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Akercocke - The Goat of Mendes
29/10/2016
( 740 letture )
La figura del Baphomet, il celebre caprone con fattezze antropomorfe frequentemente associato con Lucifero, è molto utilizzata e "celebrata" in campo metal, come abbiamo analizzato qui, benché probabilmente non tutti ne conoscano le origini precise: in principio, il Baphomet era infatti un idolo che i Cavalieri Templari furono accusati di adorare come divinità, quando venne celebrato il famigerato processo intentato contro di loro dall'Inquisizione, su impulso del monarca francese Filippo il Bello, all'inizio del XIV secolo; l'etimologia del nome non è chiara e, considerando il fatto che esso fu estorto sotto tortura, è tranquillamente possibile che si sia trattato di una semplice onomatopea o di un errore di trascrizione (altri, invece, lo hanno associato ad una deformazione del nome del Profeta Maometto o di quello della bestia Behemoth del libro di Giobbe). Ciò nonostante, la figura del Baphomet è divenuta piuttosto utilizzata in occultismo, tanto che l'iconografia del caprone assiso in trono si deve all'esoterista parigino Eliphas Lévi, che la elaborò solo a metà del XIX secolo; nella sua idea, il Baphomet non era una figura satanica, ma anzi costituiva una rappresentazione della totalità dell'Universo, in quanto univa in se stesso elementi umani ed animali, maschili e femminili, benigni e maligni e così via. Fra le varie definizioni utilizzate da Lévi, una delle più celebri era quella di “Capra di Mendes”, nomignolo derivante probabilmente dalle Storie di Erodoto, nelle quali si narra di una divinità avente fattezze miste capro-umanoidi venerata appunto nella città egiziana di Mendes (anche nota come Djedet).

Cosa c'entra questa lunga introduzione con il disco in questione? Semplice, esso è intitolato proprio The Goat of Mendes e, al contrario di diverse band che hanno utilizzato la figura del Baphomet un po' a sproposito, i musicisti qui chiamati in causa, i londinesi Akercocke, hanno decisamente studiato la lezione; chi conosce questo gruppo, del resto, sa che fin dall'esordio, avvenuto nel 1999 con l'emblematico Rape of the Bastard Nazarene, questi elegantissimi artisti, noti per suonare in giacca e cravatta sul palco, si sono resi protagonisti di canzoni particolarmente oscure ed oppressive, nonché di testi decisamente sopra la media. The Goat of Mendes è solo il loro secondo album e, se da un lato non ha ancora sviluppato appieno quel devastante connubio, evidentissimo nel micidiale Choronzon, fra testi ricolmi di invocazioni ad entità disparate e musiche brutali ed atmosferiche al tempo stesso, mostra comunque tutte le potenzialità di Jason Mendonça e soci: lo stile di questo lavoro è un po' a metà fra death e black, in una particolare mistura che ricorda vagamente quella dei Behemoth e che, forse, ad alcuni piacerà addirittura di più rispetto alle inquietanti parti strumentali di Choronzon e dell'altrettanto bello Antichrist: l'apertura è affidata alla simpatica Of Menstrual Blood and Semen, nella quale il cantante chitarrista si alterna fra growl e scream con indifferenza, mentre contribuisce con i suoi compagni (specialmente con il sottovalutatissimo batterista David Gray) a creare un sottofondo musicale di devastante potenza. C'è naturalmente il tempo per una parte più lenta e funerea, nella quale i musicisti, da sempre cari anche alle tematiche della magia sessuale di stampo crowleyano, inseriscono anche i mugolii di una gentildonna evidentemente al culmine del piacere fisico. Che inizio, ragazzi...
A Skin for Dancing In si alterna fra parti strumentali più furiose ed altre meno violente, con tanto di fulminanti assolo vagamente slayeriani, mentre le melodie vocali tessono tanto parti in growl quasi impercettibile, quanto evocazioni ad entità che comprendono Demogorgon, Ahriman (no, non il chitarrista dei Dark Funeral), ma anche Shemhamforash, termine utilizzato nella Cabala Ebraica per designare i nomi di Dio. La passione per le invocazioni e le litanie, del resto, ha caratterizzato la storia degli Akercocke, i quali naturalmente non possono che piazzarne una anche in The Goat of Mendes, rispondente al nome di Betwixt Iniquitatis and Prostigiators; per la verità, tracce strumentali future come la lugubre Prince of the North appariranno decisamente più riuscite di questo interlocutorio passaggio del secondo album della band inglese. Viene dunque il turno di Horns of Baphomet, decisamente più intrigante nel suo incedere inizialmente meno veloce, che poi prende improvvisamente il via dopo i due minuti, sfoderando un'altra splendida prestazione del batterista, ma anche del solista Paul Scanlan. Tecnicamente, del resto, siamo su livelli molto più alti di quanto le parti più rapide e black del disco possano far pensare ad un primo ascolto. Ne è un ulteriore esempio l'intricata Masks of God, che cambia pelle più volte come un serpente (magari quello di biblica memoria, per restare in tema)...e, guarda caso, la traccia successiva si intitola proprio The Serpent! Fra l'altro, è probabilmente la traccia più tipicamente black presente su The Goat of Mendes, con parti strumentali semplicemente mozzafiato, benché non rinunci ai soliti rallentamenti con tanto di invocazioni anche in latino. Dopo un brano così veloce e privo di compromessi, intelligentemente, la band piazza un intermezzo sorprendentemente calmo, affidato al violoncello del tastierista Martin Bonsoir, che ci augura così una buona serata (battuta ignobile, ne sono cosciente). D'altro canto, Infernal Rites rimette subito le cose in chiaro riportandoci su lidi velocissimi, come sempre ben interpretati dalla band a livello corale. C'è anche il tempo per riff più squadrati e di scuola death, come nella granitica He is Risen, dove le linee vocali del frontman ricordano più che mai quelle dei primissimi Cannibal Corpse. Ci avviciniamo verso la conclusione, nella quale possiamo in tutta sincerità skippare la non memorabile Breaking Silence e l'oscura intro strumentale Initiation per concentrarci su Ceremony of the Nine Angles, brano di chiusura: l'inizio è più melodico ed atmosferico ed il brano vero e proprio esplode progressivamente, con inserti affidati anche ad un interessante controcanto femminile, che si sposa sorprendentemente bene con lo scream feroce di Mendonça.

The Goat of Mendes è un concentrato di satanismo, violenza musicale, atmosfere morbose e parti atmosferiche davvero interessante; come detto, tuttavia, le parti atmosferiche sono ancora un po' troppo banali e gli Akercocke faranno decisamente di meglio nei lavori successivi, raggiungendo una capacità davvero peculiare di coniugare pesantezza e melodie morbosamente affascinanti. Al tempo stesso, in qualche passaggio le linee vocali del frontman sembrano davvero un po' troppo uguali fra loro, il che non sempre aiuta i vari brani a mantenere una identità propria. C'è insomma qualche sbavatura, motivo per cui non ci troviamo d'accordo con David Gray, che ritiene questo album il migliore mai composto dalla sua band. Si potrebbe legittimamente obiettare: sua la musica, sua la preferenza e sarebbe un'obiezione corretta. In ogni caso, sebbene Choronzon, Antichrist ed anche Words That Go Unspoken, Deeds That Go Undone costituiscano lavori meglio strutturati, The Goat of Mendes meriti un ascolto molto attento.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
87.5 su 2 voti [ VOTA]
No Fun
Martedì 28 Agosto 2018, 17.07.40
1
Bella recensione e gran disco. L'ho comprato dopo essere stato sorpreso da Choronzon. Quando c'è il growl mi sembra come se Chris Barnes stesse cantando per i Celtic Frost. Sembrano essere un gruppo che si diverte molto a fare quello che fa, mi piacerebbe vederli dal vivo (in realtà, non so se suonano ancora, boh). Che razza di titoli ho aggiunto una lettera davanti alla A del nome della band se no ogni volta che inserivo la chiavetta con la musica in macchina mi compariva in grande il titolo della prima canzone sul lettore... può essere imbarazzante...
INFORMAZIONI
2001
Peaceville Records
Death / Black
Tracklist
1. Of Menstrual Blood And Semen
2. A Skin For Dancing In
3. Betwixt Iniquitatis And Prostigiators
4. Horns Of Baphomet
5. Masks Of God
6. The Serpent
7. Fortune My Foe
8. Infernal Rites
9. He Is Risen
10. Breaking Silence
11. Initiation
12. Ceremony Of Nine Angles
Line Up
Jason Mendonça (Voce, Chitarra, Tromba)
Paul Scanlan (Chitarra, Clarinetto)
Martin Bonsoir (Tastiera, Violoncello)
Peter Theobals (Basso)
David Gray (Batteria)
 
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