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Saor - Guardians
03/12/2016
( 1071 letture )
Oh, never to perish, their names let us cherish,
The martyrs of Scotland that now are away


A due anni dallo splendido Aura, che aveva saputo attirare l’attenzione e incantare ben più di un ascoltatore con le sue atmosfere evocative e la bellezza delle sue composizioni, Andy Marshall, ancora in solitaria a capo del progetto Saor, fa il suo atteso ritorno sulle scene con un nuovo album, intitolato Guardians, che ad una prima, rapida occhiata sembra formalmente non discostarsi molto da suo predecessore. Questa nuova release della one-man band scozzese conta infatti nuovamente cinque brani, dalla durata più omogenea che in passato, per un totale di 55 minuti di folk/black in grado di trasportare immediatamente chi lo ascolti nella vastità antica e fredda delle Highlands, immedesimandosi nello spirito malinconico ma fiero di chi le abita.

Dal punto di vista strumentale, Guardians si configura fin dal primo ascolto come un album di ottima qualità che, pur non superando l’ad oggi inarrivabile Aura quanto a sorprendente innovazione, ne mantiene canoni e mordente, apparendo fin da subito convincente, ma meno irruente e maggiormente melodico di quanto ci si potesse attendere. Il cuore decussato e folk di questa produzione è tuttavia intatto e pulsante, merito dello studiato ma suggestivo utilizzo di strumenti tradizionali, quali cornamusa, fiddle e bodhrán, che guidano con precisione e risolutezza l’ascoltatore nel suo viaggio lungo le terre scote, senza mai annoiarlo, grazie anche ad un’interessante composizione ed un migliorato arrangiamento dei pezzi proposti, che appaiono singolarmente mai banali, né ripetitivi, privi di qualsivoglia passaggio filler, nonostante la lunga durata. L’anima maggiormente black di Guardians verte invece ancora una volta sull’intenso e costante lavoro di chitarra che, soprattutto nel riffing, pur apparendo maggiormente levigato che nel passato, si mantiene colonna portante dell’atmosferic black di casa Saor, a volte virando persino verso i lontani lidi post metal. Smussate appaiono anche le precise e combattive parti di batteria del pur talentuoso session Bryan Hamilton, non più aspre e taglienti come quelle del Panopticoniano Austin L. Lunn. Ciò non vada a trarre in inganno, tuttavia: non siamo di fronte ad una scelta errata o poco condivisibile, né ad un eccessivo addolcimento dei toni, bensì ad un cambio di rotta che va, se possibile, a rendere ancor più coese le due anime di questo progetto, la cui raison d'être appare evidentemente e ovviamente quella di creare atmosfere oniriche ed eufoniche a livelli multipli e non un black metal rabbioso, rendendo lo stile ancor più intrigante e, nel complesso, di migliorata fattura.
I testi, infine, interpretati in modo sublime da un ispirato Marshall nelle vesti di versatile ed evocativo narratore (che in questa sede passa fluidamente da vocals in clean ad altri più raw e aggressivi, pur non togliendo mai spazio allo strumentale, che domina incontrastato la seconda metà di tutti i brani), non si discostano dai temi divenuti nel tempo marchio di fabbrica dei Saor: la Scozia, la sua storia, l’elegante orgoglio e la passionaria forza dei tanti che vi abitano e hanno abitato. Il tutto, declinato in modo ulteriormente raffinato e ricercato, in quanto le parole scelte nei cinque brani del lotto non sono tutte casuali o frutto dell’ispirazione del momento. Ad un ascolto attento, infatti, esse si rivelano estratti di conosciute poesie di autori scozzesi, che rendono quindi il platter stesso un’esperienza letterario-culturale, oltre che musicale. Ecco quindi, per esempio, le parole di Horatius Bonar rendere omaggio ai tanti che, nei secoli, hanno pagato con la vita l’essere scozzesi nell’opener Guardians (The Martyrs of Scotland, il titolo originale della poesia), il cupo omaggio di Alice C. MacDonell e del suo poema Culloden Moor (Seen in Autumn Rain), ispirato alla tanto celebre quanto disastrosa battaglia di Culloden, risuonare nella centrale Autumn Rain o il grido di dolore di Tobias Smollet, similmente influenzato dalla medesima disfatta, nella splendida, fiera ed a tratti commovente traccia finale Tears of a Nation, con tutta probabilità la migliore del lotto:

Mourn, hapless Caledonia, mourn
Thy banish'd peace, thy laurels torn!
Thy sons, for valour long renown'd,
Lie slaughter'd on their native ground


In conclusione, Guardians conferma quindi, pur non riuscendo a superare completamente il suo predecessore, il grande ed innegabile talento di Andy Marshall (che non appare esser stato limitato in alcun modo dall’uscita, all’inizio di quest’anno, del full-length di debutto del suo secondo progetto black metal, Fuath), offrendo a chiunque si voglia avvicinare alla sua proposta, a prescindere dal fatto che egli sia un fan del folk/black o meno, sicure e vibranti emozioni, nonché una varietà caleidoscopica di profonde sensazioni, chiare e fluidamente intrecciate: dalla tristezza malinconica allo straniamento, dalla fierezza battagliera al velato romanticismo. Pur mantenendosi coerente a quanto proposto finora e procedendo in larga parte con sicurezza all’interno di un sentiero già tracciato e percorso, quest’album farà dunque senza dubbio guadagnare a questo progetto numerosi, ulteriori estimatori, sapendo accontentare, anche se non sorprendere in maniera radicale, i palati di una buona parte di coloro i quali ne hanno finora seguito le gesta.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
89.75 su 4 voti [ VOTA]
Le Marquis de Fremont
Martedì 6 Dicembre 2016, 15.36.57
9
Merci, Madame Akaah e ancora complimenti per la recensione. A bientot.
Akaah
Martedì 6 Dicembre 2016, 15.23.24
8
@Marquis L'altra band di Marshall si chiama Fuath, l'album di debutto, uscito a febbraio, è intitolato "I"
Le Marquis de Fremont
Martedì 6 Dicembre 2016, 14.47.55
7
"Guardians si configura fin dal primo ascolto come un album di ottima qualità che, pur non superando l’ad oggi inarrivabile Aura quanto a sorprendente innovazione, ne mantiene canoni e mordente, apparendo fin da subito convincente, ma meno irruente e maggiormente melodico di quanto ci si potesse attendere." Penso che non ci siano parole più esatte per descrivere questo ottimo disco dei Saor, a coronamento di una eccellente recensione. I miei compimenti a Madame Akaah. Non è Aura ma siamo sempre su livelli molto alti e tra le migliori uscite dell'anno. Vado ora a cercare l'album dei Fuath (o è il nome dell'album?). Di solito non sono un grande estimatore delle "one man band" ma i casi dove si elevano dalla media sono strepitosi. Come in questo frangente. Au revoir.
Usksn
Lunedì 5 Dicembre 2016, 15.58.24
6
Un posto nella top del 2016 lo merita tutto.
enry
Sabato 3 Dicembre 2016, 16.22.58
5
Disco in ordine, Aura mi era piaciuto non poco anche se questo tipo di black atmosferico inizia ad essere parecchio inflazionato, escono band da tutte le parti. I Saor fanno parte di quelli che meritano di essere seguiti, almeno per me. Aspetto il cd e commento dopo i dovuti ascolti.
deborah
Sabato 3 Dicembre 2016, 15.07.49
4
per me è l'album dell'anno senza ombra di dubbio...
MarcoMarco
Sabato 3 Dicembre 2016, 13.59.04
3
Bah non so cosa dire..a parte la lunghezza e somiglianza esagerata tra le tracce/riffs, la registrazione mi pare pessima. Se fai dei brani superiori ai 5 min, devi essere sicuri che non ti frantumino i cosiddetti. Ero rimasto particolarmente attratto da Aura, e appena uscito questo mi son fiondato sul tubo ad ascoltarlo. Fortuna che non l'ho acquistato. Secondo me non ci siamo. 60
Doom
Sabato 3 Dicembre 2016, 13.03.15
2
Ascoltato un paio di volte..troppo poche per giudicarlo. Però una cosa che mi è sembrata blazarmi all'orecchio è la somiglianza tra i pezzi. Spero sia solo un impressione sbagliata..Il precedente era davvero bello.
Alex Cavani
Sabato 3 Dicembre 2016, 9.31.45
1
Bellissimo disco, non ai livelli di Aura, come giustamente detto, ma solo per quel che riguarda l'effetto sorpresa. Qui i suoni sono bilanciatissimi e adoro il suono delle chitarre e l'intelligenza con cui sono stati usati gli strumenti tradizionali: la cornamusa nel primo piano è talmente ipnotica che mi fa lo stesso effetto del sentire un sitar su un pezzo dei Samsara Blues Experiment. I brani sono tutti molto lunghi, ma i riff ripetitivi sanno fermarsi proprio prima di diventare troppo prolissi e quindi la voglia di rimettere il disco da capo ogni volta è fortissima. L'unico neo per mio gusto personale sono i suoni di batteria, che spesso tendono ad uscire dal mix (specie quando entra il doppio pedale) e non sono compatti e amalgamati come nel disco precedente. Ma questo non va a rovinare la resa totale dei brani. Nel complesso il mio voto è 84, ad Aura do un 90 pieno.
INFORMAZIONI
2016
Northern Silence Productions
Folk/Black
Tracklist
1. Guardians
2. The Declaration
3. Autumn Rain
4. Hearth
5. Tears of a Nation
Line Up
Andy Marshall (Voce, Tutti gli strumenti)

Musicisti Ospiti
John Becker (Archi)
Meri Tadić (Fiddle)
Kevin Murphy (Cornamusa)
Rene McDonald Hill (Bodhrán)
Bryan Hamilton (Batteria)
 
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