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Ayreon - Into the Electric Castle
17/12/2016
( 3253 letture )
Welcome! You have entered the cranial vistas of psychogenesis.
This is the place of no-time and no-space.
Do not be afraid for I am merely the vocal manifestation of your eternal dreams.
I am as water, as air. like breath itself...


A due anni di distanza da Actual Fantasy, Arjen Lucassen ritornò sulle scene con Into the Electric Castle, un album estremamente ambizioso con cui cercò di portare ancora più in alto la nomea del suo progetto Ayreon, abbinando alla sempre altissima qualità delle composizione un concept ancora più ardito ed articolato.
Accompagnato per la prima volta dal bravissimo Ed Warby (Hail of Bullets) alla batteria, con Into the Electric Castle Arjen allargò notevolmente la rosa di cantanti scelti ad interpretare i personaggi della sua storia, pescando sia singer “minori” dalla scena olandese e sia nomi molto più conosciuti come Anneke Van Giersbergen (The Gathering), una allora giovanissima Sharon den Adel (Within Temptation) o Fish (ex-Marillon). Il risultato fu un doppio album estremamente lungo (poco meno di due ore), con una trama “teatrale” decisamente complessa, in piena tradizione sci-fi come per tutti i dischi di casa Lucassen.
Per questo probabilmente non c'è modo migliore per parlarne che addentrarsi senza ulteriori indugi nella quest verso la conquista dell'Electric Castle.

La programmatica Welcome to the New Dimension apre le danze in un vortice di sinistri sintetizzatori analogici che accompagnano la voce -quasi meccanica- di Peter Daltrey (che interpreta un'entità misteriosa chiamata “Forever” of the Stars). Questa avvisa i suoi interlocutori, otto umani presi a caso da diversi momenti storici, che dovranno -seguendo le sue istruzioni- avventurarsi nella pericolosa ricerca dell'Electric Castle, un viaggio che potrebbe costar loro la vita. Dopo la coda dei synth della canzone precedente, è una più sobria chitarra acustica ad aprire la successiva Isis and Osiris, pezzo in cui iniziano a venir presentati i primi personaggi, l'highlander (Fish), l'indiana (Sharon den Adel), il cavaliere (Damian Wilson), il romano (Edwin Balogh) e l'egiziana (Anneke van Giersbergen). Gli oltre undici minuti di canzone si sviluppano in un crescendo che aggiunge lentamente alla citata chitarra acustica tutti gli altri strumenti (chitarra elettrica, batteria, basso e synth), trasformandola da una ballad ad un tirato pezzo prog metal con tanto di assoli combinati. Il tema della canzone è la contrapposizione tra l'entusiasmo di molti dei personaggi (che credono di essere giunti nei luoghi mitici delle loro rispettive tradizioni) e il sesto senso dell'highlander, reso meravigliosamente dalla voce ruvida (e marcatamente scozzese) di Fish, che invece si rende conto che qualcosa non quadra:

The quest you speak of, it isn't bound for glory,
no grail exists within this heathen land,
you think we find ourselves at gates of new salvation,
when I can only sense...the end is near


Amazing Flight segna il ritorno in scena di “Forever” of the Stars che avverte i viaggiatori di un pericolo incombente: i nostri si stanno muovendo nello spazio. È il barbaro (Jay van Feggelen) a rimanere più stupito da questa situazione così assurda, non tanto per lo strano luogo in cui si trova, ma per l'interlocutore che prova a calmarlo: un hippie interpretato proprio da Arjen Lucassen, che non sembra (che strano) troppo sconvolto da quest'esperienza di viaggio quasi “lisergica”.
Nonostante l'immagine del barbaro violento, l'interpretazione di van Feggelen è di classe, con un timbro scuro ad accompagnare un'interpretazione da rock d'altri tempi, mentre la canzone si alterna tra momenti quasi “blueseggianti” retti da linee di basso indovinatissime ed altri più eterei e sperimentali dove invece dominano i synth, sia per accompagnare i vocalizzi di Sharon den Adel che le parti di Lucassen, che invece giocano su rapidi spostamenti della voce nell'immagine stereo con il risultato di rendere quasi la percezione sonora di qualcuno in trip da LSD.
Time Beyond Time rallenta nuovamente tra chitarra acustica suonata in strumming, synth leggeri che lasciano spazio alle melodie delle voci e a soavi parti di flauto, il tutto fino all'esplosione di un assolo di chitarra elettrica veramente molto lungo. Viene introdotta la figura dell'uomo dal futuro (Edward Reekers), che con la sua voce calma e quasi annoiata si vanta di comprendere la situazione, ritenendo di essere stato imprigionato in un mondo cibernetico. Di diverso avviso sono ovviamente il cavaliere e il romano, che a stento capiscono di cosa questo strano figuro stia parlando, ed insistono nel loro malcelato stupore ad aggrapparsi ad elementi delle loro vite che potrebbero in qualche modo spiegare l'assurda situazione in cui si trovano.
L'intro di The Decision Tree (We're Alive) è un buon indicatore del tipo di canzone che sta per seguire: allegra e corale, tra acutissime melodie di synth e parti di chitarra elettrica delicate sostenute da una batteria leggera e quadrata, che come da copione tenderà però poi ad accelerare fino ad esplodere nel finale. Le voci del barbaro e dell'highlander si alternano in un dialogo vivace che culmina in un refrain estremamente riuscito cantato da entrambi. L'atmosfera del pezzo è però in netta contrapposizione con la storia: i personaggi sono arrivati davanti all'antico Decision Tree, e “Forever” of the Stars ha decretato che solo sette potranno proseguire, uno di loro dovrà dunque morire.
Ad andarsene -a sorpresa- sarà proprio l'highlander, ormai stanco e deciso a lasciarsi andare, che abbandona i compagni prima che questi entrino in quel Tunnel of Light, che dà anche il titolo alla canzone successiva. In realtà si tratta di un sottofondo molto leggero di chitarre clean su cui si innestano quasi tutte le voci per brevissimi passaggi, in mezzo a queste spiccano i vocalizzi di Anneke (l'egiziana), che garantisce una prova ammaliante raggiungendo in alcuni passaggi quasi i limiti del suo range mezzo-sopranile. Passato il tunnel i sette personaggi rimasti si trovano davanti ad uno strano ponte rassomigliante ad un arcobaleno, “Forever” of the Stars li avvisa (mentre la voce di Daltrey viene pitchata sempre più verso il basso in modo molto sinistro), che dovranno attraversarlo, ma che potrebbe non reggere il peso dei loro “gusci mortali”.
Across the Rainbow Bridge (la chiusura del primo disco) è una canzone che alterna parti malinconiche ad altre più epiche e serrate, ottenute grazie ad una chitarra ritmica piuttosto serrata e a sintetizzatori che prediligono suoni piuttosto cupi, scelta che esalta le voci acute del cavaliere e del romano che coraggiosamente vogliono gettarsi oltre l'ostacolo:

Run run the past is gone, it cannot be undone
run run the future is here, our fate is drawing near...


Ad aprire il secondo disco ci pensa The Garden of Emotions, suite da oltre nove minuti che si apre con l'avvistamento delle guglie dell'Electric Castle in lontananza, ma la necessità di attraversare un giardino in grado di giocare con le emozioni di chi lo attraversa, cosa che renderà molto difficile la vita ai personaggi rimasti. L'egiziana si perde mentre crede che il suo dio Amon-Ra stia giungendo per “compiere il suo destino”, l'indiana continua a vaneggiare parlando degli spiriti e dei suoi antenati, il romano e il barbaro litigano (in modo se non altro storicamente attendibile) su chi debba guidare il gruppo, l'hippie si ritrova -come se ne avesse bisogno- con delle sensazioni ancora più amplificate e l'uomo dal futuro cerca invece una spiegazione razionale.
The Garden of Emotions è l'emblema della maestria di Lucassen, non solo nel cucire ai suoi personaggi una parte molto ben delineata, ma anche nell'abbinare ad ogni momento “recitativo” la musica adeguata. Gli accompagnamenti non sono infatti mai lasciati al caso, ma mutano come in un caleidoscopio impazzito, mostrando però una grande capacità di mescere linguaggi musicali molto diversi tra di loro.
La successiva Valley of the Queens è il breve testamento dell'egiziana, che si è infine lasciata andare e ha deciso di abbandonare la vita:

My rose has withered
it will never bloom again
the soul is dry
time has come to die


È facile intuire l'efficacia della combinazione tra flauti e la voce di Anneke, accoppiata che rende il pezzo uno dei più dolci dell'intero album, oltre che una scelta estremamente azzeccata per sfruttare un'ultima volta il talento dell'allora cantante dei The Gathering.
Totalmente su un altro registro è The Castle Hall, canzone con il refrain più entusiasmante dell'intero platter, ambientata totalmente nelle aule dell'Electric Castle (ormai raggiunto dai protagonisti), in cui gli spiriti delle persone uccise proprio da questi prendono vita per vendicarsi. Si intuisce facilmente che saranno il barbaro e il cavaliere a faticare di più e la loro preoccupazione è fin da subito tangibile grazie ad una meravigliosa interpretazione di Jay van Feggelen che va a sfruttare tutto il suo registro basso per far emergere la tensione del barbaro:

Shades of the dead are sliding on the wall
demons dance in the castle hall


The Tower of Hope inizia più sostenuta, con una chitarra ritmica in levare che si fa largo in mezzo a sintetizzatori psichedelici, che ben rendono la stranezza del posto dove si trovano i nostri protagonisti. Qui ad alternarsi sono l'hippie e l'uomo del futuro (probabilmente le due figure meno spaesate dalla situazione), che riflettono sugli effetti che la torre della speranza gli sta dando e ciò che questo strano luogo sta mostrando loro. Ottima la sezione solista, con un intreccio meraviglioso di basso elettrico, chitarra e tastiere, che spezza l'atmosfera in modo assolutamente piacevole.
In Cosmic Fusion, tocca a Sharon den Adel fare la parte della protagonista, la sua indiana infatti rimane ammaliata da una fresca brezza che la attira lontano dalla Tower of Hope, i suoi densi e sereni vocalizzi (con tanto di controcanti) sono però spezzati da brevi incursioni di synth piuttosto sinistre, come ad indicare la natura ingannevole di quel momento di serenità. I suoi compagni infatti la avvertono di non lasciarsi ingannare da questa sensazione, lei però non gli presta attenzione e ciò sarà il suo ultimo errore: Morte (interpretata da Robert Westerholt e George Oosthoek) arriva come un rapace per portarla via tra le grida.
Si tratta probabilmente del momento più tirato dell'intero disco, con chitarre ritmiche che martellano power chord ostinati e le due voci in growl a completare il quadro:

I am your fate - the guardian at the gate
I am death and I claim your final breath!


The Mirror Maze è una delle poche canzoni in cui si riesce a sentire in modo evidente un pianoforte, cosa che porta senza dubbio un po' di stacco rispetto alla sovrabbondanza di sintetizzatori analogici. L'andamento, per la prima parte almeno, è simile quasi ad una ninnananna, con l'hippie e l'uomo del futuro che si ritrovano -obbligati proprio dal Mirror Maze- ad affrontare le proprie paure più profonde, cosa che fanno tutto sommato in maniera abbastanza cosciente. Il romano e il cavaliere hanno invece un approccio molto meno riflessivo e deciso, sottolineato dall'accelerazione del pezzo, che si avvia verso il consueto crescendo retto da una linea di basso veramente favolosa e da piccole ma efficaci parti di organo hammond.
Evil Devolution ci riporta dall'uomo del futuro tra contaminazioni cyber-punk e inquieti accenni sinfonici. La melodia portante della canzone viene tra l'altro ripresa in diversi assoli di chitarra elettrica realizzati con un sound molto vintage, che contrasta positivamente con l'atmosfera futuristica e con le parti del mini-moog. Il citato protagonista della canzone (Edward Reekers in quella che è la sua prova migliore su questo cd) viene qui colto da un terribile dubbio: è questo mondo in cui si trova ciò che aspetta un'umanità che -nella sua epoca- a furia di combinare con le macchine il proprio corpo rischia di perdere totalmente le emozioni e dunque quel quid che definisce lo stesso termine “umano”? I cinque protagonisti rimasti sono ora davanti a due cancelli: uno vecchio ed arrugginito e l'altro interamente fatto d'oro. “Forever” of the Stars li avvisa: dovranno scegliere bene quale attraversare, uno di questi li riporterà sani e salvi a casa, l'altro li imprigionerà nell'oblio.
The Two Gates è uno dei pezzi più strani dell'intero platter, passa da momenti estremamente rarefatti retti soltanto da basso pulsante e da una batteria che gioca moltissimo con i piatti, ad altri invece che esplodono in momenti corali entusiasmanti. Il barbaro si fa vincere dalla cupidigia, varca il cancello dorato e sprofonda nell'oblio, mentre gli altri fortunatamente compiono la scelta giusta e terminano sani e salvi il loro viaggio. “Forever” of the Stars a questo punto getta la maschera nell'omonimo brano, in cui la voce di Daltrey modificata da vari filtri si lascia andare ad un lungo narrato: egli fa parte di un'antichissima razza aliena ormai ascesa ad una forma di esistenza superiore e priva di emozioni, che ha creato l'umanità per poter ancora esperire -seppur indirettamente- proprio quei sentimenti da loro ormai quasi dimenticati, il viaggio degli otto protagonisti era dunque solo un modo di godere di questo suo esperimento vivente, ora terminato e di cui i quattro personaggi rimasti non ricorderanno nulla.
La successiva Another Time, Another Space pone quindi la parola fine all'album, con una summa stilistica di quasi tutti gli strumenti utilizzati che si concretizza in una canzone allegra e con diverse combinazioni tra le varie linee vocali. I sopravvissuti si stanno infatti interrogando sulle sensazioni che gli sono rimaste dopo che la loro memoria è stata cancellata. Sono infatti indubbiamente cambiati e provano ancora un senso di pericolo scampato e l'entusiasmo per un viaggio che li segnerà a lungo, anche perché all'ultimo secondo una voce ormai familiare ricompare dentro le loro teste:

Remember Forever....

C'è poco altro da aggiungere a questo punto. Into the Electric Castle è considerabile a tutti gli effetti l'opera che ha fatto fare il salto di qualità agli Ayreon e a Lucassen in generale. Si tratta di un disco tutt'oggi in grado di rivaleggiare anche con molta della sua discografia successiva, ed è dunque una tappa pressoché forzata per gli amanti della musica progressive, che ha nel musicista olandese uno degli interpreti più particolari di questi ultimi decenni, soprattutto per chi apprezza anche le atmosfere fantascientifiche.
Imperdibile.



VOTO RECENSORE
89
VOTO LETTORI
84.85 su 14 voti [ VOTA]
DEEP BLUE
Martedì 20 Novembre 2018, 12.45.21
11
Il disco che mi ha fatto conoscere il gruppo. Il migliore per ora, non conosco gli altri pero', tranne il primo e l'ultimo ( che non mi ha convinto)
Aceshigh
Mercoledì 1 Novembre 2017, 19.43.26
10
Un'opera d'arte. Affascinante! Appena un gradino sotto i 2 Universal Migrator, che per me sono l'apice del percorso di Lucassen con il monicker Ayreon, che con quest'album ha fatto definitivamente da apripista per tanti altri progetti di metal-opera. Voto 90
entropy
Lunedì 19 Dicembre 2016, 15.40.52
9
Io con gli ayeron non mi sono mai entusiasmato. Ho quest'album , ma nonostante il cast stellare la musica che propone lucassen non è mai riuscita ad entusiasmarmi. (e ci ho provato!!). Questa per me è cmq una delle migliori prove.
marmar
Domenica 18 Dicembre 2016, 21.13.49
8
Gran disco, forse il mio preferito, assieme ai due Universe, del bravissimo musicista olandese, che seguo fin dalla prima sua uscita. La penso come il recensore, imperdibile.
Rob Fleming
Domenica 18 Dicembre 2016, 19.08.42
7
Veramente un bell'album con un cast strepitoso. Su tutti Anneke e Sharon. Tra i brani Amazing flight è qualcosa di sensazionale. 85
Maurizio 76
Domenica 18 Dicembre 2016, 11.03.35
6
da avere punto e basta. Voto 95
Master
Domenica 18 Dicembre 2016, 10.27.13
5
Gran bel disco, scorre piacevolmente! A questo preferisco 01, ma Into the Electric Castle è decisamente l'album più importante per lo sviluppo del progetto Ayreon per come lo conosciamo oggi...non vedo l'ora di sentire cosa ha combinato Lucassen nell'album di Ayreon che uscirà nel 2017!
galilee
Sabato 17 Dicembre 2016, 15.14.21
4
Il capolavoro. 10 spanne sopra tutti i suoi lavori. Qui le influenze sono ancora Rainbow e Pink Floyd, dopo saranno stratovarius e più metal in generale. Insomma che va lo dico a fare. Questo è il disco da avere. Per me 99/100
ayreon
Sabato 17 Dicembre 2016, 14.57.15
3
disco della madonna,ma io gli preferisco "final experiment" e il doppio "flight of the migrator",comunque già solo l'artwork è da spettacolo,non a caso mi sembra sia pure entrato nelle charts tedesche ai suoi tempi,complimenti per la rece,ne aspetto altre
Lemmy
Sabato 17 Dicembre 2016, 14.45.09
2
Disco strepitoso, uno dei migliori sotto il marchi Ayreon, gran riuscita fusione amalgamata di elementi, stli, strumentalità, e vocalità, ispirati e centrati anche songwriting, tematica, composizione ed esecuzione anche nei brani che oltrepassano i 10 minuti, l'attenzione risulta sempre desta e mai che scada nella noia o banalità.Ascoltare questo sisco è stoto per me come intraprendere un viaggio in un altra adimensionale realtà, anche perchè il tutto è interpretato con precisione, passione, maestria e gra feeling da tutti i componenti.A chi piace il genere, altamente raccomandabile.
lux chaos
Sabato 17 Dicembre 2016, 13.57.22
1
Uno dei miei preferiti del mitico olandese, disco eccezionale!!!
INFORMAZIONI
1998
Transmission Records
Prog Metal
Tracklist
CD 1
1. Welcome to the New Dimension
2. Isis and Osiris (Let the Journey Begin - The Hall of Isis & Osiris - Strange Constellations - Reprise)
3. Amazing Flight (Amazing Flight in Space - Stardance - Flying Colours)
4. Time Beyond Time
5. The Decision Tree (We're Alive)
6. Tunnel of Light
7. Across the Rainbow Bridge

CD 2
1. The Garden of Emotions (In the Garden of Emotions - Voices in the Sky - The Aggression Factor)
2. Valley of the Queens
3. The Castle Hall
4. Tower of Hope
5. Cosmic Fusion (Soar on the Breeze - Death's Grunt - The Passing of an Eagle)
6. The Mirror Maze (Inside the Mirror Maze - Through the Mirror)
7. Evil Devolution
8. The Two Gates
9. “Forever” of the Stars
10. Another Time, Another Space
Line Up
Arjen Anthony Lucassen (Voce, Chitarra, Basso, Mandolino, Minimoog, Mellotron, Tastiere)
Ed Warby (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Anneke van Giersbergen (Voce)
Peter Daltrey (Voce)
Fish (Voce)
Sharon den Adel (Voce)
Damian Wilson (Voce)
Edwin Balogh (Voce)
Jay van Feggelen (Voce)
Edward Reekers (Voce)
Robert Westerholt (Voce)
George Oosthoek (Voce)
Ton Scherpenzeel (Tastiere)
Robby Valentine (Piano, Tastiera, Mellotron)
Clive Nolan (Tastiera)
René Merkelbach (Tastiera, Clavicembalo)
Roland Bakker (Organo Hammond)
Thijs van Leer (Flauto)
Ernö Olah (Violino)
Taco Kooistra (Violoncello)
Jack Pisters (Sitar)
 
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