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il Tusco feat. Luke Smith - il Tusco feat. Luke Smith
26/11/2016
( 723 letture )
Capita spesso di ascoltare o leggere persone, veri appassionati di musica, che magari da decenni portano avanti la loro passione, convenire che tutto sommato era meglio quando i dischi duravano poco più di mezz’ora e contenevano otto, massimo dieci brani, magari tutti ispirati e differenziati e non canzoni buttate dentro a far numero, per arrivare al minutaggio adeguato per i CD. Non sarà in effetti un caso che, forse anche a causa del fatto che di CD non se ne vendono più o per un notevole movimento di “ritorno” verso l’età dell’oro della discografia rock, molte band stanno ricominciando a ragionare in questi termini. Non sarà probabilmente un caso se in mezzo a migliaia di band che hanno come unico obbiettivo quello di suonare uguali ad altre, per attirare quei fan alla costante e spasmodica ricerca di gruppi capaci di fargli rivivere la stessa emozione dei loro gruppi preferiti, ricerca poi sempre frustrata dal fatto che quell’emozione resterà unica e irripetibile, altre realtà magari di nicchia stiano comunque cercando di costruire un proprio sound e una propria identità, diversa da quella mainstream, seppure a sua volta riconducibile a qualcos’altro, magari sperso e dimenticato dagli anni che passano.

La sensazione, una volta avviata la riproduzione di questa opera prima de il Tusco, è quella di aver per sbaglio infilato un vinile dentro il lettore CD. Il suono che esce dalle casse d’altra è esattamente quello leggermente frusciante, in mono, che si associa alle produzioni di fine anni Sessanta, primi anni Settanta. Allo stesso modo, una volta terminati i neanche trentaquattro minuti di durata dell’album, si sente come di riemergere da un limbo fuori dal tempo, nel quale i sapori, gli odori, i rumori, appartengono in toto ad un’altra epoca, lontana e familiare assieme. Ma, per una volta, anche se tutte le componenti che vanno a creare la musica della band sono note, riconoscibili e immediatamente generatrici di associazioni, risulta comunque complesso mettere in fila dei riferimenti precisi. Siamo in effetti di fronte ad un album che, molto felicemente, galleggia tra musica psichedelica, beat, hard rock, prog, blues, con quella leggera punta di dark sound e di cantautorato italiano, che rimanda inevitabilmente ad un preciso ed identificato momento storico, eppure, il modo di mettere insieme tutte queste influenze, resta piuttosto peculiare e precisamente identificabile solo col monicker in copertina. Un risultato niente male, per una band al debutto, anche se composta da musicisti di esperienza e spessore, che vede nelle figure del leader Diego Tuscano (SanniDei, Mao), del chitarrista/polistrumentista inglese Luke Smith (Ulysses) e del batterista/cantante Todaro, un trio di grande spessore a cui si affiancano ottimamente i due bassisti Ale Alle e Stefano Trieste. Il risultato di questo crocevia di esperienze è un album stuzzicante e sfizioso, dall’alto tasso tecnico, che vede nella bella voce e nell’istrionica interpretazione di Tuscano una punta di diamante, con liriche che rimandano apertamente alla tradizione prog e cantautoriale italiana e riff a cavallo tra prog/protodoom/hard rock/blues e psichedelia. Il tutto con un fortissimo accento sulla melodia, con refrain sempre piuttosto cantabili, nonostante le metriche sbilenche delle strofe e brani sempre ricchi di sfaccettature, nei quali tanto Smith, quanto l’ottima sezione ritmica, riescono sempre a intessere motivi di prezioso interesse. L’album risulta molto omogeneo a livello di scrittura e qualitativo e quindi tutti gli otto episodi garantiscono pari soddisfazioni e coinvolgimento, con l’ovvio primo punto di rottura dato dalla prima parte di Ossessione (dedicata alla passione, mentre la seconda all’avidità e al tradimento), che mette subito in chiaro la distorsione ferrosa e carica di fuzz della chitarra, come del basso, e gli intrecci ritmici, prima dell’ingresso della voce, morbida e personale di Tuscano. Un brano praticamente perfetto, con il refrain che rimanda ai Black Sabbath nel riffing e Smith che mostra da subito il suo gusto particolare negli assolo, di spessore, ma raramente immediati come presa sull’ascoltatore. Ancora più particolare la seconda parte della canzone, che riprende il refrain, ma modifica la parte strumentale, per un risultato ottimo sotto tutti i punti di vista. Prendiamo invece Danzatore nel Lurido Banco dei Pegni, con il suo riffing rock iniziale, che lascia poi nella seconda parte ad uno squarcio psichedelico, con moog, basso, chitarra e sezione ritmica in evidenza, per un risultato enorme, quasi inquietante che ribalta il brano e ne eleva il valore o, invece, lo splendido riff di Babilonia della Psiche che lascia poi spazio ad un assolo di Smith capace davvero di fare la differenza. Arriviamo così al brano nel complesso forse più riuscito del disco, Giorni Perduti, capace di contenere quasi tutte le molteplici sfumature dell’album e al tempo stesso di risultare in perfetto equilibrio tra la melodia del cantato e la potenza della parte strumentale, con Smith ancora una volta protagonista in chiusura. Comunque degne di menzione tutte le altre tracce contenute nell’album, a riprova della compattezza di una opera prima davvero meritevole nelle intenzioni e nel risultato.

Difficile non apprezzare un disco come quello proposto da il Tusco, date la qualità della proposta strumentale, l’originalità compositiva e l’ottima prova al microfono del band leader, che esalta quanto fatto dai compagni. Seppure sia sempre possibile tracciare paralleli ed identificare le influenze che hanno guidato la composizione di questi otto brani, è anche difficile non riconoscere una personalità evidente a questo gruppo, che resta comunque al proprio debutto, ma non sembra affatto soffrire di alcun timore reverenziale. La durata contenuta dell’album costituisce in questo senso un valore aggiunto: pur non essendo brevi, i brani sono essenziali, ben congeniati e dotati di un arrangiamento studiato e particolare che li differenzia gli uni dagli altri in maniera anche sostanziale, senza smarrire l’unitarietà degli intenti e del risultato e senza perdere quel senso di spontaneità e ingenuità che mostra un lavoro curato e dalle molteplici chiavi di lettura, ma non esasperato nel particolare. D’altra parte, e qui sta il bello, parliamo di un album registrato in soli due giorni, come usava un tempo, quando registrare costava tanto e per questo arrivare in studio con le idee chiare era indispensabile per sperare di uscirne con qualcosa di valido e finito in pochissime take. Una bella sorpresa, da scoprire per i tanti che non si accontentano di ascoltare solo chi ha deciso di aderire ad un canone, senza apportarvi altro che il numero e la massa.



VOTO RECENSORE
74
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
galilee
Sabato 26 Novembre 2016, 14.09.52
1
Che dire, mi piacciono un sacco e sono miei amici. Fate vostro il dischetto e andateli a vedere dal vivo. Sono bravissimi. Ciao Diego, Ale e Todaro, vi auguro il meglio.
INFORMAZIONI
2016
Andromeda Relix
Hard Rock
Tracklist
1. Ossessione
2. Ossessione Pt. 2 (Il Traditore)
3. Pulsazioni
4. Libero
5. Danzatore nel Lurido Banco dei Pegni
6. Babilonia della Psiche
7. Giorni Perduti
8. Nuovo Anno Zero
Line Up
Diego Tuscano (Voce)
Luke Smith (Chitarra, Tastiera, Sintetizzatore, Percussioni)
Ale Alle (Basso)
Stefano Trieste (Basso)
Todaro (Batteria, Voce)

Musicisti Ospiti
Julyan Weels Cathedral (Percussioni)
Snooky Chivers (Hammond)
Shane Maxymus (Percussioni)
 
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