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Jorn - Worldchanger
03/12/2016
( 725 letture )
La fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila sono stati il periodo d’oro per Jørn Lande. Il debutto degli Ark, l’album con i Millenium, la collaborazione con Malmsteen, il primo disco da solista, il secondo album con gli Ark, il debutto dei Beyond Twilight, la partecipazione al Nostradamus di Nikolo Kotzev e, ancora, il secondo album da solista, il qui presente Worldchanger e, infine, il debutto con i Masterplan. Il tutto in quattro anni da urlo, dal 1999 al 2002, che porteranno il cantante norvegese a toccare forse l’apice assoluto della sua carriera, nonostante molte altre soddisfazioni dovessero ancora arrivare. Un vero e proprio tour de force che testimonia non solo la grande voglia di arrivare del cantante, ma anche la sua irrequietezza, la sua incapacità di fermarsi davvero da una parte. Jørn Lande è un fuoriclasse, uno dei migliori cantanti sulla scena, senza ombra di dubbio. Eppure, molti hanno ragione da vendere nel ritenere che, il meglio, Lande lo dia quando ha la possibilità di interpretare canzoni costruite attorno a lui da qualcun altro e non quando invece è lui stesso a mettersi in gioco come compositore. Ruolo questo nel quale dimostra buone capacità, senza però quel tocco di magia che farebbe la differenza tra un buon album e quel qualcosa in più, che è un capolavoro. Si tratta, in effetti, di una condanna che il cantante non sembra riuscire a togliersi di dosso e che ne condizionerà tutta la carriera solista. Un giudizio però che sembra dimenticare che, comunque, se differenza esiste tra un capolavoro e un disco ottimo, così come tra un disco ottimo e un buono, altrettanta differenza passa tra un buon album e uno sufficiente o addirittura insufficiente. Worldchanger è quindi un ottimo punto di partenza per valutare lo spessore del Lande solista, arrivato in un momento d’oro e pieno dell’ingenuità di chi sta vivendo un sogno e lo vive pienamente ed anche per mettere in dubbio l'assioma secondo il quale il cantante si sia limitato in questa veste ad un revival privo di reale personalità.

Sulla copertina dell’album, come di consueto, troviamo l’animale simbolo di Jorn, quel corvo che, viste le origini del cantante, non fatichiamo ad avvicinare al padre degli Dei norreni, Óðinn. Ed è in piena atmosfera eroica, epica, oscura e maestosa che si apre Tungur Knivur, parola inventata dallo stesso Lande che unisce due lemmi, quelli norvegese e quello islandese, per un titolo che in inglese diverrebbe un molto più masticabile Heavy Knives. Vichinghi, di questo parla la canzone e se l’argomento non risulta davvero particolarmente originale, c’è da dire che il brano è strepitoso: potente, cadenzato, al limite dell’epic doom, con uno Jorn semplicemente stratosferico e una melodia perfetta, che centra subito il punto, assieme all’ottimo lavoro alla chitarra di Tore Moren. Un perfetto esempio di modernizzazione del sound tipico del Dio solista e dei "suoi" Black Sabbath. Deciso cambio di atmosfera con Sunset Station, inizialmente attestata su un tempo medio, come la precedente, ma destinata ad una dinamica crescente che si attesta tra l’heavy e l’AOR del refrain, con un Hellhammer incontenibile. Brano decisamente elegante, nel quale tutta la band concorre al risultato, come testimonia il bell’assolo di Moren, decisamente di alto livello. Torniamo invece su lidi heavy/doom con Glow in the Dark, brano comunque piuttosto cangiante anche a livello di ritmica e a suo modo affascinante, sul quale Jorn si adagia da par suo, con una prova sontuosa. Tempo per la prima ballad del disco e House of Cards fa la sua bella comparsa, confermando la vena social/politica che caratterizza i testi dell’album e, ancora una volta, colpisce la costruzione del brano, con un crescendo emotivo perfettamente riuscito, giostrato anche sui cori e le sovrapposizioni di chitarra. Forse nessuno a questo punto si aspettava una canzone come Bless the Child, classico titolo blues che nasconde invece una sfuriata power/thrash devastante, solo stemperata dal bridge hard rock, che conduce ad un refrain ampio e coinvolgente. Sentire Lande che spara acuti con tanta violenza sulle strofe non può che confermare la sua enorme versatilità e, in un certo senso, il dispiacere per la rarità con la quale il cantante usa questa sfumatura nelle sue interpretazioni. Captured si apre su un arpeggio e su una armonia vocale vagamente beatlesiana e si rivela brano piuttosto particolare e curioso, nel quale Hellhammer si diverte a spostare gli accenti in sottofondo, donando un andamento stralunato, con gli altri che aggiungono via via complessità all’arrangiamento. Difficile dire se il risultato finale sia poi davvero riuscito, ma resta una delle tracce più originali dell’album e un esperimento meritevole. La titletrack si fa annunciare da un riffing sincopato piuttosto particolare e di chiara matrice prog, così come il cantato, nel quale fanno eco le linee melodiche sviluppate con gli Ark, che confluiscono però in un refrain di chiara matrice hard rock. Anche in questo caso, lo scontro tra atmosfere diverse è piuttosto particolare e forse il mixaggio non rende perfetta giustizia all’incastonarsi degli strumenti. Siamo ancora di fronte ad un brano mutevole e se vogliamo originale, che però risulta quasi incompiuto, non portato cioè alla sua forma definitiva, affascinante, ma con un senso di mancanza piuttosto evidente, con un finale che arriva sfumando troppo presto, quasi il gruppo non sapesse dove andare a parare a quel punto. Decisamente strano per una traccia che dà il titolo ad un album. Christine torna su lidi ben più definiti, con il suo hard rock modernizzato e dalle linee chitarristiche evolute, mentre la conclusiva Bridges Will Burn torna su cadenze medie e solenni, sulle quali si sviluppa però una linea melodica tipicamente AOR e accattivante, almeno fino al break sabbathiano centrale.

La caratteristica principale di Worldchanger è nella sua mutevolezza. Un continuo cangiare di ispirazioni e coloriture evidente tanto tra un brano e l’altro, quanto all’interno delle stesse singole composizioni. La volontà di dare un taglio moderno ed inusuale al tipico hard’n’heavy che tutti associamo a Jorn diventa misura dell’album, con arrangiamenti che non rinunciano a tastiere piuttosto fredde e una produzione forse più vicina a quella di un album heavy/prog. Lo stesso può dirsi per lo stile adottato da Tore Moren ed Hellhammer, entrambi sempre alla ricerca di soluzioni originali negli arrangiamenti. In questo caso, ad amalgamare il tutto intervengono sempre la voce e le scelte melodiche del band leader, ben radicate nell’immaginario classico, salvo qualche scappatella verso il prog che resta comunque nelle corde di questo superbo interprete ed autore. Un approccio tra passato e futuro confermato dalla copertina: nella sua ingenuità troviamo infatti il nome della band in chiari caratteri metallici, delle rune che circondano il tutto e il classico corvo che, come detto, può richiamare sia una semplice "mascotte" che l’animale simbolo del padre degli Dei asgardiani. Resta il fatto che il disco non sia neanche vicino ad essere considerabile come un capolavoro e neanche alla nomea di "ottimo" album: in qualche caso intervengono canzoni non perfettamente riuscite, nelle quali la volontà di risultare comunque originali pur restando ancorati ad un substrato perfettamente identificabile e classico, non produce un risultato all’altezza delle aspettative; aggiungiamo che a volte le scelte stilistiche stridono tra loro e che occorrono ascolti ripetuti per apprezzare in particolare una seconda parte di album che rischia di scivolare via senza lasciare traccia da Captured in poi. Eppure, non si può neanche tacere della bontà e della freschezza del disco, uscito in un momento nel quale l’hard rock era materia per dinosauri destinati all’estinzione e heavy metal faceva coppia solo con la coniugazione del power teutonico/scandinavo. Il disco si faceva apprezzare per essere diverso da entrambe queste espressioni, per la qualità tecnica, le prestazioni individuali e proprio per quell’aura di modernità e ricerca che manca a troppi interpreti del genere e che lo stesso Jorn sarà fin troppo pronto a mettere da parte in nome di un costante tentativo di ereditare il doppio trono di David Coverdale e Ronnie James Dio. Un tentativo questo che ne ha grandemente ridotto le velleità, così come il rapporto difficile con i Masterplan e la mancanza di dischi di livello assoluto come furono quelli con Ark, Millennium e Beyond Twilight. Ma di tutto questo, in Worldchanger giustamente non c’è traccia: qui c’è solo entusiasmo e voglia di dire la propria in maniera personale, ricercando una propria via. E’ forse per questo che è giusto essere affezionati a questo album e tornare a scoprirlo di quando in quando, al di là di classifiche di merito che fin troppo spesso dimenticano il valore della musica.



VOTO RECENSORE
73
VOTO LETTORI
75 su 1 voti [ VOTA]
lux chaos
Sabato 31 Dicembre 2016, 12.01.52
2
Concordo! Tra l'altro sentito di recente con Avantasia e ha spaccato tutto...tenendo conto che con quel dono che si ritrova fa venire la pelle d'oca quando canta, e sta li a fare delle cose impossibili come se bevesse un bicchier d'acqua ahahahah....non un gran compositore, questo è l'unico suo album che possiedo e apprezzo quasi del tutto, anche se i migliori restano quelli dove era aiutato o sostituito nel songwriting (Ark, Millennium, Beyond Twilight, Mundanus ecc)
Rob Fleming
Sabato 31 Dicembre 2016, 8.43.16
1
Jorn è l'ultimo dei fuoriclasse, capace di passare dalle tonalità di Coverdale a quelle di Dio (basta sentire cosa fa nei Mundanus Imperium). Non è un gran compositore, ma a lui, con quella voce, si perdona tutto. Anche la canzone più anonima improvvisamente diviene interessante. 75 ps:@ Lizard: recensione condivisibile in ogni parola, e ti assicuro che prima ho scritto il commento, poi l'ho letta; il mio sembra il riassuntino delle elementari. Oh! Vorrà dire che su Jorn Lande la pensiamo uguale
INFORMAZIONI
2001
Now & Then/XIII Bis Records
Heavy
Tracklist
1. Tungur Knivur
2. Sunset Station
3. Glow in the Dark
4. House of Cards
5. Bless the Child
6. Captured
7. Worldchanger
8. Christine
9. Bridges Will Burn
Line Up
Jørn Lande (Voce)
Tore Moren (Chitarra)
Sid Ringsby (Basso)
Jan Axel "Hellhammer" Blomberg (Batteria)
 
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