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Sabaton - Attero Dominatus
19/11/2016
( 1661 letture )
I Sabaton sono una di quelle band che non necessitano presentazione alcuna. Una di quelle band in cui prima o poi ci si imbatte, anche solo per sbaglio. Una band che è stata capace di scalare la montagna del successo sia musicale che commerciale e che bene o male non ha mai cambiato i canoni proposti durante i suoi anni di militanza, salvo qualche piccola sfumatura. Concedetemi inoltre di scrivere che i Sabaton sono anche stati la band attraverso la quale il sottoscritto si è addentrato pienamente nel vastissimo mondo del metal, nonostante quanto più recentemente proposto sia apparso piuttosto deludente. Quindi quale consolazione migliore se non andare a rispolverare e riascoltare i grandi album che la band compose in passato? Allora bando alle ciance e torniamo a dieci anni fa, anno di pubblicazione di Attero Dominatus.

“Attero Dominatus”, tradotto dal latino, secondo la band di Falun, dovrebbe significare “distruggi la tirannia”, ma i nostri -forse presi di invidia nei confronti dei Gorgoroth- errano nella coniugazione di sostantivo e verbo, in quanto il titolo corretto, stando alla traduzione, è “attere dominatum”. Chiusa questa piccola parentesi dottrinale, spostiamoci a parlare dell’album in sé. Il plotone comandato dal simpatico e trascinante Joakim Brodén sforna un album non molto differente dal precedente Primo Victoria, ma pur sempre molto valido composto sia da brani veloci e melodici che da brani più rallentati e solenni. Questa fusione non può che rendere l’album molto fruibile e per nulla pesante o noioso, forse anche per la sua durata di quaranta minuti. I nostri quindi puntano più sulla qualità che sulla quantità, riuscendoci pienamente. Sono elementi quali un ottimo lavoro alle chitarre, soprattutto per quanto riguarda quella solista, e una performance quanto mai versatile ed energica alle pelli eseguita dal buon Daniel Mullback a fare da sfondo alla potente voce del singer, mai tediosa o monotona e pronta a maturare sempre di più alla quale si aggiungono spesso cori, i quali danno un pizzico di epicità rendendo il tutto molto adrenalinico; la ricetta proposta viene inoltre condita dalle tastiere che creano atmosfere alquanto maestose affiancando alla perfezione ogni strumento, senza mai annebbiarli prendendo il sopravvento su di essi. Passando in rassegna velocemente ogni brano, iniziamo dalla title-track, che apre le danze in modo dinamico e che è caratterizzata da un’anima puramente power, alla quale segue la più schematica Nuclear Attack, in cui si riconferma un bel lavoro alle sei corde. Il primo narra della battaglia di Berlino, vista dalla parte dell’Armata Rossa, mentre la seconda tratta delle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. La seguente Rise of Evil è il brano più lungo mai scritto dalla band: la salita al potere di Hitler viene narrata in modo apocalittico attraverso sonorità militaresche e marziali, le quali rappresentano i primi rallentamenti presenti nell’album; nonostante la durata, che supera gli otto minuti, questa traccia si rivela molto accattivante e riesce a soddisfare anche gli ascoltatori più “tradizionalisti” e la sua fine, che consiste nella ripetizione di “RISE!”, ci riporta dritti agli albori della Germania nazista. Il terrorismo è invece tema di In the Name of God che presenta un ritornello tutto da cantare, mentre We Burn -brano più corto del lotto- spicca un po’ meno rispetto alle altre senza lasciare nulla a chi ascolta e tratta della guerra jugoslava. A rialzare il tiro emotivo ci pensa Angels Calling, che con i suoi tempi rallentati e la sua solennità, è a pieno titolo uno dei capitoli migliori del full-length. Il brano ci sbatte in faccia la caducità della vita dei soldati durante la prima guerra mondiale attraverso versi che fanno rabbrividire e che ci catapultano in quell’ inferno delle trincee. Non si può non riportare il testo di questa canzone, assolutamente da brividi, che afferma sempre di più le capacità poetiche del frontman, il quale si occupò dei testi assieme al bassista, Par Sundstrom:

Sent to kill, to watch no man's land
Snipers are moving unseen
Fight for land, to lose it again
Shrapnel is filling the air

Hell on earth, the trenches mean death
Better keep your head down low
Charge their lines, the ultimate test
It's a synchronized (sacrifice)

Get the wounded after dark
Left alone in no man's land
Maddening chaos at the front

Dream of heaven
(Angels are calling your name)

Shells and guns, a rifle and scope
Bullets are wearing your name
Losing track of time and of space
Midnight at sanity's edge

Losing friends to artillery shells, at the break of dawn
Break their will, as yours has been broken
They're here alone (dream of home)

Charge at dawn to gain a yard
Scout at night to guard their lines
Leave your life in fortune's hand

Dream of heaven
(Angels are calling your name)

Hell on earth, the trenches mean death
Keep your head down low
Charge their lines, the ultimate test
It's a synchronized (sacrifice)

When the bullet hits its mark
Know your time in hell has been served
You won't return to home

Dream of heaven
(Angels are calling your name)

Calling you home


La doppietta composta da Back in Control e A Light in the Black segue i canoni proposti fino ad ora: la prima, che tratta della guerra delle isole Falkland, nella quale riscontriamo un buon assolo, la seconda che si ricollega ai brani più rallentati, dedicata invece alle missioni di pace condotte dall’ONU in tutto il mondo. A chiudere il tutto ci pensa Metal Crue, traccia composta unendo titoli di canzoni di grandi band metal, il tutto come omaggio al genere, ricollegandosi a Metal Machine, presente nell’album precedente. Da segnalare anche l’edizione “Re-Armed”, per utilizzare le parole della band, del 2010 sotto la ben nota Nuclear Blast, con la quale il nostro plotone pubblicò Coat of Arms nel medesimo anno, nella quale troviamo alcune bonus-track, tra le quali è giusto citare la ballad Fur Immer dei tedeschi Warlock.

Giunti alla fine possiamo affermare che questo terzo lavoro della band, risulta leggermente sottotono rispetto al precedente Primo Victoria, ma poco importa, il tempo darà ragione a questi sei ragazzi svedesi. Sicuro chi ha apprezzato ogni lavoro della band non ha mancato di apprezzare anche questo Attero Dominatus, che può anche rappresentare un buon punto di partenza -seppur non il migliore- per chi decida di intraprendere per la prima volta questa campagna militare, la quale, se si apprezza il genere, difficilmente si dimentica.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
75.83 su 6 voti [ VOTA]
Todbringer83
Giovedì 29 Giugno 2017, 1.13.36
4
Angels Calling il pezzo migliore del lotto, per il resto i Sabaton ripercorrono gli stilemi intrapresi con l'album d'esordio, anche se in questo capitolo risultano un tantino monotoni a mio modo di vedere. Mezzo passo indietro. Voto: 64
GorgoRock
Martedì 22 Novembre 2016, 17.48.19
3
Un buon album, che, come dice il recensore scorre via piacevolmente, con la finale METAL CRUE da cantare a squarciagola.
Williams
Sabato 19 Novembre 2016, 17.38.00
2
Bello come album come tutti quelli fatti da Sabaton.
annie
Sabato 19 Novembre 2016, 17.02.48
1
Simpatico l'appunto sul titolo dell'album bella recensione e disco gradevole, la titletrack e Metal Crue in particolare non stancano mai!
INFORMAZIONI
2006
Black Lodge Records
Power
Tracklist
1. Attero Dominatus
2. Nuclear Attack
3. Rise of Evil
4. In the Name of God
5. We Burn
6. Angels Calling
7. Back in Control
8. A Light in the Black
9. Metal Crue
Line Up
Joakim Brodén (Voce)
Rikard Sundén (Chitarra)
Oskar Montelius (Chitarra)
Daniel Myhr (Tastiera)
Par Sundstrom (Basso)
Daniel Mullback (Batteria)
 
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