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Behemoth - Zos Kia Cultus (Here and Beyond)
05/11/2016
( 2680 letture )
For I am I: ergo, the truth of myself; my own sphinx, conflict, chaos, vortex - asymmetric to all rhythms, oblique to all paths. I am the prism between black and white: mine own unison in duality (Austin Osman Spare)

Difficile, nella ricca discografia dei Behemoth, prescindere totalmente da un album quale Zos Kia Cultus (Here and Beyond). Altrettanto difficile è anche trattare di Zos Kia Cultus prescindendo dall’occultismo che ne permea i contenuti e, in particolare, da Austin Osman Spare, artista ed occultista britannico a cui Nergal e soci appaiono rendere omaggio fin dal titolo della loro opera sesta (nonché nel testo dell’omonimo brano), utilizzando proprio il termine coniato dall’amico Kenneth Grant per descrivere la filosofia magico-religiosa di Spare.
L’ispirazione a tale oscuro mondo, infatti, appare evidente anche ai fruitori maggiormente ‘profani’ e lontani da queste tematiche fin dal semplice artwork di copertina, dove compare un classico Bafometto, che ad un occhio attento appare chiaramente incarnato dallo stesso frontman Nergal, come dimostrano alcuni dei suoi celeberrimi tatuaggi presenti nell’immagine, essi stessi non scevri da rimandi a personalità dell’occulto quali Aleister Crowley e John Dee o ad opere quali il Leviathan o la stessa La Mónada Jeroglífica. È solo tuttavia addentrandoci nelle viscere del platter e scorrendo tra le sue tracce più note (As Above So Below e No Sympathy for Fools su tutte), che appare evidente quanto, sia musicalmente che contenutisticamente, i Behemoth abbiano voluto lavorare di fino prima di portare alle stampe questo album.

Fin da un primo ascolto, i fan di più antica data del combo di Gdańsk già all’epoca rimasero ulteriormente perplessi dalla svolta stilistica, evidente ma matura, presente e riconfermata in Zos Kia Cultus. Superata l’opener Horns ov Baphomet, intrigante e deliberatamente armonizzata dietro le sue intro quasi industrial e i mid-tempo, ma dove chitarre e vocals sanno già perfettamente dire la loro, la carneficina ha difatti inizio dalla successiva Modern Ïconoclasts, dove viene chiarita la proposta dei Behemoth in questa sede: un blackned death serrato, dalle ritmiche mai dome, in grado, pur rimanendo piuttosto saldamente lontano dal rivoluzionare il genere, di palesarsi all’ascoltatore come studiato e perfezionato fin nei dettagli, mantenendosi così decisamente coinvolgente per la sua intera durata. A fungere da fil rouge, due pilastri portanti: il primo, il drumming del virtuoso Inferno, efficacissimo e versatile nelle sue soluzioni, massiccio e dinamico, capace di non scendere mai a compromessi, nonostante i tempi spesso al limite, come dimostrato per esempio nella celebre e già citata No Sympathy for Fools. L’altro, e non servirebbe nemmeno ricordarlo, è rappresentato dalla voce di Nergal che, con il suo growl oramai facilmente riconoscibile, si impone per la sua devastante potenza lungo l’intero full-length, vomitando con furia su chi ascolta i testi, da lui stessi scritti (che, oltre che allo Zos Kia Cultus, includono diversi rimandi al Thelema di Crowley, nonché a temi quali la cabala e le divinità egizie) con l’eccezione di No Sympathy for Fools, curata dal chitarrista Havoc. Non passa certo inosservato nemmeno quest’ultimo, alla sua finale apparizione in un full-length di casa Behemoth vista la sua fuoriuscita prima della pubblicazione di Demigod, il quale, a lato dello stesso Nergal e dei suoi assoli, va ad arricchire e consolidare i brani del lotto con un gran lavoro di chitarra, dai riff non particolarmente tecnici ma decisamente solidi sulla lunga distanza, che spesso appare avere un sound ‘egizio’ del tutto simile a quello arabeggiante ed esotico dei non poi troppo lontani Nile, pur andando così a seppellire in larga parte le linee del basso del session di vecchia data Novy.
La produzione, infine, si mantiene nel complesso piuttosto equilibrata, conservando tutta la potenza, ma anche tutte le spigolosità originarie di questo disco.

Una release che segna dunque la carriera dei polacchi soprattutto per lo stile che propone, che ha saputo e ancora oggi sa far storcere un po’ il naso a chi li aveva amati in un cult come Sventevith (Storming Near the Baltic) o ne aveva apprezzato i nuovi, ibridati arabeschi del successivo Satanica, ma che, nel contempo, sa confermarne l’indubbio talento, questa volta intessuto in chiave più marcatamente death, graffiante e tirata, valorizzata ulteriormente dai testi inestricabilmente intrecciati e imbevuti di rimandi all’occultismo, nonostante essi non siano evidentemente sempre accessibili ai più. Impietoso e crudele, saldo e tenace, Zos Kia Cultus è un album che, pur avviandosi verso il suo quindicinale, ancora oggi sa non deludere.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
86.37 su 8 voti [ VOTA]
lisablack
Venerdì 25 Maggio 2018, 17.29.58
7
Gran bel disco e grande band, per ora non ne hanno sbagliato uno. Che sia il black dei primi dischi o death non importa..sempre album più che validi, attendo il nuovo disco..dovrebbe uscire presto(spero). Per me è 80.
asimov
Giovedì 10 Novembre 2016, 20.40.49
6
Il mio preferito dell'era death dei behemoth, here and beyond è un gioiello rarissimo per me. Da qui in poi hanno fatto la storia e con the satanist forse hanno chiuso con grandissima classe un ciclo irripetibile di capolavori.
Punto Omega
Giovedì 10 Novembre 2016, 18.56.18
5
Ma Pandemonic Incantation non lo considerate fra Sventevith e Satanica?
Macca
Martedì 8 Novembre 2016, 8.57.53
4
D'accordo con la recensione, anzi io lascio qualche punto in meno: un buon album che tuttavia non regge il confronto con il precedente e i 3 successivi, che per me rappresentano il meglio della produzione targata Behemoth. Soprattutto The Apostasy ed Evangelion, due album veramente ben fatti e devastanti. Per qualcuno è plastica, per me ben venga certa plastica piuttosto che la merda Voto 76
Sorath
Sabato 5 Novembre 2016, 21.02.02
3
Un album mastodontico.
Doomale
Sabato 5 Novembre 2016, 12.13.31
2
Buon album, ma non il mio preferito di loro..l'ho trovato sempre troppo Morbidangeliano, anche se contiene uno dei cavalli di battaglia As Above so below. Preferisco di parecchio sia i due precedenti che il successivo Demigod.Rimane comunque un album sopra la media. 7,5 x me.
Pacino
Sabato 5 Novembre 2016, 11.48.47
1
il mio preferito dei Behemoth insieme al successivo Demigod, voto 90!
INFORMAZIONI
2002
Avantgarde Music
Death / Black
Tracklist
1. Horns ov Baphomet
2. Modern Ïconoclasts
3. Here and Beyond
4. As Above So Below
5. Blackest ov the Black
6. Hekau 718
7. The Harlot ov the Saïnts
8. No Sympathy for Fools
9. Zos Kïa Cvltvs
10. Fornïcatus Benefïctus
11. Typhonïan Soul Zodïack
12. Heru Ra Ha: Let There Be Mïght
Line Up
Nergal (Voce, Chitarra)
Havoc (Chitarra)
Inferno (Batteria, Percussioni)

Musicisti Ospiti
Novy (Basso)
 
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