Richiamato in tutta fretta Bob Rock alla produzione e affidato il basso a un gothic titano del calibro di Craig Adams (The Sisters of Mercy, The Mission), i Nostri scelgono di accettare la sfida lanciata dal dilagante movimento grunge, lasciando filtrare riflessi e richiami della nuova poetica senza però rinunciare alle basi rigorosamente rock della propria storia. Il risultato è un platter molto più intimamente “vissuto” rispetto ai loro standard e che, se pure all’epoca dell’uscita è passato quasi inosservato, schiacciato da quelli che allora sembravano compromessi, oggi invece rivela tutta la sua modernità e avanza a buon titolo la propria candidatura a una doverosa riscoperta. Gli assi intorno a cui si organizzano le dodici tracce sono gli stessi che hanno fatto la fortuna dei precedenti lavori, a cominciare dal timbro vocale di un singer unico nel panorama con le sue punteggiature acidamente sgraziate a graffiare strutture ad alto tasso melodico, per finire con la prova di un Duffy sempre mostruoso in termini di fulmineità ed essenzialità nel piombare sulla scena a colpi di riff incendiari; stavolta i registri toccati sono più ampi, alternando la classica immediatezza hard rock con ampie volute sature di malinconia e immerse in atmosfere caliginosamente sfumate.
È dunque oltremodo difficile ipotizzare un unico motivo che abbia nuociuto alle prospettive di successo della prova, perché se è vero che al lotto manca la punta di diamante da declinare in modalità hit (in questo Star e Be Free, pur se formalmente confezionate con tutti i crismi adatti all’uopo, mancano alla grande l’obiettivo, soprattutto se paragonate a supernove del calibro di Rain, Revolution o Lil’ Devil), è altrettanto vero che The Cult si rivela nei fatti una miniera inesauribile di spunti e suggestioni, a cui si possono abbeverare spiriti dalle pulsioni più disparate. Le sabbie irrorate dai rivoli acidi dell’opener Gone, per esempio, prendono vita grazie a un caleidoscopio di distorsioni su cui si innestano insospettate ascendenze jazz, mentre la successiva Coming Down (Drug Tongue) completa il tour lisergico dando modo alla voce di Astbury di spaziare per tutto il suo sterminato spettro, dai colori più caldi delle strofe fino agli arcobaleni quasi gracchiati del ritornello, limati per controcanto dallo scoccare dei sonagli del tamburello (altro marchio di fabbrica della casa ben speso, nella circostanza).
I primi brividi arrivano però con Real Grrrl, che parte con velleità melodicamente pacate per approdare in fretta a una dimensione solcata contemporaneamente da ritmo e inquietudini dark, per un esito che non avrebbe sfigurato in nessuno dei tre sacri lavori eighties della band. Bisogna dunque arrivare alla quarta traccia per trovare gli echi di quel grunge alla cui seduzione i critici dell’epoca si sono aggrappati per invocare il fallimento dell’intero progetto, ma i Cult si affacciano sul nuovo mondo con un timbro assolutamente personale, immergendo Black Sun in un involucro blues che li porta lontanissimo da qualsiasi ammiccamento ruffianeggiante e regalando un pezzo capace ancora oggi di smuovere membra nel frattempo compassate causa aggiunta di oltre venti cerchi nei tronchi. L’incalzare del basso di Adams, unito a improvvisi fremiti tribalistici di Scott Garrett alle pelli, offre a Naturally High riflessi vagamente esotici per gli standard del quartetto, mentre l’inafferrabilità dell’album rimane la cifra stilistica predominante grazie a una traccia come Joy, letteralmente spaccata in due tra un’ossatura di scuola Doors (splendido il lavoro di Scott Humphrey in modalità Ray Manzarek alle tastiere) e improvvise scosse elettriche degne dei migliori passaggi di Love.
Detto di un’assolutamente godibile Sacred Life (al netto di un testo che immaginiamo abbastanza banale e stucchevole, alle orecchie dei cobainiani più ortodossi), la coppia Universal You/Emperor’s New Horse riporta le lancette del tempo alle fascinazioni seventies da sempre nel bagaglio artistico della band, con la seconda ad accompagnare ipotetici viaggi su un'assolata Interstate tra Arizona e New Mexico. Mancava un ultimo tassello per impreziosire davvero il viaggio ed eccolo, il fuoco d'artificio finale, Saints Are Down, sette minuti all'intersezione dei confini tra gothic, rock, blues e grunge sulla falsariga di Black Sun ma con l'aggiunta di una spettacolare componente notturna che conferisce all'intero platter la definitiva patente di memorabilità. Una melodia struggente, un equilibrio impeccabile tra spazi vuoti ed esplosioni di energia, dissolvenze, sciabordii space rock che si infrangono contro pareti sinuosamente sfuggenti, non c'è un solo dettaglio che non abbia una vista sulla dimensione del capolavoro, per una ballad che entra di diritto nel pantheon della discografia dei Cult.

Affondato in fretta negli anfratti polverosi di molte cantine quando non passato del tutto inosservato agli occhi di chi lo riteneva troppo o troppo poco coraggioso a seconda del prisma dietro cui inquadrarlo, The Cult è un album che attesta l'insondabilità del fato musicale quando la tempistica di un rilascio collide con lo spirito mainstream delle varie epoche. A oltre vent'anni di distanza, nel trascolorare delle passioni figlie di quel tempo, è ora di rendere il giusto tributo all'atto che ha chiuso la fase eroica della storia dei Cult.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
77.25 su 4 voti [ VOTA]
Andy
Lunedì 18 Settembre 2017, 19.52.57
9
....vi manca la recensione del vero lavoro maturo della band....quel ceremony dedicato agli indiani d'america contenente veri capolavori spirituali di hard rock soprafino....spero rimediate al piu' presto
Andy
Lunedì 18 Settembre 2017, 19.47.45
8
a mio avviso questo album ha decretato la fine compositiva della band...ad eccezzione del buonissimo e moderno sucessivo beyond good &evil la band non e' piu' riuscita, ad oggi, a partorire niente di ammaliante e trascinante...the cult ha dei brani veramente orrendi che non centrano niente con i tre album precedenti che in campo hard rock avevano decretato la vera maturita' compositiva della band....non mi spiego ancor oggi il perche' di questa totale defaiance compositiva...forse hanno voluto troppo cavalcare il cambiamento o forse la vena composditiva si e' interrotta improvvisamente....peccato perche' fin dai primi anni 80 la band ha rappresentato un era musicale!
zakyzar
Sabato 6 Maggio 2017, 12.42.49
7
CAPOLAVORO capolavoro capolavoro ....passo e chiudo ..voto 93
P2K!
Martedì 28 Marzo 2017, 13.32.32
6
Ripeto che reputo questo album un signor disco, molto bello e stimolante (visto il cambio sonoro inatteso). Ma se a questo disco viene dato 87 a Love e Electric bisognerebbe dargli (rispettivamente) 100 e 95
VomitSelf
Venerdì 4 Novembre 2016, 14.14.24
5
Nonostante la non calda accoglienza di critica (con le solite accuse di essere saltati sul carrozzone del grunge ecc) e pubblico al tempo, a me questo album è sempre piaciuto. Non quanto "Love" e "Sonic Temple" ma comunque ha dalla sua grandi canzoni. Sono anni che non lo riascolto, e questa recensione mi ha invogliato a farlo Il mio voto è un bel 75.
Fra
Venerdì 4 Novembre 2016, 14.13.27
4
Recensione impeccabile. Bassi i voti di Love ed Electric però.
Flv
Giovedì 3 Novembre 2016, 11.10.55
3
I Cult sono la fenice che rinasce dalle proprie ceneri : Questo disco piu' che nel filone grunge all'epoca fu accostanto alla scena alternative pop e qualcuno tiro' in ballo pure gli U2 per via dell'immagine totalmente rinnovata , piu' glamour che mai .Ma l'anima della band e' rimasta semrpe la stessa nella tempesta creativa mai doma che ha caratterizzato la loro carriera fenomenale . Forse non e' tra i miei preferiti ma e' un disco piu' che buono uscito nel momento peggiore che il genere abbia mai passato .
P2K!
Domenica 30 Ottobre 2016, 13.58.43
2
Che discone! Ricordo che all'epoca veniva visto storto perché ritenuto opportunista nel suonare "grunge"(?!), quando il grunge (genere inesistente) qua non era di casa. "Real girrrrl", "Black Sun", "Joy", "Star", "Sacred Life", " Be Free", "Saints are Down" meriterebbero di stare a pieno titolo in scaletta nei loro concerti, mentre invece sono quasi sempre ignorati perchè facenti parte di un disco ingiustamente bollato come flop, e dalla critica, e dal pubblico, e dalla band stessa. Per me merita il voto dato dal recensore.
InvictuSteele
Sabato 29 Ottobre 2016, 12.46.06
1
Che band maestosa e che classe infinita. Secondo me i Cult non sono mai stati capiti dai più, tanto da essere sempre stati sottovalutati, quando invece sono riusciti a saltare da un genere all'altro senza perdere anima e con risultati eccezionali. Questo album giunge in un periodo particolare, l'hard & heavy è schiacciato da altri generi e perciò la band cerca di adattarsi ai tempi reinventandosi di nuovo dopo il bellissimo e più classico Ceremony. Non credo sia un album da 87, sicuramente molto buono, ma non così eccelso. Molti lo considerano un capolavoro e allora potrebbero concordare col voto della rece, io personalmente invertirei le cifre: 78
INFORMAZIONI
1994
Beggars Banquet
Hard Rock
Tracklist
1. Gone
2. Coming Down (Drug Tongue)
3. Real Grrrl
4. Black Sun
5. Naturally High
6. Joy
7. Star
8. Sacred Life
9. Be Free
10. Universal You
11. Emperor's New Horse
12. Saints Are Down
Line Up
Ian Astbury (Voce)
Billy Duffy (Chitarra)
Craig Adams (Basso)
Scott Garrett (Batteria)
 
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