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Darkseed - Diving Into Darkness
05/11/2016
( 1017 letture )
Counting moments – always change my life. Counting moments – when joy or tears arrive. Counting moments – I never will forget.

Millennium Bug ed epoca di gran cambiamento sociale/mondiale. Nuovi stili di vita, influenze, cinema, musica e chi più ne ha più ne metta. I videogiochi subiscono un’impennata verso nuovi lidi, nuove dimensioni, nuove avventure. Siamo ovviamente a cavallo tra i secoli, con tutto il bagaglio culturale ed emotivo che ci portiamo dietro: esperienze felici, delusioni, speranze e virtù. Un’occasione per re-inventarsi e produrre un futuro brillante e brioso, qualcosa che si avvicini alla perfezione strutturale.

Come ogni cosa, abbiamo pro e contro. Ci sono gli errori dettati dalla sfrontatezza e dal voler strafare a tutti i costi, ci sono le migliorie apportate grazie a nuove interessanti scoperte, ma ci sono anche le brillanti intuizioni. Una categoria a sé stante, un modo di affrontare il lavoro e l’arte decisamente sbarazzino e senza paura, che si colloca a cavallo tra il pericolo di stravolgere la propria concezione musicale e l’evolversi nella giusta direzione. Peculiarità questa che i tedeschi Darkseed affrontano con grande classe e determinazione nel loro parto sonoro datato appunto 2000.

Dopo il breve ma intenso Give Me Light (1999), la formazione cambia radicalmente e diventa un terzetto da studio, con il leader maximo Stefan Hertrich a occuparsi di voce, chitarra, tastiera e basso. Potrebbe sembrare una mossa azzardata, ma il concept lirico-musicale scaturito da questi smottamenti guadagna parecchi punti, unendo forze nuove al dinamismo gotic-power già sperimentato sullo storico Spellcraft (1997). C’è il passo in più, che porta il sound della band verso il futuro: chitarre più heavy e compresse, suoni glaciali, una profondità bluastra e algida, un tono solenne e antico. Misticismo animalesco unito alla fervida immaginazione fantascientifica. Yin e Yang al rovescio, in un abbraccio infinito pregno di distorsione e tristezza.

Ma non è tutto sadico e oscuro, in più il suono della band risente inevitabilmente del periodo storico. Assorbe i modelli e ne trae ispirazione come se si stesse abbeverando alla fonte dell’eterna giovinezza. C’è pathos e violenza nell’opener, la marcia epica Forever Darkness, che non si scrolla di dosso le piacevoli scorie dei Paradise Lost e anzi ne evoca gli spiriti, toccando lidi passati e lambendo le vivide coste del futuro. C’è il growl, ma ci sono le subdole melodie e i sintetizzatori che producono vapore d’ambiente. Siamo al freddo, in un luogo caldo. Distanti, in un luogo famigliare. La terapia del blu.

I dive into the sea to realms of unknown blue. I break the surface to drown in nothingness. Calm before the storm – storms drowning everything.

Pregevoli ritmiche si inabissano mentre basso e batteria accompagnano con convinzione, assoli mai banali si fanno largo tra le strutture possenti e nichiliste. Mid-tempo dalla caratura sostanziosa, che lasciano spazio alla danzereccia e irresistibile I Deny You, primo singolo estratto e power-anthem di nicchia, con la sua ritmica incalzante e sostenuta e il ruffiano ritornello accompagnato ancora una volta dai freddi synth. È un album che gioca su evidenti chiaro-scuri, anche se il buio prevale su ogni cosa, come nella splendida ed evocativa Can’t Find You, disperata nel suo incedere solitario e marittimo.
Il difficile compito di unire anime differenti viene brillantemente eseguito in Counting Moments, dotata di grande profondità ma anche di facile presa, con il suo refrain dal retrogusto Depeche Mode, in un mid/up tempo snello e ben congegnato.

Il trio bavarese si evolve senza snaturarsi, provocando piacevoli sensazioni all’ascoltatore medio/occasionale ma anche ai fan del genere. Le differenze si sentono, ma fanno parte di un percorso disegnato con cura maniacale, iniziato pochi anni prima e terminato (salvo ripensamenti) nel 2010. Molto soggettivamente posso sottoscrivere che Diving into Darkness rappresenti l’apice assoluto dei Nostri, con i suoi sali-scendi e le sue azzeccate sfumature azzurrine. Un bel calderone che non eccede ma ci conforta, facendoci assaggiare nuove prelibatezze e confortanti soluzioni vintage, che sconfinano in territori death/doom. Il piglio squisitamente nostalgico non viene perso, badate bene, ma si accresce piano-piano, sottolineando le voglie dark/pop e prettamente ritmiche della band tedesca, senza per questo diminuire il tasso di pesantezza. Diving into Darkness è difatti un album piuttosto heavy, dove taglienti rasoiate si appoggiano ad autunnali divagazioni sentimentali. Non ci sentiamo pertanto di bollare l’operato dei Darkseed come derivativo, ma solamente come parte di un movimento (il gothic metal) che, all’epoca, aveva ancora diverse cartucce da sparare, sia a livello di proposte, sia a livello di idee e influenze.

I’m drifting away, washed to the shore. Sand in my eyes, I can’t find you…

La pesantezza di Rain si scontra con la desolazione di Left Alone, circolare e sentita, che gioca sui pieni/vuoti, intessendo una trama interessante sebbene leggermente monocorde, mentre Autumn e Downwards giocano sull’attacco frontale delle tre chitarre che ergono un solidissimo muro sonoro, stemperato solo dalla incerta Cold Under Water, che riprende la formula dell'album conglobando, al suo interno, tutte le caratteristiche dei Darkseed mark II.

In definitiva, Diving into Darkness è un album che, riascoltato oggi, risulta piuttosto chiaro e deciso, voluto e sentito. Gli stili vanno e vengono, lasciano segni, strascichi, macchie e talvolta brillanti intuizioni musicali. E qui torniamo al principio, con l'idea di incertezza e la scintilla intarsiata nelle dune del futuro che verrà. In un equilibrato manto sonoro e lirico, il terzetto ci spinge in fondo, nel buio del blu, in una contrapposizione satura e intensa, che non lascia spazio alla luce esterna.

Nessun filtro, nessuna speranza, ma una lunga, lunghissima nuotata nelle tenebre da cui tutti proveniamo.

In the fire of the sunken sun, fast as ravens, bullets, thoughts I run. I inhale the golden oil, and I fear forever darkness.



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
85.5 su 8 voti [ VOTA]
Max
Domenica 6 Novembre 2016, 10.21.47
5
A parte questo album, della discografia di questo gruppo ho anche Spellcraft e Give me Light, che sono lavori precedenti. Considero Diving into Darkness il loro album più riuscito, gran bel disco, con qualche piccolo difetto ma, nel complesso, un'ottima interpretazione di gothic metal . Voto giusto.
Roxy35
Sabato 5 Novembre 2016, 19.45.36
4
Mi fa piacere 😊che Metallizzed abbia rispolverato questo album che, personalmente, considero tra le migliori uscite gothic metal degli anni 2000. Band non molto prolifica, con entrate ed uscite ad intermittenza, ma con grandi capacità musicali. Concordo anch'io quando si fa riferimento ai Paradise Lost..molta somiglianza. Comunque sia 80 e anche qualcosa in più.
Valerio
Sabato 5 Novembre 2016, 17.23.14
3
Questa band l'ho persa un po' di vista negli ultimi anni, anche perché il gothic dei primi tempi si è perso un po' per strada. Ad ogni modo convengo che l'album rispolverato è notevole , di ottima struttura, suonato egregiamente. Concordo nel definirlo il loro migliore lavoro. 80 tutti.
Jo-lunch
Sabato 5 Novembre 2016, 13.32.27
2
Anche per me questo rimane il miglior album della loro carriera che, tra alti e bassi, va avanti da quasi venticinque anni. Ultimamente anch'io li ho seguiti poco, hanno perso un po' di quella verve che li caratterizzava. Questo rispolvero è un'occasione per riascoltarli.
InvictuSteele
Sabato 5 Novembre 2016, 12.49.29
1
Grande album, il migliore dei Darkseed e quello di maggior successo. Diciamo che dopo questo si sono commercializzati troppo e non li ho più seguiti, ma questo è bellissimo, molto Paradise lost. Voto 80
INFORMAZIONI
2000
Nuclear Blast
Gothic
Tracklist
1. Forever Darkness
2. I Deny You
3. Counting Moments
4. Can’t Find You
5. Autumn
6. Rain
7. Hopelessness
8. Left Alone
9. Downwards
10. Cold Under Water
11. Many Wills
Line Up
Stefan Hertrich (Voce, Chitarra, Tastiera, Basso)
Tommy Herrmann (Chitarra)
Tom Glicher (Chitarra)
 
RECENSIONI
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