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Maschine - Naturalis
08/12/2016
( 471 letture )
Dopo il primo album uscito nel 2013 i Maschine tornano sulle scene con il nuovo lavoro intitolato Naturalis.
Sono una giovane band inglese capitanata dal chitarrista cantante Luke Machin già noto a molti per la presenza nella line up dei The Tanget tra il 2010 e il 2012. Naturalis, come lascia presagire il nome, è in generale incentrato su tematiche inerenti alla natura, ma focalizzato maggiormente alle catastrofi naturali. In una intervista Luke racconta che l’idea è venuta in seguito allo tzunami in Giappone del 2011 e in special modo dall’effetto che questo evento ha avuto sulla popolazione. In particolare ha voluto concentrarsi sulla reazione positiva delle vittime e su come hanno iniziato a ricostruire il paese piuttosto che sul senso di morte e desolazione che un evento simile genera. Rispetto all’album di debutto, che comprendeva brani scritti negli anni precedenti e quindi eterogenei a livello compositivo, nel secondo lavoro hanno avuto modo di lavorare insieme agli altri componenti della band così da pubblicare un prodotto più omogeneo e coerente. Il prodotto alla fine risulta un rock progressivo di facile ascolto, dove è apprezzabile un discreto lirismo che rende l’ascolto adatto anche a chi non è avvezzo alle stramberie spesso presenti nel genere.

L’artwork non lascia particolarmente stupiti, vediamo un nodo celtico che sovrasta un’immagine del cielo, incorniciato nella parte inferiore da grattacieli posizionati in modo triangolare. Non un brutto artwork, perché nel complesso risulta ben bilanciato nei colori e stilisticamente piacevole, ma di certo non è un punto di forza dell’album.
Il disco è strutturato in sei tracce di cui spiccano, per durata e per valore, la prima e l’ultima con durate di poco inferiori ai 12 minuti. Resistence è il brano che apre l’album, senza dubbio la caratteristica che più colpisce è la continua alternanza di momenti lirici, psichedelici e parti più pesanti. Proprio in quest’ultime viene a galla la buona preparazione tecnica della compagine britannica. Quindi dati gli ingredienti, ossia: varietà sia di intenzione che dinamica, buona tecnica e parti liricamente valide, ci sarebbero le basi per esprimersi in senso positivo, ma proprio questi elementi sono ciò che non torna in questo brano. Vuole essere bello, riprende tutti i canoni del genere avvicinandosi in questo modo pericolosamente al cliché senza mai però entrandoci pienamente. Il problema nasce proprio dalla ricerca del dettaglio perfetto che rende il lavoro innaturale e privo di quella personalità che potrebbe avere. In sintesi è un brano che risulta prevedibile a causa di scelte troppo poco coraggiose. Il secondo pezzo Night and Day, pur dotato di un tema piacevole e ben strutturato, soffre dei problemi riscontrati nella prima traccia, ma a differenza del primo brano si aggiunge la scarsa variabilità che alla lunga può annoiare. Make Believe ci accoglie con un gradevole intreccio di voci dall’atmosfera molto distensiva e quasi onirica. Anch’esso come il precedente eredita quelle problematiche che ormai possiamo considerare consolidate, ma aggiunge di nuovo un eccessivo sfruttamento del tema iniziale che a differenza del precedete brano risulta ben più tedioso, complice la maggiore durata. Hidden in Plain Sight spezza la linea già percorsa con una impostazione decisamente diversa. Pur mantenendo dei punti di contatto con le tracce che lo precedono, vira su uno stile accomunabile da alcuni punti di vista all’AOR di fine anni ’70 (stile Fleetwood Mac, per intenderci) quindi una commistione di classic rock e componenti di vari generi fuse in un prodotto adatto alla trasmissione radiofonica. Brano molto piacevole che spezza il ritmo del disco, senza arricchirlo. A New Reality è una piacevolissima scoperta: riprende il precedente andamento con tutti i pregi e i difetti già esaminati, ma ci riserva la più grande sorpresa dell’album. Circa a metà, con un cambio radicale, ci ritroviamo in un brano Jazz Rock un po’ latino che rimanda agli Spyro Gyra e agli Incognito. Mai ci si aspetterebbe una simile evoluzione da quanto ascoltato fino a questo momento. Naturalis chiude il proprio percorso con il secondo brano più lungo: Magacyma. Si tratta senza dubbio alcuno del brano più pesante del disco, anche se si percepisce chiaramente che la violenza non è così affine alla loro attitudine. Non a caso tendono a smorzare quasi subito le derive più metal. Pur avendo sprazzi piacevoli il risultato è abbastanza tedioso e poco ispirato.

Tiriamo le somme: Naturalis è un disco abbastanza godibile e di facile ascolto, presenta punti di alto livello e momenti più noiosi. Parliamo di un lavoro sostanzialmente ben fatto, ma con delle pecche non trascurabili. Troviamo una buona capacità di produrre temi piacevoli e memorabili, ma anche il cibo più buono se mangiato troppo spesso diventa stucchevole. Questo è il problema più grande riscontrato in questo disco: buone idee ma troppo sfruttate all’interno del brano. Alla fine possiamo etichettarlo come un buon lavoro che lascia l’amaro in bocca perché le ottime carte si sarebbero potute giocare molto meglio. Viste le grandi potenzialità del gruppo speriamo in una crescita nel prossimo lavoro.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
70 su 1 voti [ VOTA]
Cipmunk
Venerdì 9 Dicembre 2016, 13.03.12
1
d'accordo praticamente su tutto..grandi potenzialità tecniche sia compositive che in esecuzione,bella la voce femminile...ma mannaggia a questi chitarristi che se nn corrono e nn vanno a fare assoli alla velocità della luce nn si sentono realizzati....
INFORMAZIONI
2016
InsideOut
Prog Rock
Tracklist
1. Resistance
2. Night And Day
3. Make Believe
4. Hidden In Plain Sight
5. A New Reality
6. Megacyma
Line Up
Luke Machin (Voce, Chitarra)
Elliott Fuller (Chitarra)
Marie-Eve de Gaultier (Voce, Tastiere)
Daniel Mashal (Voce, Basso)
James Stewart (Batteria)
 
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