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Tim Buckley - Happy Sad
28/11/2016
( 919 letture )
Trovare le parole adatte per descrivere l’operato di certi artisti passati alla storia come punte di diamante di un genere musicale non è mai facile. Se poi questi artisti sono vissuti in un’epoca molto distante dalla nostra, hanno fatto parte di un contesto storico totalmente differente e hanno avuto esperienze che noi, comodamente seduti sul divano di casa col conforto degli innumerevoli supporti tecnologici a nostra costante disposizione, non potremmo neanche lontanamente immaginarci di vivere, allora possiamo parlare di una vera e propria montagna da scalare. Ma una cosa ci viene in aiuto, un unico semplice fattore: la musica. Il semplice ascolto può aiutarci a comprendere. A vedere oltre le nostre limitate possibilità. Ci sono artisti capaci di attraversare il tempo e lo spazio fisico, attraversare il muro dell’impossibile. Capaci, solo grazie al loro talento, di diventare immortali e regalarci a distanza di interi decenni le stesse sensazioni che prima di noi hanno potuto provare i loro contemporanei. Ci sono artisti, che spesso sono geni un po’ visionari, capaci di questa magia. Tim Buckley è uno di loro, uno dei predestinati in grado di viaggiare oltre i confini e di farci dono in ogni momento della sua arte. Vissuto appena ventotto anni, dal 1947 al 1975, con una carriera iniziata ufficialmente all’età di diciannove anni quando pubblicò per conto dell’Elektra Records il suo primo LP, Tim Buckley riuscì a dimostrare in pochissimo tempo al mondo intero le sue enormi doti artistiche -vocali soprattutto- se non da subito almeno a partire dal secondo album Goodbye and Hello, finendo per essere considerato dalla critica come uno dei migliori cantanti che la storia del rock -nello specifico del folk rock- ricordi. La grandezza di Tim Buckley stava anche nel non essersi mai limitato a suonare ed interpretare un genere soltanto, ma aver voluto invece esplorare più stili nel corso della sua carriera, passando dal folk rock delle origini alla psichedelia, dalle sperimentazioni del fusion al soul, fino all’approdo al funk negli ultimi anni. Happy Sad, il cui titolo dovrebbe già far capire molto della personalità e dell’attitudine artistica di Buckley, fu il primo disco ad allontanarsi in maniera piuttosto decisa dagli stilemi iniziali e ad esplorare le infinite possibilità a livello tanto strumentale quanto vocale che il musicista statunitense possedeva.

Happy Sad può essere in parte considerato un omaggio al jazz di Miles Davis, cosa che trapela fin dalla prima traccia, Strange Feelin’. Il brano riprende apertamente un pezzo composto da Davis sul finire degli anni Cinquanta, dal titolo All Blues, tanto che Strange Feelin’ ne rappresenta quasi una nuova, pur diversa, versione. La voce di Buckley tocca fin da subito vette vertiginose, spaziando qua e là con una delicatezza e un’apparente semplicità senza precedenti. Importantissimo il lavoro sullo sfondo di David Friedman, che col suo vibrafono rende questo ed altri brani dell’album davvero unici e originali, donandogli una freschezza e una solarità particolari, che non bastano però a nascondere completamente la sempiterna cupezza di fondo che caratterizza le composizioni di Tim Buckley. Lo stesso discorso è valido anche per Buzzin’ Fly, che però si distingue per una maggiore serenità d’animo presente questa volta anche nella voce. La terza, lunghissima traccia di Happy Sad stravolge tutto, lasciandoci interdetti e meravigliati da tanta bellezza e armonia sonora, in grado di toccarci nel profondo e imprimerci nella memoria il segno indelebile della potenza espressiva della musica di Buckley. Gli effetti sonori dell’oceano e l’accortezza con cui viene emessa ogni nota contribuiscono a rendere questo brano una vera e propria gemma, imprescindibile per chiunque voglia comprendere a fondo la grandezza di questo artista. Gradevolissima anche Dream Letter, che però a questo punto fatica a reggere il confronto con quanto l’ha preceduta. Altro brano dalla lunghezza notevole è Gypsy Woman, il capolavoro indiscusso e oggettivamente indiscutibile di Happy Sad. Qui ci troviamo di fronte ad una vera e propria esplosione musicale, degli strumenti e della voce -strumento aggiunto-, all’interno di un vortice sonoro trascinante e travolgente. La boccata d’aria arriva solo col sopraggiungere dell’ultima traccia, Sing a Song for You, brevissimo brano di poco superiore ai due minuti, toccante e passionale, che riesce a mantenere alto il livello qualitativo del disco.

Con Happy Sad Tim Buckley raggiunse nuovi lidi artistici, iniziando un percorso che lo portò lontano dalle certezze del folk rock, senza però perderne lo spirito, e lo avvicinò sempre più a nuove esperienze e sperimentazioni sonore. Il frutto di questo percorso risponde ai nomi di Blue Afternoon, Lorca e Stairsailor, pubblicati tutti tra il 1969 e il 1970. Capolavori indimenticabili che hanno scritto la storia e che, con tutta probabilità, continueranno a farne parte per molti anni ancora.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
77.66 su 9 voti [ VOTA]
Gilli1997
Sabato 11 Febbraio 2017, 9.49.48
12
90 secco. Questo è solo un capolavoro targato Tim Buckley.
Pastor Of Muppets
Domenica 11 Dicembre 2016, 17.15.20
11
100 pieno. Tim e Jeff Buckley saranno sempre dei grandi
Morlock
Giovedì 8 Dicembre 2016, 18.13.46
10
Oltre a mettermi il sonno e a detestare le soluzioni usate è stato uno dei capistipite dell'Hipsteraggio molesto a cui siamo oggi abituati -__-
galilee
Sabato 3 Dicembre 2016, 18.42.41
9
Non lo so, dovrei ascoltarlo...
Rob Fleming
Sabato 3 Dicembre 2016, 17.13.30
8
Io adoro gli Starsailor (il debutto) Vale lo stesso?
galilee
Sabato 3 Dicembre 2016, 16.55.22
7
Dovrei ascoltarli un po di volte. Ci ho messo 10 anni ad apprezzare Starsailor ...
Rob Fleming
Sabato 3 Dicembre 2016, 15.23.04
6
@Galilee: come ho scritto per Goodbye and hello - che resta il mio preferito al momento - quelli più blasonati come Starsailor, Lorca... ancora non mi hanno coinvolto, ma ammetto di averli ascoltati sempre molto superficialmente. Prima o poi...
galilee
Sabato 3 Dicembre 2016, 14.08.06
5
X Rob Fleming...beh è il suo disco più easy secondo me. Ma sfido qualcuno a dire che Starsailor sia più facile di questo..per dire...
Lizard
Sabato 3 Dicembre 2016, 12.09.26
4
Lo conosco meno di altri suoi... ma Sing a Song for You mi fa venire la pelle d'oca, è meravigliosa.
Rob Fleming
Sabato 3 Dicembre 2016, 9.48.02
3
Disco difficile che necessita di numerosi ascolti. Poi ho iniziato ad apprezzare Strange feelin', la dolcissima Love from Room 109..., Dream Letter e l'acquerello acustico Sing a Song for You. 75
Galilee
Mercoledì 30 Novembre 2016, 16.28.59
2
Il primo di 4 capolavori. Diciamo che questo è ancora molto folk e cantautorale, la psichedelia e le sperimentazioni caratterizzano il disco ma più come arrangiamenti. Non sono ancora la struttura portante.
Ck63
Lunedì 28 Novembre 2016, 15.43.10
1
Ci sono artisti che non muoiono mai. A distanza di anni riescono a regalare ancora emozioni. Concordo con te sulla rece e sul voto. Mi ha fatto piacere questo rispolvero.
INFORMAZIONI
1969
Elektra Records
Folk Rock
Tracklist
1. Strange Feelin’
2. Buzzin’ Fly
3. Love from Room 109 at the Islander (On Pacific Coast Highway)
4. Dream Letter
5. Gypsy Woman
6. Sing a Song for You
Line Up
Tim Buckley (Voce, Chitarra, Chitarra a 12 corde)
Lee Underwood (Chitarra solista, Tastiere)
John Miller (Basso acustico)
Carter C.C. Collins (Congas)
David Friedman (Percussioni, Vibrafono, Marimba)
 
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