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Celtic Frost - Into the Pandemonium
03/12/2016
( 3623 letture )
Galibier, Tourmalet, Alpe d’Huez, Mont Ventoux… gli appassionati di ciclismo, ma anche le vittime occasionali dei roventi pomeriggi catodici di luglio, arenate sul divano brandendo stancamente il telecomando, hanno senz’altro imparato a familiarizzare con i concetti di “impresa” e “mito” legati a località intorno a cui si sono costruite o interrotte intere carriere, al Tour de France. Per quelle salite (e le relative vette che ne fanno corona) i cugini d’Oltralpe hanno coniato un termine che rende alla perfezione il senso della leggendarietà indissolubilmente legata ai loro nomi: hors catégorie. Così, l’essere “fuori categoria” configura una dimensione del tutto a sé stante, facendo venir meno le classiche scale di valore calibrate sulla gradazione della quantità e delineando piuttosto una condizione eccezionale in cui gli elementi della valutazione si combinano in forme impreviste e imprevedibili.
Spostandoci dai tornanti e dai lacets alpino/pirenaici al mondo delle cinque linee e dei quattro spazi, se è pur vero che cambiano prospettive e modalità di cimento per raggiungere la sommità artistica (ma non certo le quantità di sudore profuso, peraltro), è altrettanto innegabile che, anche in questo campo, solo degli autentici fuoriclasse possono aspirare ad abbattere il diaframma apparentemente sottile che separa un capolavoro dall’accesso all’empireo di uno o più generi, là, dove dimora l’ambito premio per chi abbia contribuito a segnare indelebilmente un’intera epoca.

Non può che trattarsi, allora, diremmo fisiologicamente, di eventi rarissimi e riservati a pochi eletti e, tra questi, non può mancare il nome dei Celtic Frost alle prese, nel 1987, con il secondo full-length di una carriera che aveva già fatto gridare al miracolo con la doppietta Morbid Tales/To Mega Therion. Nati in quel crogiuolo praticamente inesauribile in cui si forgiava la teutonica scena metal ottantiana (e i cui distillati erano puntualmente preda di una delle etichette culto del decennio, quella Noise Records che stava battezzando i debutti di Helloween, Kreator, Running Wild, Rage, Grave Digger… tanto per fare qualche nome, trascurandone colpevolmente altre decine), i Celtic Frost avevano già avuto modo di stupire una platea abituata fino ad allora all’accoppiata pressoché canonica muscoli/velocità prendendo letteralmente per mano un genere e conducendolo sui bordi dell’abisso, a illustrare le potenzialità di un “nero” declinabile in tutti i possibili risvolti legati al disagio e allo smarrimento dell’animo umano.
La stagione del thrash percorso dai tormenti black o doom aveva toccato il suo apogeo nei due brani simbolo di To Mega Therion, da un lato Dawn of Megiddo, che iniettava vapori sulfurei a corrodere strutture sempre più monolitiche e dall’altro Necromantical Screams, che chiudeva il platter disegnando traiettorie oscure esaltate oltretutto da una magniloquenza sinfonica che era quanto di più innovativo si potesse concepire nel metal di allora, relativamente allergico alle contaminazioni.

Così, in quel 1987, eravamo tutti pronti a scommettere su un lavoro che, sia pur con la nota propensione alla dissidenza del terzetto elvetico, approfondisse temi e ispirazioni legate soprattutto all’eredità dei Venom di Black Metal, ma, fortunatamente, le intenzioni del genio alla cabina di pilotaggio erano ben altrimenti spiazzanti e destinate a scrivere una pagina di storia. Non che Tom G. Warrior, in realtà, avesse mai dato grandi prove di prevedibilità e “affidabilità” in termini di rispetto dei canoni, ma certo un album come Into the Pandemonium era oggettivamente fuori da qualsiasi possibilità di concepimento, fosse anche del fan più eretico. Sì, perché davvero i quaranta minuti del platter hanno cambiato le carte del metal allora in tavola (maledizione, tocca far ricorso a quel pessimo vocabolo chiamato “contestualizzazione”) e, in parte, lo stesso destino dell’intero movimento, segnandone il passaggio da un’adolescenza fatta di fiera rivendicazione delle proprie in-contaminazioni a una maturità pronta ad accogliere spunti e sfide provenienti da registri affini e addirittura confliggenti, sulla carta.
In realtà, a tutti noi metal (già allora quasi non più) kids dell'epoca è rimasto per questi trent'anni il dubbio amletico se un album simile sia il frutto di una provocazione/divertissement o di un piano di volo accuratamente predisposto con la lucidità di chi è perfettamente conscio dell'effetto dirompente che avrebbe provocato e non mancano argomenti del tutto convincenti a sostegno di entrambe le tesi; quello che è certo è che ancora oggi polemiche e devozioni non sono sopite, intorno a queste dieci tracce.
Indubbiamente, la cura formale profusa nel platter è acqua al mulino della seconda corrente di pensiero, a cominciare dalla cover, per la quale i Celtic Frost ricorrono ancora una volta alla Pittura maiuscolamente intesa; a differenza di un maestro degli incubi contemporanei come H.R. Giger (a cui gli svizzeri si erano rivolti per illustrare To Mega Therion), stavolta lo sguardo è rivolto temporalmente all'indietro, chiamando in causa un mostro sacro del Rinascimento fiammingo del calibro di Hieronymus Bosch. La scelta cade sul pannello di destra di uno dei trittici che l'hanno reso celebre, quel Giardino delle Delizie in cui religiosità e riflessi alchemico/esoterici si intrecciano secondo gli assi culturali caratteristici dei fermenti pre-luterani, materializzando alla perfezione l'immagine di quel “pandemonio” indicata dal titolo. Per completare l'ascesa alle auguste dimore delle Muse sull'Olimpo (di nuovo l'hors catégorie in agguato), non contento di aver chiamato a congresso l'arte visiva per eccellenza, Tom G. Warrior convoca anche la Poesia, prima in forma di citazione (Emily Bronte per Inner Sanctum) e poi come protagonista assoluta (Baudelaire per Sorrows of the Moon/Tristesses de la Lune).

Tutto chiaro, allora? Tutto deciso a favore del versante cerebrale? Assolutamente no, perché il platter si apre con un brano perfetto... per smontare concezioni ardite. Mexican Radio, infatti, è una cover dei Wall of Voodoo, band new wave passata a mo' di meteora nell'affollatissimo cielo post punk ottantiano, fatta eccezione per la sorte del frontman Stan Ridgway, tuttora attivo come solista e circondato da un discreto seguito. Ma come, anni di fiera rivendicazione di una diversità genetica del metal e, in poco più di tre minuti, uno dei nostri gruppi simbolo inceneriva la verginità faticosamente conquistata flirtando coi ritmi elettro-sincopati della new wave?! Già così ce n'era abbastanza per finire davanti al plotone di esecuzione degli ortodossi oltranzisti, ma i colpi apoplettici a carico del sistema nervoso dei puristi sono solo all'inizio, tenuto conto di una tracklist capace di regalare la ballabilità malata di una I Won't Dance (anche qui con l'eterno dubbio: parodia provocatoria o rielaborazione di ritmi sinceramente sentiti?) e, ancor più, l'imprevedibilità eretta totalmente a sistema di One in Their Pride, laddove drum machine, voci precampionate e incursioni di violini in declinazione industrial hanno determinato, in molti fans lungocriniti, indignati sollevamenti di puntine o compulsive pressioni del tasto FFWD, in base al supporto posseduto. Oltretutto, anche quando i ritmi sembrano avventurarsi su un crinale più tradizionalmente frostiano, come in Mesmerized, ci pensa la voce di Tom a uscire dal seminato, accumulando un tasso di voluttuosità che finisce per stridere con l'impianto muscolare.
La verità è che, a consuntivo, per le orecchie educate a pane e To Mega Therion rimangono davvero pochi rifugi sicuri (Inner Sanctum, Babylon Fell e Caress into Oblivion su tutti), ma la forza di Into the Pandemonium sta proprio nell'abbandono diremmo quasi scientifico di tutte le certezze maturate nella produzione precedente e nella ferrea volontà di affrontare rotte nuove mettendosi del tutto in discussione. Violini, viole, violoncelli, corni francesi, un'intera batteria di strumenti fino ad allora del tutto estranei alla tradizione del genere fanno la loro comparsa sulla scena e ne occupano spesso il centro, tenuti insieme rarissimamente da una propensione melodica ma, piuttosto, quasi sempre da un'irresistibile spinta verso la teatralità dell'insieme, che è poi la cifra artistica chiave che porta alla definizione di avantgarde.

Non è un caso se proprio nei due brani che si sono spinti più lontano brillino le stimmate qualitativamente più nobili dell'intero lavoro, a cominciare da Rex Irae (Requiem), in magico equilibrio tra i tormenti evocati dal cantato trascinato, quasi sofferente, di Warrior e il contraltare gothic-sinfonico affidato a una Claudia-Maria Mokri sempre in stato di grazia dopo la prova in Necromantical Screams. E’ ancora a un'ugola magicamente femminile (stavolta è Manu Moan, frontwoman del trio dark wave svizzero The Vyllies) che si deve l'incanto celestiale emanato dalla recitazione di quella Tristesses de la Lune che, nelle edizioni immediatamente successive dell'album, prenderà il posto dell'originale Sorrows of the Moon, in cui a cimentarsi al microfono era il buon Thomas. Non che la prova del Guerriero fosse da buttare, tutt'altro, tenuto conto del raffinato illanguidimento dei toni di cui si è dimostrato capace, ma, indubbiamente, per una resa ottimale dello spirito baudelairiano instillato nei Fleurs du Mal e per descrivere l'intimo rapporto tra il poeta e la luna, non c'era niente di più indicato di una voce a un tempo diafana e profonda che si intrecciasse con le linee sognanti e appena solcate di inquietudine di un violino, fino agli ultimi, magici versi:

Quando a volte, su questo globo, nel suo ozioso languore
lascia furtivamente scivolare una lacrima,
un poeta pietoso, nemico del sonno,
raccoglie nell'incavo della sua mano quella lacrima pallida,
dai riflessi iridati come un frammento d'opale
e la pone nel suo cuore, lontana dalla vista del sole.


Viaggio onirico tra elettronica, oscurità e poesia, monumento vivente alla sfida delle contaminazioni, capace di alternare densità e spensieratezza, adagiato su un piano che l'ha reso a un tempo ostico e seminale, Into the Pandemonium è forse l'inno più roboante mai uscito da una penna metal contro la convenzionalità e i confini raggiunti. A posteriori, ci saremmo resi conto di quanto l'arditezza del volo avesse consumato le energie creative dei Celtic Frost, ma al termine di questi quaranta minuti, come nel mito, non rimane che restare in silenzio, davanti all'impresa di Icaro.



VOTO RECENSORE
97
VOTO LETTORI
96.38 su 31 voti [ VOTA]
Metal Maniac
Giovedì 15 Febbraio 2018, 13.47.49
48
@hisho hakurei: la hit secondo me c'è eccome... risponde al nome di "inner sanctum"... una sassata.
tino
Giovedì 15 Febbraio 2018, 12.23.04
47
Ovviamente se un disco non arriva, se non piace, c’è poco da fare. un capolavoro può essere considerato un mattone ci sta. Detto questo per me invece è ancora un gigante della musica ed è ancora fresco ed attuale. L’accostamento con king diamond ce lo vedo poco, artisti troppo diversi e distanti anche se contemporanei e che comunque condividevano una buona fetta di audience, specie chi ascoltava thrash. Sono artisti che hanno influenzato parecchio chi è venuto dopo ma su coordinate diverse, questo album ha gettato le basi di certo gothic metal e sinfonic metal, il diamond enormemente più tecnico, melodico e più vicino al metal classico è stato più influente su certo power metal e anche prog metal, ma sono mie opinioni personali. I singoli potenziali (a parte mexican radio che anche se non è loro è accostabile ad una am I evil fatta dai metallica, tutti fanno cover e le traformano in pezzi loro di successo) ci sono stati e sono secondo me molto efficaci, la prima sicuramente mezmerized, orecchiabile e diretta , utilizzata anche nella mitica raccolta noise doomsdays news, poi I won’t dance un bellissimo esperimento che suonavano dalle mie parti addirittura nelle discoteche metal. Poi non ultima sorrow of the moon, un gioiello di semplicità.
Hisho Hakurei
Giovedì 15 Febbraio 2018, 11.49.40
46
No. Non mi è mai piaciuto, ed anche oggi che sono adulto e molto più aperto metlnralmebte di quanto già non lo fossi da ragazzino, trovo questo disco a tratti godibile, più chr altro interessante, a tratti troppo, decisamente noioso e caotico. Eppure dura solo 40minuti, ma sembrano interminabili a volte. L'impressione è anche quella di voler rifare il verso a certe composizioni di sua maestà King Diamond... Ma a toccare il fuoco spesso ci si ustiona gravemente. Il danno maggiore è poi non trovare in un intero album il cavallo vincente, l'anthem, insomma la hit. E dire che il disco nelle sue prime due tracce fa ben sperare, ma ad esser cattivi l'opener non è farina del loro sacco in quanto cover. Sicuramente innovativo e coraggioso, ma senza ombra di dubbio a mio parere mediocre, purtroppo paradigma della loro stessa carriera mai veramente esplosa se non tra i fanatici e nella nicchia del culto.
Mauri66
Lunedì 22 Gennaio 2018, 10.52.55
45
Tom G.Warrior è un genio.....ascoltare I won't dance per credere! E tutto il resto....
pajuuk
Giovedì 17 Agosto 2017, 16.42.44
44
chi non ama questo disco si merita di finire i n paradiso!!!
robby
Sabato 25 Marzo 2017, 14.53.39
43
immortale !
LexLutor
Domenica 8 Gennaio 2017, 20.36.56
42
All'epoca si parlava di avanguardia. Ed a buona ragione. 100/100
hermann 60
Sabato 10 Dicembre 2016, 16.19.05
41
Innanzi tutto , complimenti per la recensione, veramente completa e approfondita, con dettagli extra musicali gradevoli. Per quanto riguarda il disco, secondo me assolutamente geniale in ogni sua parte, degno ,come TUTTA la loro produzione, di uno dei più grandi gruppi della storia del Metal. 94
Galilee
Venerdì 9 Dicembre 2016, 19.30.38
40
X Suarez, eh lo so ho scritto sbagliato, ma non è tutta colpa mia, sono sti maledetti correttori automatici. Anche perché, sul serio la band in questione, anche vista l'età, la conosco da sempre.
Suarez
Martedì 6 Dicembre 2016, 23.46.16
39
Dannazione, c'era un "a capo" nel precedente commento
Suarez
Martedì 6 Dicembre 2016, 23.44.48
38
Galilee, DEGLI Afrika Bambaata? Mi sono sentito male Siamo su metallized, evitiamo di fare figure barbine
Metal Shock
Martedì 6 Dicembre 2016, 17.33.22
37
@Rikbay: ciao Rik!! Era meglio se andando avanti finivano Into the Pandemonium, invece sono finiti into Cold Lake, ahahah! Vabbeh, per questo disco ci andava anche coraggio a scriverlo e loro l`hanno avuto, almeno per questo sono da apprezzare!
rik bay area thrash
Martedì 6 Dicembre 2016, 14.19.12
36
Ciao Metal Shock !! Meglio che non ti dica l'espreesione !! Poteva essere tra l' incredulo il disgustato e .... non aggiungo altro. Vedo che sono solo io a non essere entusiasta di questa 'roba'. Sono contento per voi, sincerely !! Dove potevano arrivare i celtic frost andando avanti cosi? Semplice, sarebbero finiti into the pandemonium .... ah ah ah
Masterburner
Martedì 6 Dicembre 2016, 13.54.06
35
In effetti poi bisogna ricordare che è un disco nato anche in un periodo di crisi della band, se non sbaglio
Nyarlathotep
Martedì 6 Dicembre 2016, 1.46.13
34
Album immenso di una band immensa.
Metal Shock
Lunedì 5 Dicembre 2016, 23.01.06
33
M`ero perso il commento! Che dire...questo e` uno di quei dischi che dire capolavoro e` poco, un passo avanti nel futuro ancor oggi, compiuto dalla band svizzera. Certo chi adorava i dischi precedenti all`ascolto di Mexican radio sara` venuto un colpo (mi immagino la faccia di Rik Bay!), ma con un`apertura di mente, andando al di la` dell`impatto iniziale, ci si trova davanti un disco pauroso, con tante facce ed influnze che portano la band nell`avanguardia della musica. Tristesses de la lune e`poesia in musica, One in their pride una cosa mai sentita per un gruppo metal, ma poi arrivano Inner sanctum e Babylon fell a sistemare le cose, e poi amcora brani imprevedibili ed altri meno. Per quel che esce dai solchi il 100 ci sta` tutto. Mi chiedo dove sarebbero arrivati i Celtic proseguendo su questa strada....
Galilee
Lunedì 5 Dicembre 2016, 19.52.16
32
X Terzo menati. Con scratch vari, parti rap e mix vari? Certo la base è afro, dal nome della band infatti. Ma il primo vero Hip Hop è quello assieme a Gransmater flash e tanti altri. Tra l'altro a me non spiace per nulla anche perché ci sono un sacco di giri di basso fichi sui quali esercitarsi.
terzo menati
Lunedì 5 Dicembre 2016, 18.31.35
31
Reckless hip hop? Forse musica afro sarebbe corretto. One in their pride e' presa da quella electro pop tipicamente deutsch che andava in quegli anni. L hip hop nel rock e' stato sdoganato più che altro da beastie boys e da quella give it away dei rhcp
Red Rainbow
Lunedì 5 Dicembre 2016, 15.31.40
30
@ Galilee e Metal Maniac: anch'io sarei più propenso a cercare le radici nel sottobosco new wave ottantiano ma ammetto che, almeno personalmente, il mio giudizio può essere influenzato dall'assidua frequentazione di quel genere, mentre invece sono molto meno ferrato sul versante Hip Hop... Di sicuro c'è che all'epoca non erano in molti, a sottilizzare sulle ascendenze, il brano era davvero un classico caso di "love it or hate it", come dire, a pelle...
Galilee
Lunedì 5 Dicembre 2016, 15.07.21
29
Beh, che dire se ci sentì qualcosa di Hip Hop probabilmente ci sarà. Non so se Tom si fosse ispirato direttamente a questa coerente musicale che ai tempi era comunque un qualcosa di abbastanza nuovo.Dal mio unto di vista questo disco è molto influenzato dalla New wave inglese. E l'uso dell'elettronica mi sembra arrivare da lì.
NihilisT
Lunedì 5 Dicembre 2016, 14.59.29
28
disco Fondamentale!irripetibile e imperdibile!recensione bellissima!
Metal Maniac
Lunedì 5 Dicembre 2016, 14.48.32
27
@galilee: mi dispiace ma secondo me le reminiscenze hip hop ci sono... non ho detto che è un brano hip hop, ma per come è strutturato mi ricorda quel genere lì...
Tommy T.
Lunedì 5 Dicembre 2016, 14.40.33
26
*Con attenzione ... pardon! 98
Galilee
Lunedì 5 Dicembre 2016, 14.29.14
25
X Metal Maniac, scusa ma secondo me come non basta una distorsione a far heavy metal non basta un po di elettronica a fare Hip Hop. Trovami dei punti in comune tra on their pride e chessò Reckless degli Africa Bambata.. Io non ce la fo..
Tommy T.
Lunedì 5 Dicembre 2016, 14.25.54
24
Non era già recensito??? Album artistico da ascoltare con attentamente,per me meraviglioso... ottima recensione!
Masterburner
Lunedì 5 Dicembre 2016, 14.04.32
23
Ps preferisco mille volte 'Sorrows of the moon' alla versione femminile 'Tristesses de la Lune'
Masterburner
Lunedì 5 Dicembre 2016, 9.29.10
22
Che dire... uno degli album più importanti della storia del metal, geniale in tutto e per tutto. Pure la copertina è una delle mie favorite di sempre, con un particolare del Giardino delle delizie di Bosch e all'interno del gatefold un altro magnifico dipinto. Insomma hanno indovinato tutto. E hanno avuto il coraggio di iniziare un disco del genere con una canzone che parla di iguana grigliata sul barbecue...
terzo menati
Sabato 3 Dicembre 2016, 21.35.59
21
One in their pride mitica...effetti anni 80 che adesso trovi in edicola...bibichoin steit bidoin...bibichoin steit bidoin....bibichoin steit bidoin.
Metal Maniac
Sabato 3 Dicembre 2016, 20.09.56
20
@galilee: ho capito che è elettronica, ma l'andamento della musica così come le poche parole che vengono dette hanno un'inclinazione innegabilmente hip hop... ricorda molto la tipica base usata nelle canzoni hip hop...
Undercover
Sabato 3 Dicembre 2016, 19.59.57
19
Non c'è neanche da discuterci su, album fondamentale. 100
Lemmy
Sabato 3 Dicembre 2016, 19.15.55
18
Uno degli album più eclettici e creativi della loro discografia , un ampio sperimentale assortimento di stili infusi in questo stupendo lavoro,, si va dal doom, ai riffs thrahizzanti,al synphonic, ai strumenti ad arco e ottoni, ai campionamenti elettronici,fino all'avantgarde, si potrebbe dire un thrash gothic synphonic avantgarde?, penso che ogni classificazione sarebbe vana, quel che conta è che un album intricato, difficile, un po ostico se vogliamo, ma veramente interessante per la mistura sonora, album pionieristicamente seminale, mi ci son voluti molti ascolti e un anno intero per apprezzarlo, ma ne valse la pena, continuo a preferirgli To Mega Therion, ma rimane sempre per me un ottimo storico fondamentale album.
galilee
Sabato 3 Dicembre 2016, 18.46.47
17
Si chiama elettronica, che in questo caso è un influenza New wave. Cioè l'hip hop qua c'entra quanto il Tango argentino...
Metal Maniac
Sabato 3 Dicembre 2016, 18.42.21
16
eh eh eh, finalmente questo disco! io ho la versione del 1999, quella con in totale 15 tracce, 12 + 3 bonus tracks... infatti già nel 1993 furono aggiunte "tristesses de la lune" e "one in their pride (re-entry mix)" alla tracklist originale del 1987 (ma queste cose le sapete già)... un grande album anche se capisco che può essere strano da digerire, io per esempio salto le due "one in their pride", sentire un gruppo thrash che flirta con l'hip hop è un po' dura anche per me... per il resto gli altri sperimentalismi li accetto tutti, anche se la mia preferita rimane "inner sanctum" e il suo "UH!" selvaggio, penso la migliore canzone dell'album... comunque io voto 95, non ci sono dubbi, una pietra miliare.
Awake
Sabato 3 Dicembre 2016, 18.28.03
15
All'epoca quando comprai il vinile inizialmente non mi piacque, gradatamente però, ascolto dopo ascolto, riuscii a coglierne l'essenza. Allo stato posso dire che i miei sforzi sono stati ampiamente ripagati. Album seminale che a distanza di anni ascolto ancora volentieri, soprattutto quando vengo colto da determinati stati d'animo e ho bisogno di evadere da me stesso.
lisablack
Sabato 3 Dicembre 2016, 17.41.27
14
D'accordo con Galilee, questo album è una delle vette più alte del Metal. I primi 3 album dei Celtic Frost sono pietre miliari, e tra i migliori album degli anni 80, Cold Lake fu per me una delusione, anche se è buon disco, l'ho accettato col tempo.A te Rik, senz'altro piace più To mega therion!
galilee
Sabato 3 Dicembre 2016, 17.22.57
13
Ma difatti questo non è thrash. Questa è pure espressione artistica. È un po come definire Dark side of the moon un disco prog. Riduttivo. Qualsiasi aggettivo è riduttivo per descrivere un opera di questa portata. Qui si va oltre. Uno dei punti più alti del metal in generale.
rik bay area thrash
Sabato 3 Dicembre 2016, 17.13.56
12
Quando ascoltai il vinile rimasi allibito. Negativamente naturalmente !!!! Qui di thrash non c'è più niente. Dei celtic frost che conoscevo e apprezzavo non c'era più traccia. Infatti, giustamente, avete messo come indicazione : avantgarde. All' epoca su una rivista inglese tra le più seguite in ambito thrash, la review che fecero di questo album fu una stroncatura senza precedenti !!!! All' ora non ero solo io a non capire più un piffero di thrash !!!!. Me ne disfai di questo disco immediatamente facendo anche una fatica bestiale per trovare un acquirente. Morbid ..., emperor ..., to mega ... .... qui ci siamo.
Agnostico
Sabato 3 Dicembre 2016, 17.01.59
11
Penso di non aver mai capito fino in fondo quest'album.Il primo che ho avuto dei Celtic Frost è stato To Mega Therion e mi è piaciuto da impazzire,quindi mi sono poi orientato su questo visto che ho sempre letto recensioni entusiastiche,ma mi ha deluso,non mi ha mai preso come il precedente.Chissà se un giorno cambierò idea?Lo ritengo un buon album ma non un capolavoro.
Red Roger
Sabato 3 Dicembre 2016, 17.00.17
10
C-U-LT-O....questo album è un calderone infernale in cui tutti gli ingredienti son amalgamti alla perfezione.La colonna sonora per sabba consumati nelle Alpi..UH !!
Tevildo75
Sabato 3 Dicembre 2016, 14.46.34
9
Sin dal primo ascolto, questo album l'ho sempre trovato molto ostico, non riesco proprio a farmelo piacere fino in fondo, sicuramente ha il suo valore storico, ma con il voto io ci vado più cauto e mi fermo su 80.
tino
Sabato 3 Dicembre 2016, 13.43.11
8
sicuramente l'apoteosi di questo gruppo leggendario, i miei preferiti all'epoca assieme ai coroner, entrambi svizzeri ma da sempre considerati patrimonio germanico. Questo disco avanti anche ora, per l'epoca rivoluzionario grazie alle vocals melanconiche, agli effetti elettronici, alle orchestrazioni con i cori lirici, non una caduta di tono, un capolavoro senza tempo. Voto 99
Doom
Sabato 3 Dicembre 2016, 12.49.29
7
Poco da dire..un album troppo importante e avanti. I maestri sempre e comunque sia se parliamo di black, thrash, avantgarde, death etc etc. Il primo che ho avuto di loro..infatti all'inizio rimasi quasi sorpreso.. Sono sempre di manica "corta" ma qui un 9,5 lo dò. Anche se il mio preferito rimmarrà sempre To Mega Therion!
Pacino
Sabato 3 Dicembre 2016, 12.29.54
6
li preferisco nella versione più Thrash, ma siamo sempre sul semicapolavoro, voto 88!
Germano Mosconi
Sabato 3 Dicembre 2016, 12.17.12
5
Album storico.
lisablack
Sabato 3 Dicembre 2016, 12.15.50
4
Finalmente! Non ci credo...ci voleva questa recensione, mi avete fatto contenta. Così ci sbatto subito un bel 100, senza nemmeno pensarci su..Questo album significa sperimentare, come intendo io, senza essere ridicoli. Stupendo, a partire dalla copertina, e poi il resto. Capolavoro alla pari di To Mega therion e Morbid Tales, storia del Metal estremo, e album fonte d'ispirazione per generazioni..bellissimo, unico, non ho più aggettivi..100!
Hellion
Sabato 3 Dicembre 2016, 12.05.37
3
1987....anno strepitoso.
Hard & heavy
Sabato 3 Dicembre 2016, 11.01.26
2
pietra miliare
Rob Fleming
Sabato 3 Dicembre 2016, 9.52.40
1
Un album la cui importanza (100) va al di là del valore in sé della musica (comunque eccellente: 80). Su Mesmerized, I won't dance, Rex Irae, Oriental masquerade si sono edificate intere discografie. Senza contare il capolavoro nel capolavoro: Tristesse de la lune impreziosita dalla prestazione vocale di una strepitosa Manu Moan. Sì perchè io ho l'edizione con entrambe le versioni: quella in francese (Tristesse de la lune) e quella in inglese cantanta da Warrior (Sorrow of the Moon, bella, ma fisiologicamente inferiore).
INFORMAZIONI
1987
Noise Records
Avantgarde
Tracklist
1. Mexican Radio
2. Mesmerized
3. Inner Sanctum
4. Sorrows of the Moon
5. Babylon Fell
6. Caress into Oblivion
7. One in Their Pride
8. I Won't Dance
9. Rex Irae (Requiem)
10. Oriental Masquerade
Line Up
Tom G. Warrior (Voce, Chitarra, Synth)
Martin E. Ain (Basso)
Reed St. Mark (Batteria)
 
RECENSIONI
80
97
89
95
 
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