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Glenn Hughes - Resonate
03/11/2016
( 2921 letture )
Se esiste un musicista al Mondo che non ha davvero il rispetto che merita, quello è Mr. Glenn Hughes. Sì, ormai da anni si fregia del titolo di "Voice of Rock", ma se poi si stilano le consuete liste dei "migliori cantanti", quanti vanno a ricordarsi del buon inglese trapiantato a Los Angeles? Sempre troppo pochi. D’altra parte se le cose stanno così, purtroppo, Hughes può ringraziare solo sé stesso e quei quasi quindici anni buttati nel vortice della droga che troppo spesso lo hanno tenuto lontano dai palchi che avrebbe meritato e ne hanno danneggiato irreparabilmente credibilità e consacrazione nell’Olimpo degli Dei del Rock. Questo ovviamente a discapito di una voce semplicemente incredibile, senza ombra di dubbio una delle più belle e talentuose di tutti i tempi e con ancor meno dubbi la miglior conservata della propria generazione, ancora oggi su livelli assolutamente proibitivi per estensione, calore, versatilità e potenza dalla quasi totalità dei cantanti odierni. Dopo anni passati a recuperare il tempo perso tra dischi solisti e infinite collaborazioni, sembrava che agganciando il treno dei Black Country Communion, il momento della consacrazione per il nostro eroe fosse finalmente arrivato; purtroppo, la rottura del sodalizio con lo straordinario Joe Bonamassa ha riportato la situazione quasi al punto di partenza, con altri progetti (come i California Breed) che non hanno assolutamente saputo reggere il confronto col recente passato del cantante. Così dopo otto anni dall’ultimo disco solista, First Underground Nuclear Kitchen, il buon Glenn ha deciso di rimettere insieme una formazione e tornare a far parlare di sé attraverso un disco di inediti a proprio nome. C’è da dire che una buona spinta a questa decisione l’ha data l’enorme quantità di date tenute tra il 2015 e il 2016 che per la prima volta hanno visto per il cantante la possibilità di effettuare un tour mondiale a proprio nome che fosse realmente tale, al di fuori dei Deep Purple, con i quali comunque è entrato proprio nel 2015 nella Rock And Roll Hall of Fame.

Cosa aspettarsi da un nuovo album di Glenn Hughes lo sappiamo tutti: un concentrato di hard rock, soul e funk, condotto dalla sua straordinaria voce. A volte quando l’ispirazione funziona davvero il tutto vola su livelli molto alti, come fu recentemente per Return of the Crystal Karma, Soul Mover e Music for the Divine, a volte invece il risultato è un po’ inferiore, pur restando sempre assolutamente nei limiti della buona qualità media. Grosse sorprese non sono previste nell’ascolto, ma questo non significa assolutamente immobilismo sterile, perché spesso dando maggior enfasi sul lato hard della propria ispirazione, piuttosto che su quello soul/funky, vengono fuori piccole grandi perle di musica che chiunque conosca il musicista con un minimo di attenzione sa essere ampiamente nelle corde di questo instancabile artista. Verrebbe quasi da dire che anzi al contrario gioverebbe una minor esposizione, che portasse ad una selezione più dura dei brani da pubblicare a favore di una maggior compattezza di molte sue uscite. Eppure, ancora una volta, Glenn Hughes conferma di essere un artista di livello superiore e nonostante tutti i dubbi che Resonate potrebbe generare a priori, ci troviamo di fronte ad un gran disco, grondante buona o addirittura ottima musica, con punte di vera ispirazione. Un disco se vogliamo di maniera, ma talmente sincero e pieno di passione da far passare in secondo piano il fatto che probabilmente non ci sia un solo riff che non è già stato ampiamente esplorato in passato o soluzione melodica che non abbiamo già sentito in un suo disco precedente. Non c’è modo di rimanere comunque indifferenti a queste undici tracce, che se non offrono sorprese in senso stretto, hanno il pregio di andare a ritirare fuori il meglio di quella che è stata la carriera del cantante: brani che ricordano i Deep Purple, il Glenn Hughes solista e, udite udite, una ampia carrellata di riffoni monumentali che rimandano direttamente ai dischi realizzati assieme al maestro Tony Iommi, in particolare lo straordinario Fused. I salti tra una ispirazione e l’altra sono abbastanza repentini, in effetti, ma la qualità delle tracce resta tale per cui è difficile andare a cercare per forza il pelo nell’uovo. Si segnali inoltre l’ottimo apporto delle tastiere e dell’organo hammond, utilizzato in maniera piuttosto ampia e capace di dare un valore aggiunto a molte tracce, assieme all’ottimo lavoro alle chitarre di Søren Andersen, davvero un signor solista. Per fortuna, le due tracce "peggiori" del disco sono messe subito in apertura, in particolare Heavy, peraltro scelta anche come singolo, che si giova di un riff purpliano al massimo, ma non va oltre il compitino ben fatto. Meglio la seguente My Town nella quale se non altro l'uso del mellotron dona un certo fascino, pur restando nell’ambito di un brano tutto sommato piacevole ma poco più. Prima mazzata nei denti invece arriva con Flow, perfetto connubio tra Black Sabbath e Deep Purple, con un riff pesante come un pontile di cemento armato e l’hammond che sbuca nel ritornello. Pezzo semplice, ma davvero di effetto, con quel break acustico settantiano nel mezzo che fa volare altissimi prima dell’ottimo assolo e il finale in crescendo. Connubio che si ripete con la successiva Let It Shine, che sfodera un nuovo riff potentissimo, stavolta interrotto dall’organo e dal refrain tipicamente soul di marca Hughes. Altro gran pezzo con Steady, più nervosa e aperta da un imperioso riff di organo a cui fa seguito una melodia semplicemente splendida che con un refrain vincente dona al disco un highlight immediato. Il livello non accenna a scendere anche con la successiva God of Money, ancora dominata da un riff mastodontico, dall’organo hammond e da un refrain da mandare immediatamente a memoria. Restiamo su ottimi livelli e con le stesse coordinate con la successiva How Long, altro pezzo di bravura. Arriva la prima ballad con When I Fall, classico pezzo alla Hughes con accompagnamento di tastiera ed organo hammond. Landmines si regge su di un riff funky con un buon piglio, anche se resta nella media senza spiccare particolarmente; un po’ troppo simile al riff di Rockin’ in the Free World, invece, appare quello portante di Stumble and Go, almeno finché l’hammond e l’ottimo lavoro di Andersen non scompigliano le carte in tavola. Chiude il disco Long Time Gone, altro splendido pezzo di bravura di Hughes, che apre in acustico per poi ripartire con uno sviluppo potente, eroico e nostalgico al tempo stesso, con l’amico Chad Smith a scandire il tempo.

Alla fine della corsa, Resonate è un ulteriore tassello in una storia grandiosa quanto travagliata. Glenn Hughes è un musicista splendido, un autore prolifico e capace di ottima qualità e un cantante tra i più grandi di sempre sotto qualunque punto di vista. Il ritorno da solista fa in realtà da preludio all’annunciato ritorno dei Black Country Communion e rischia di rimanere schiacciato dalla maggior fama del progetto, ma sarebbe un vero peccato derubricarlo come "l’ennesimo" album di Glenn Hughes. Anche se le carte sul tavolo sono più o meno le stesse di sempre, Resonate, fatta parziale eccezione per i primi due brani, comunque piacevoli, è un signor album di hard/funk rock, con una qualità media davvero ineccepibile e molteplici momenti di puro piacere auditivo. Far passare in secondo piano un lavoro del genere sarebbe un vero peccato e l’ennesimo atto di sottovalutazione di un grande artista. Non è un capolavoro, questo sia chiaro e dichiarato, ma sono davvero pochi i contemporanei di Glenn Hughes, a potersi permettere di uscire oggigiorno con un disco di questa qualità. Soldi ben spesi e attenzione più che meritata, doverosa.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
90.4 su 10 voti [ VOTA]
daniele
Venerdì 27 Dicembre 2019, 18.00.40
12
grande Glenn. Sono daccordo con la recensione. Un Signor cantante e musicista che mi fa restare ancorato alla musica che più amo. Giù il cappello
jaw
Mercoledì 6 Dicembre 2017, 17.19.42
11
Errore di battirura precedente come tanti
jaw
Mercoledì 6 Dicembre 2017, 16.55.15
10
Sono d accordo con il voto. Glenn puo cantare di qualsiasi cosa, se c entra il brano. Vi e' mai capitato di ascoltare Standing on the rock?
Rob Fleming
Sabato 19 Novembre 2016, 17.22.06
9
Album più che discreto. Quello che ho apprezzato di più è l'uso finalmente come si deve delle tastiere (cosa che non veniva mai fatto nei BCC): Lachy Doley è un solista veramente spettacolare e Søren Andersen non è da meno. Così emerge Steady ove in un minuto condensa due decadi. Una curiosità che raramente si ricorda. Glenn Hughes è diventato "The Voice of Rock" nel '91 grazie alla sua prestazione vocale in "America, What Time Is Love?" dei KLM. Cioè quanto di più lontano dal rock che si possa immaginare. Insomma, un gruppo dedito alla dance elettronica gli ha probabilmente salvato la vita rimettendolo in pista e convincendolo a ripulirsi. 75
Mix
Venerdì 18 Novembre 2016, 19.23.05
8
Caro Glenn, sei sempre un mito, anche questa volta hai composto un gran bel disco. Armonie vocali e arrangiamenti curati che mi danno sempre la certezza che non sarò deluso. Personalmente ti preferisco in questa veste un po' più hard con una bella produzione che mette in risalto le tue radici stando comunque al passo coi tempi. Spero di rivederti presto in tour, sarei venuto di sicuro a Trezzo, ma sono sicuro che ci sarà un'altra occasione.
Maz
Domenica 13 Novembre 2016, 20.54.21
7
Ho ultimato l'ascolto adesso....devo dire che l'album mi è piaciuto parecchio e anche se non digerisco tantissimo le tastiere, quest'ultime sono utilizzate in modo fantastico insieme a riff azzeccatissimi.....come è già stato detto la voce di Glenn è super come sempre....fino a prova contraria stiamo parlando della "Voice of Rock" per eccellenza.....anche a me spiace tantissimo per l'annullamento dell'intero tour e per l'idea che mi sono fatto credo che questa volta sia stato vittima degli altri che gli hanno tirato un pacco mostruoso....lo dico anche da grande fan di lunga data dei Living Colour.....vederli insieme a Glenn Hughes sarebbe stato un sogno......vederli presentare il tour con gli Alter Bridge un po' mi delude......stay rock
5150 EVH
Venerdì 11 Novembre 2016, 11.15.39
6
Non mi convince del tutto ... Meglio la seconda parte dell album ... In certe canzoni strilla troppo e non è la prima volta .
Metal Shock
Venerdì 11 Novembre 2016, 7.19.27
5
Gran bell`album che tira fuori Glenn! Ancora una volta dimostra che la definizione di Voice of rock e` meritata, perche` alla sua eta` cantare cosi` sono in pochi, e a differenza di Rob qui sotto penso che CANTI ancora divinamente. Il disco si snoda tra brani con riff molto pesanti, quasi alla Sabbath, ed altri piu` hard rock con quell`hammond che mi fa andare in paradiso, piu` le sue influenze funk. Un disco che si attesta sul 80/85 ed uno dei migliori dell`anno in ambito hard rock (da rimarcare la quantita` industriale di commenti per una leggenda come Hughes......)
Luigi
Mercoledì 9 Novembre 2016, 16.19.28
4
Io l'ho sempre preferito da solista, forse per il blasone mediatico che può creare una vera band, ma tutta la vita da solista! Un uso massiccio di tastiere quasi non si sentiva dai tempi dei Purple, per certi versi un po stona per quanto mi riguarda, in base alla produzione recente sotto il nome Glenn Hughes. In oni caso promosso a pieni voti 80/100
SadWings
Domenica 6 Novembre 2016, 11.19.00
3
Sinceramente l ho trovato molto riuscito questo lavoro di glenn e probabilmente è un netto passo avanti rispetto alle sue ultime prove con i calfiornia breed , black country comunion e il suo orecendente abum solista.
Rob Fleming
Venerdì 4 Novembre 2016, 11.51.59
2
Questa è una bella recensione. Dice le cose come stanno; non si sbrodola in complimenti eccessivi; sintetizza l'opera di Hughes in modo egregio. L'album l'ho appena preso e quindi evito di entrare nel dettaglio. Rilevo che, paradossalmente, la sua voce si potrebbe essere mantenuta più che buona proprio a causa del black-out di 15 anni (77-92) in cui avrà tra il sì ed il no cantato in 5/6 album evitando quanto possibile tour. Sono tra gli estimatori di Hughes (a casa penso di avere una cinquantina di album in cui compare in proprio o ospite), ma mi rendo conto che ultimamente compro i suoi cd per inerzia. Per i miei gusti "urla" troppo. La sua assoluta GRANDEZZA consisteva, a mio avviso, nei chiaroscuri. In Medusa (la canzone, ma tutto l'album mette i brividi) è in grado di uccidere l'ascoltatore con un sussurro; in You Keep on Moving vola altissimo, limpido e potente. Dopo la rinascita in Burning Japan Live del '94 spazza via il 90% degli screamers. E' vero che dagli ultimi Live sono passati 20 anni, ma la differenza è enorme ed incontestabile. Ora sembra essere intenzionato solo a mostrarci quanto sia in grado di andare alto, aggressivo o modulare la sua voce in modo alcune volte fine a se stesso e un po' mi spiace. Inoltre, ma questi sono gusti personalissimi, ritengo che negli ultimi 20 anni dia il meglio quando canta canzoni scritte da o con altri (vedi Iommi; John Lynn Turner; Mollo, Galley...) rispetto al suo materiale. E allora perché continuo a spenderci soldi? Ma perché è Glenn Hughes!
LORIN
Giovedì 3 Novembre 2016, 18.41.24
1
Album molto bello e della sua voce che dire se non: INCREDIBILE! Davvero peccato per il concerto, speriamo si riorganizzi e venga in Italia tra un po.
INFORMAZIONI
2016
Frontiers Music
Hard Rock
Tracklist
1. Heavy
2. My Town
3. Flow
4. Let It Shine
5. Steady
6. God of Money
7. How Long
8. When I Fall
9. Landmines
10. Stumble and Go
11. Long Time Gone
Line Up
Glenn Hughes (Voce, Basso, Chitarra Acustica, Cori)
Søren Andersen (Chitarra)
Lachy Doley (Tastiera)
Pontus Enborg (Batteria, Percussioni)

Musicisti Ospiti
Chad Smith (Batteria su tracce 1,11)
 
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