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Kansas - Leftoverture
10/12/2016
( 3506 letture )
Sembrerà oggi incredibile ai più, ma quando Leftoverture uscì non raccolse poi i grandi favori che tutti ci aspetteremmo. La grande stagione del prog andava lentamente declinando, schiacciata dall’elefantiasi autocompiacente che di lì a poco avrebbe trovato la propria nemesi nella ribellione nichilista e minimale del punk, ma in quel fatidico 1976 ancora il movimento godeva di ampio riscontro e per i critici affondare il coltello era quasi una ragione di vita. Parliamo, ed è bene precisarlo, di un periodo nel quale il rock e la musica in generale non erano solo un sottofondo da ascensore e un intermezzo a cui dedicare un distratto ascolto, ma erano il linguaggio di una generazione, quella che aveva voluto la grande rivolta contro un mondo genitoriale arcaico, fatto a pezzi dalla Seconda Guerra Mondiale e che aveva lasciato il campo al grande boom demografico e all’enorme rilancio dell’economia internazionale che trasformò sotto gli occhi di tutti un mondo in rovina in una scintillante epoca consumistica, alla quale si opponeva un sempre più forte movimento rivoluzionario, che voleva rimettere in discussione tutto, a partire proprio dalle basi capitalistiche del “nemico”. Un mondo rovente e in fermento continuo, nel quale la musica giocava un ruolo fondamentale e, per questo, godeva di uno status e di una importanza enorme, che giustificavano il piedistallo dal quale tanti critici elargivano le loro verità assolute, delle quali poi il pubblico teneva comunque più o meno conto, ma che ferivano e contavano tanto. La critica insomma aveva deciso che i Kansas non erano roba buona. Ottimi musicisti, questo sì, compositori di elevato livello, come negarlo. Ma troppo furbi, troppo “americani”, troppo compromessi col pop, con quella venatura southern e folk che rimandava fin troppo da un lato al rock da classifica degli Eagles e dall’altro al prog inglese di Genesis e Jethro Tull, che faceva inorridire quanti vedevano in questo melting pot nient’altro che un’abile mossa per fare tutti contenti, snaturando e commercializzando la purezza artistica del grande prog. Fu così che Leftoverture venne sì riconosciuto come il migliore tra i dischi pubblicati dalla band fino a quel momento, ma dovette comunque scontare il marchio infamante di essere prodotto da una band “ruffiana” e poco credibile, ricevendo applausi quasi estorti alla critica.

Lasciandoci alle spalle le classificazioni di allora, diremo nel frattempo che per i Kansas la gestazione dell’album non fu affatto indolore e semplice. Steve Walsh viveva infatti un momento tutt’altro che brillante e dichiarò senza mezzi termini di essere del tutto svuotato e privo di alcuna ispirazione, lasciando la patata bollente della composizione del quarto disco quasi interamente sulle spalle di Kerry Livgren. Il successo di pubblico fino a quel momento era stato crescente ed importante, ma l’album poteva rivelarsi fondamentale sulla stessa esistenza del gruppo. Per fortuna di tutti, Livgren non aveva in realtà alcun problema di ispirazione e anzi proprio la maggior libertà di cui godette, fu la molla che scatenò una scrittura mai come allora ricca e magniloquente, con le varie influenze a giocare un ruolo sempre di primo piano, ma stavolta interveniente sulle strutture di matrice prog che caratterizzano praticamente tutti i brani. Il risultato fu un disco enorme, strabordante musica, soluzioni di qualità e arrangiamenti di livello superiore, nel quale tutti gli strumenti coinvolti ebbero spazio e agio di mettere in luce non solo le qualità tecniche straordinarie di tutti i musicisti, ma di esaltare brani di eccelsa fattura. Livgren fu così capace di prendere per mano la band e condurla attraverso un album nel quale tutte le composizioni risultano ricchissime, dotate di arrangiamenti luccicanti e quasi barocchi, piene di livelli di lettura diversi, eppure sempre lucide nel loro svolgimento e così cariche di melodie e controcanti da assuefazione immediata, da risultare immediatamente intellegibili anche per un pubblico meno avvezzo a sonorità ricercate. Un bilanciamento perfetto, magico, che fu facile identificare come “furbo” e “svenduto” da parte della critica, che non perdonava quelle melodie aperte e solari, ruffiane, tipicamente americane, adagiate su un tappeto sonoro prog di stampo britannico, ma che viste con una ottica appena diversa, rivelano invece l’enorme perizia compositiva e la ricerca tutt’altro che semplice da parte dell’autore. Da non sottovalutare poi che tale solarità e positività non nascevano da esigenze commerciali, ma rispondevano piuttosto alla particolare ricerca interiore e spirituale del loro autore, che non mancò di infondere una vena scopertamente religiosa nelle pieghe dei testi, tutti volti a sottolineare la difficoltà di affrontare la vita quotidiana e la ricerca di se stessi, ma improntati ad un ottimismo della volontà, forte di una fede radicata e della fiducia nel domani, come salvezza rispetto alla mediocrità dell’oggi. Facile ritenerli stucchevoli e furbi, d’altra parte il cinismo non costa niente. Eppure riconoscere che per finta e costrizione un testo come quello di The Wall non si scrive, costerebbe anche meno e consentirebbe di godersi la profondità del messaggio in esso contenuto. Tra l’altro, la copertina stessa, che meriterebbe una trattazione a sé da quanto è piena di messaggi nascosti, cela diversi riferimenti che potrebbero interessare quanti fossero alla ricerca di ulteriori chiavi di lettura rispetto alle tematiche dell’album.

Difficile negare che i Kansas al giorno d’oggi siano conosciuti soprattutto per due canzoni: Carry On Wayward Son e Dust in the Wind, la seconda contenuta nel successivo Point of Know Return e la prima opener di questo Leftoverture ed omaggiata dai Dream Theater nel famoso Big Medley contenuto nella seconda parte di A Change of Season. Ebbene, siamo di fronte ad uno dei riff più belli e conosciuti della storia del rock, che fa il pari con quello di Aqualung o di Hold the Line, per la sua capacità di essere semplice, accattivante e al contempo tutt’altro che scontato. Si appiccica addosso come non avesse altra funzione che scavarsi uno spazio nella testa dell’ascoltatore e fa da preludio ad un brano perfetto, in equilibrio tra rock e venature prog, sul quale la meravigliosa voce di Steve Walsh spicca come un diamante in un superbo collier. Se finora abbiamo dato a il giusto proscenio, resta indubbio che anche solo nel ruolo di interprete Walsh faccia impallidire tanti e tanti presunti cantanti, che la fila fuori dalla porta potrebbe finire dietro il proverbiale angolo. La purezza e la potenza del suo timbro su questo disco sono un qualcosa di irripetibile e magico, un valore aggiunto assoluto. Tornando al brano, restiamo ammaliati dal meccanismo che crea quel perfetto bilanciamento tra la ritmica, il riff di chitarra, gli interventi puntuali della tastiera e del piano, il magnifico gioco di voci che caratterizza la strofa e il refrain, urlato in apertura e ripetuto lungo il brano, fino ad assuefazione dell’ascoltatore. Si tratta in effetti di un superclassico imprescindibile ed identificativo ma, come detto, qua siamo di fronte ad un intero album di caratura superiore e, difatti, basterà lasciar scorrere la musica per venire immediatamente travolti dal riff di The Wall. Anche qua, l’equilibrio tra il fraseggio di chitarra e l’accompagnamento di tastiera fa venire i brividi, ma niente in confronto alla perfezione della linea melodica e della costruzione metrica della strofa: leggere le parole in questo senso è quasi doveroso, per rendersi conto di quanto sia emozionante il crescendo, sottolineato dal basso e dalla batteria. Non un caso che questo sia uno dei soli tre brani del disco in cui figura anche la firma di Walsh. Molto bello e piacevole anche l’assolo finale di tastiera, che ben si presta a sottolineare l’atmosfera del brano. Decisamente più dinamica e rock la seguente What’s on My Mind, ancora dominata dalla chitarra e dalla splendida voce di Walsh, con un andamento proprio da rock song e un ritornello vincente, interrotto dal rovente assolo di chitarra. Non siamo poi così lontani da quanto altri act rock mainstream come Boston e Styx andavano proponendo in quegli anni, a conferma che le critiche pur assolutamente ingenerose nei confronti dei Kansas non erano poi così campate per aria. A ristabilire l’anima prog del disco arriva la deliziosa Miracles Out of Nowhere, canzone splendidamente introdotta dal giro di violino di Steinhardt e poi condotta da chitarra acustica, ritmica e dotata di continui cambi di tempo ed atmosfera, attorno ai quali ruota il duetto vocale tra Walsh e Steinhardt, con un break centrale di tipica marca prog, come l’indiavolato finale.
La seconda parte del disco si apre con Opus Insert, brano ancora una volta improntato ad un prog rock pomposo, ma tutto sommato molto melodico, con tanto di chitarra acustica nel bridge, salvo poi aprirsi ad una seconda parte più sognante e mutevole, con tanto di riff di moog. Questions of My Childhood è nuovamente retta da piano e ritmica, mentre Walsh fa il bello e cattivo tempo, con finale in diminuendo: forse, il brano meno convincente dell’intero disco, seppur molto lontano dall’essere considerabile brutto o inutile. Le cose cambiano decisamente con Cheyenne Anthem, introdotto dalla chitarra acustica e dalla voce si tratta in effetti di uno dei brani più lunghi del disco e anche uno dei più movimentati, con il suo andamento lineare che non offre una vera e propria strofa o un refrain, ma continue evoluzioni fino alla parte centrale tutta strumentale, dopo la quale Walsh riprende la melodia iniziale brevemente, per poi lasciare nuovamente spazio all’organo. Si tratta insomma di un brano particolare, costruito per sezioni e molto emozionante, nel suo essere omaggio ai Nativi Americani. Arriviamo così a Magnum Opus, piece conclusiva interamente strumentale, divisa in sei movimenti, votata al prog più pomposo e magniloquente, nella quale ancora una volta, la band dimostra non solo la propria abilità strumentale, ma anche quanto fosse capace di dominare la materia e di risultare convincente anche di fronte ad otto minuti in continuo movimento eppure non per questo privi di un costrutto logico e melodico.

Certo per i Kansas essere nati negli Stati Uniti invece che nel Vecchio Continente ha significato dover scontare una malcelata supponenza da parte di chi riteneva che il prog rock fosse roba per colti europei e non certo per barbari americani a caccia di “facili” successi nelle radio rock mainstream. Eppure, quando Carry On Wayward Son arrivò a lanciare l’uscita del disco, tutti dovettero inchinarsi di fronte ad un crescendo di consensi fluviale, che trasformò i Kansas in una band da arena rock e li portò al numero 5 di Billboard con quattro milioni di dischi venduti e disco d’oro anche per il singolo nel giro di neanche un anno. Attualmente, il disco è certificato come quintuplo album di platino. Non che questo di per sé significhi che i critici non avessero le loro ragioni, se consideriamo il contesto storico nel quale il disco uscì: il 1976 è l’anno di Hotel California e per tanti questa versione “annacquata” del prog era poco più di una furbata. Eppure, a quarant’anni dalla sua uscita, Leftoverture non ha perso una briciola della propria immensa qualità, con una produzione assolutamente godibile tutt’oggi, una prestazione strumentale splendida e una capacità unica di gestire l’equilibrio tra melodia e ricerca musicale. Scrivere brani così ricchi di suggestioni diverse e renderli fruibili a tutti dovrebbe essere considerato un’Arte, così come è Arte saper gestire il patrimonio proveniente dal prog europeo e farlo diventare qualcosa di personale, al punto da essere immediatamente riconducibile al nome in copertina. Insomma, questo è un capolavoro, nel caso ci fossero ancora dubbi e come tutti i classici resta foriero di emozioni oggi come lo fu allora: il tempo lo ha reso solo più prezioso.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
96.31 su 16 voti [ VOTA]
Mirkorock
Martedì 7 Maggio 2019, 17.39.52
25
Ciao a tutti vorrei segnalare Power e quello dopo c'è il grande Steve morse dei deep purple alla chitarra
progster78
Venerdì 28 Dicembre 2018, 16.59.54
24
Che disco cazzo!!!! Carry on Wayward son basta per allietare le nostre orecchie,mi associo con chi vorrebbe piu' rece di questo gruppo....GRANDI!!!!! Masque ,Point of know return rececensiteli perfavore.grazie.
Renna
Sabato 1 Settembre 2018, 22.43.53
23
Quando recensite drastic? E vinyl confession? e Power? solo una recensione per i Kansas? e'una richiesta, non è detto che deve essere esaurita, tanto di musica di merda ce ne tanta
Aceshigh
Venerdì 2 Marzo 2018, 23.39.50
22
Una grande dimostrazione di come si possa scrivere e suonare un genere complesso senza rinunciare al lato emotivo della musica! Walsh in formissima, da brividi la sua interpretazione The Wall e Opus Insert. Band che si scatena nella (quasi) strumentale Magnum Opus. Irrinunciabile. Voto 93
jaw
Venerdì 24 Novembre 2017, 22.47.22
21
Band come poche, hard/heavy prog di adesso fa un po cacare al confronto, comunque questa che e' una webzine che predilige il death e black, e' strano che non ci sia masque, c e la prima canzone a tema
Voivod
Venerdì 16 Dicembre 2016, 10.39.52
20
Band superba, album eccezionale (alla pari con "Point of Know Return"). E l'ultimo album è splendido...non riesco a toglierlo dall'autoradio!
tino
Mercoledì 14 Dicembre 2016, 13.46.02
19
visto che siamo in clima natalizio gli ac dc senza brian sono come i tortellini con il grana padano al posto del parmigiano reggiano
LAMBRUSCORE
Mercoledì 14 Dicembre 2016, 12.43.06
18
I Kansas sono stati un gran gruppo in passato. Conosco poco del loro recente e non giudico. Sono d'accordo con Ayreon, per me tutti possono benissimo andare a vedere le cover band dei Queen e degli AC/DC, per me però adesso sono solo cover band.
ayreon
Mercoledì 14 Dicembre 2016, 12.01.38
17
hai ragione,ma io son del parere che certi capolavori vadano suonati e cantati con la formazione il più possibile fedele all'originale,per cui mi schifa vedere hogarth che ancora oggi fa "kayleigh-lavender-heart of lothian"e ancor più gli yes senza anderson ,avessero almeno la decenza di fare solo materiale nuovo e non toccare i classici,poi la mia è un'opinione personale,c'è chi sbava per gli acdc senza brian e i queen senza mercury,facciano pure
Rob Fleming
Mercoledì 14 Dicembre 2016, 8.54.41
16
A parte il fatto che Ronnie Platt è un grandissimo cantante con un timbro pressoché identico a Walsh (al massimo si potrebbe discutere sul perché prendere uno pseudoclone), Steve Walsh ha lasciato il gruppo perché, per sua stessa ammissione, non ce la fa più. E quindi molto meglio un altro che ascoltare un cantante sfiatato che fa fatica dopo tre pezzi
nonchalance
Mercoledì 14 Dicembre 2016, 2.15.24
15
E vabbè, lo so..meglio di niente, comunque! Per ora, l'han fatto solo negli Stati Uniti..
ayreon
Martedì 13 Dicembre 2016, 18.40.20
14
si.ma senza walsh alla voce è un po come gli yes senza anderson,non ti pare ? fosse tornato elefante.........
nonchalance
Martedì 13 Dicembre 2016, 15.51.30
13
Tra l'altro, ho appena scoperto che, hanno intrapreso un tour per celebrare il quarantesimo anniversario dell'album in questione!
nonchalance
Martedì 13 Dicembre 2016, 14.59.08
12
Non so, preferisco quelli dei Magnum..
lux chaos
Lunedì 12 Dicembre 2016, 12.12.34
11
Capolavoro, qui non si butta via nulla, e concordo con ayreon, da rivalutare assolutamente anche il periodo AOR con Elefante, e soprattutto power e in the spirit of things con il fenomenale Steve Walsh
ayreon
Domenica 11 Dicembre 2016, 14.27.22
10
dei kansas c'è ben poco da trascurare,anche il periodo più aor con elefante alla voce è da rivalutare,cosi' come il concept "in the spirit of things" ,autentico capolavoro troppo sottovalutato,e, ripeto ,questo è un disco da 100 cosi' come "point of know return"
nonchalance
Sabato 10 Dicembre 2016, 21.06.22
9
Che sia un grande album non c'è dubbio..il migliore non lo so! A me, fino al live "Two for the Show, piacciono tutti quanti: ognuno ha qualche pezzo che eccelle da rendere ogni disco straordinario.
Steelminded
Sabato 10 Dicembre 2016, 16.45.17
8
Questo è sicuramente un grande album. Il resto della discografia mi risulta in generale troppo cheesy per i miei gusti, con molti pezzi validi ma non faranno/fecero mai con album comprarabili a questo...
jo-lunch
Sabato 10 Dicembre 2016, 16.35.27
7
Intramontabili e inimitabili. Ieri come oggi. Pietra miliare del prog rock. Una bella rece per questo grandissimo rispolvero. Sono storia da studiare....
Rob Fleming
Sabato 10 Dicembre 2016, 15.54.38
6
il mio primo Kansas...Carry on non si discute, la conoscono anche i sassi; The wall è la superballd che tutti noi sogniamo; Cheyenne anthem è un'orgia di parti chitarristiche, tastieristiche, pianistiche; Miracles out of nowhere ha delle soluzioni vocali entusiasmanti e Magnum opus è la fiera del solismo. Si può fare di meglio? Per me sì. Lo fecero loro con Point of know return. Adesso gli altri album e soprattutto il magnifico ultimo The Prelude Implicit. 90
Argo
Sabato 10 Dicembre 2016, 13.52.24
5
Ogni tanto qui si aggiornano le recensioni... il cd resta comunque sempre stupendo.
Pacino
Sabato 10 Dicembre 2016, 13.46.19
4
un superclassico del prog, disco che ho sempre apprezzato moltissimo, voto 95!
phillives
Sabato 10 Dicembre 2016, 13.17.41
3
Un gruppo veramente eccezionale. Tutti i loro album hanno qualcosa di speciale e anche l'ultimo non fa rimpiangere i vecchi capolavori.
InvictuSteele
Sabato 10 Dicembre 2016, 12.48.21
2
Tra le più grandi band mai esistite, anche se molti se ne dimenticano. Questo è il loro album più famoso e osannato, un classico di quello che viene definito Art Rock. Voto 95
ayreon
Sabato 10 Dicembre 2016, 12.21.52
1
è da 100 ,non un voto in meno,sia questo che "point of know return",senza loro i dream theater non sarebbero esistiti cosi' come buona parte del prog metal anni 90 ( magellan,shadow gallery....)
INFORMAZIONI
1976
Kirshner Legacy/Epic Records
Prog Rock
Tracklist
1. Carry On Wayward Son
2. The Wall
3. What’s On My Mind
4. Miracles Out of Nowhere
5. Opus Insert
6. Questions of My Childhood
7. Cheyenne Anthem
8. Magnum Opus
a. Father Padilla Meets the Perfect Gnat
b. Howling at the Moon
c. Man Overboard
d. Industry on Parade
e. Release the Beavers
f. Gnat Attack
Line Up
Steve Walsh (Voce, Organo, Piano, Sintetizzatori, Vibrafono)
Kerry Livgren (Chitarra elettrica, Clavinet, Moog, Sintetizzatori Oberheim e ARP, Piano)
Rich Williams (Chitarra elettrica ed acustica)
Robby Steinhardt (Voce su tracce 4, 6, Violino, Viola, Cori)
Dave Hope (Basso)
Phil Ehart (Batteria, Percussioni)

Musicisti Ospiti
Toye LaRocca (Cori)
Cheryl Norman (Cori)
 
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