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Altar of Oblivion - Barren Grounds
01/12/2016
( 788 letture )
La forma letteraria perfetta può essere soltanto il racconto, che permette di concentrarsi direttamente sull’essenziale, come fa la poesia.

Così, a metà strada tra presa d’atto e provocazione (alla base dell’assunto c’è anche un retrogusto amaro per la nostra epoca e il suo mutato rapporto col tempo, che penalizza le narrazioni complesse e articolate, geneticamente estranee alla frenesia che ormai sovrintende qualsiasi nostra attività), il grande Jorge Luis Borges spendeva la sua autorevolezza a favore della brevità come linea guida nelle espressioni artistiche. Premesso che non ci è dato ovviamente sapere se e in quale misura i musicisti sparsi per il globo terracqueo siano usi frequentare le elucubrazioni del microcosmo letterario, non è da escludere che un refolo latinoamericano abbia varcato l’Oceano, chiarendo le idee a qualche mente danese forse alle prese col dilemma tra qualità e quantità, magari amleticamente declinato.
Portando la similitudine alle estreme conseguenze, là dove Borges sembra anteporre la “forma” del racconto a quella del romanzo, in ambito musicale si tratterebbe allora, del pari, di ridurre i volumi, puntando su una “brevitas” funzionale alle modalità di fruizione contemporanea dell’arte. Ora però, anche ammesso che la scelta delle corte distanze abbia una sua legittimità (chi scrive, peraltro, non restituirà mai la tessera di iscrizione al partito diametralmente agli antipodi), penso che esista un limite fisiologico varcato il quale si rischia di pregiudicare il senso stesso di un’intera creazione, partorendo lavori in cui l’essenzialità sconfina pericolosamente nella trasparenza.

È questo il caso degli Altar of Oblivion , che rompono i quattro anni di silenzio che hanno fatto seguito a Grand Gesture of Defiance con un EP dai contorni qualitativi difficilmente tracciabili, stante un minutaggio che definire stringato è un eufemismo; per chi sia mai stato travolto dal fascino non diciamo delle suite monumentali, ma almeno di composizioni che a fine corsa lascino un senso di “viaggio”, diciotto minuti spalmati su sole quattro tracce (di cui una, oltretutto, ridotta alla dimensione di puro filler) costituiscono al massimo un riscaldamento preliminare, un’accensione di motore che purtroppo però non può spostare le macchine, pur facendo intuire che nella camera di combustione non mancano né il carburante né il giusto rapporto di compressione.
Considerati dalla vulgata corrente discepoli ed epigoni della grande scuola epic doom, gli Altar of Oblivion in realtà non hanno mai seguito pedissequamente le rotte tracciate dai maestri Candlemass e Solitude Aeturnus, ritagliandosi uno spazio non disprezzabile grazie soprattutto a un’accorta gestione delle risorse, alla prova dei fatti molto meno inesauribili rispetto alla sconfinatezza delle miniere a disposizione dei nobili modelli. Privi della propensione alla teatralità nera di marca Candlemass, come del gusto per le apnee da soffocamento di scuola Solitude Aeturnus, i Nostri hanno infatti saggiamente puntato su una mescola in cui l’elemento epico è in definitiva più un involucro che la vera sostanza della proposta, laddove il cuore pulsante è piuttosto un heavy discretamente classico su cui gli elementi doom si inseriscono più in modalità ricamo che marcano indelebilmente il territorio. Certo, qualche lingua velenosamente prevenuta obietterà che si è trattato di una scelta pressoché obbligata, annoverando nella line-up un cantante dalle caratteristiche tecniche tutt’altro che trascendentali, ma, se ci si mette nella condizione di non pretendere un Messiah Marcolin alle prese con Samarithan o un Robert Lowe con Sightless e ci si lascia almeno tentare da una declinazione più melodicamente ammorbidita, ecco che lo spettro vocale di Mik Mentor non gira proprio del tutto a vuoto, pur non riuscendo mai a farsi completamente perdonare un’innata tendenza al falsetto in cui la potenza, per così dire, annega nella culla.
C’è, peraltro, anche una possibile lettura “benevola” della resa canora di Mentor, orientata verso antichissime e quasi mitiche ascendenze prog e psichedeliche (se non si corresse il rischio di esagerare, scomodando per troppo poco nomi che riposano in austeri santuari, verrebbe voglia di citare gli Uriah Heep, e del periodo Byron, addirittura). Come nei predecessori, allora, anche in questo Barren Grounds gli elementi di maggior pregio e interesse si materializzano in una sorta di fusione tra un’attitudine quasi ottantianamente glam del cantato e strutture che rimandano invece alla rigorosa disciplina hard rock settantiana, per un esito che, per contrasto, regala a volte screziature quasi avantgarde, nella sostanza molto più che nelle intenzioni, immaginiamo.

Ecco allora che la marzialità dell’opener State of Decay deve fare subito i conti con atmosfere melodicamente orientate, che ne ammorbidiscono consistentemente l’impatto (un paio di stop and go sapientemente piazzati in corso d’opera fanno il resto, per ricordarci che non ci sono divinità tonitruanti, a presiedere l’ispirazione), mentre un buon riffone classicamente heavy certifica che il lavoro della coppia d’asce Mendelssohn/Larsen è tutt’altro che puramente decorativo, nell’economia del platter. Il capitolo perplessità si apre con la successiva Serenity: perché creare una trama apparentemente destinata ad ardite aperture per farla collassare su se stessa dopo appena due minuti? Perché instillare promettenti gocce gothic di quasi tristaniana memoria (ah, quei sussurri che acuiscono il senso di nostalgia per gli inserti che la regina Vibeke sapeva incastonare nella narrazione, prima dell’abbandono delle scene…) per poi stroncare sul nascere qualsiasi velleità di approfondimento (o sprofondamento) malinconico? Muscoli in tensione sorprendentemente stoner animano invece la titletrack, ben giocata tra un avvio da colonna sonora ideale per faticose marce di trasferimento sulla Route 66 e uno sviluppo psichedelicamente maestoso, perfetta sintesi dei risultati delle incursioni sabbathiane sulla tradizione southern rock. A chiudere il lotto provvede l’enigmatica Lost, diafana ballad che gioca le sue carte su una sabbiosa rarefazione che sembra preludere a un’esplosione di qualsivoglia foggia o forma ma che muore clamorosamente in dissolvenza, lasciando molto amaro in bocca e una più che palpabile sensazione di incompiutezza. Se mai servisse un distillato per riassumere il senso dell’intero album, il cocktail è servito…

Qualche idea più che discreta, qualche momento più che riuscito che compensa, complessivamente, alcuni innegabili passaggi a vuoto, Barren Grounds è un album che non scivola via del tutto anonimo ma che, anzi, lascia intravvedere ottime premesse per qualcosa che sarebbe potuto essere e che invece gli Altar of Oblivion hanno scelto solo di abbozzare. A rischio di dare un dispiacere a Borges, non è sempre vero che la brevitas coincida con l’essenzialità, a volte impedisce semplicemente una valutazione…



VOTO RECENSORE
s.v.
VOTO LETTORI
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Lizard
Venerdì 2 Dicembre 2016, 20.38.32
1
Dirò che persino Anton Cechov, nel suo essenziale "Senza trama né finale - 99 consigli di scrittura" evoca brevità e assenza di autocompiacimento, come direttrici fondamentali per lo scrittore. Eppure per una volta vorrei permettermi di fare i complimenti ad un "collega" che da un dischetto nemmeno epocale, mi sembra di capire, di appena quattro tracce, tira fuori una recensione splendida, che è un vero piacere leggere.
INFORMAZIONI
2016
Shadow Kingdom Records
Heavy/Doom
Tracklist
1. State of Decay
2. Serenity
3. Barren Grounds
4. Lost
Line Up
Mik Mentor (Voce)
Martin Meyer Mendelssohn Sparvath (Chitarra, Tastiera)
Allan B. Larsen (Chitarra)
Christian Norgaard (Basso)
Thomas Wesley Antonsen (Batteria)
 
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