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Lucid Dream - Otherworldly
18/12/2016
( 725 letture )
A distanza di tre anni dal precedente album The Eleventh Illusion, stringiamo infine tra le mani un nuovo disco dei genovesi Lucid Dream. Un intervallo di tempo abbastanza lungo tra secondo e terzo album, che sembrerebbe comunque accordarsi con la natura di autoprodotto che anche questo lavoro mantiene. Una scelta o forse una necessità, affrontata comunque con la massima serenità e una cura meritevole di attenzione: siamo anche in questo caso di fronte ad un album ottimamente rifinito tanto nel package, assolutamente professionale e completo, quanto nella produzione e mixaggio, opera del leader Simone Terigi, assieme al noto Pier Gonella. Un punto di merito da sottolineare e mettere in luce prima di affrontare l’analisi del disco in sé, dato che sarebbe ingiusto dare per scontate una qualità e una attenzione del tutto pari a quelle di una release ufficiale. Tre anni non sono pochi e c’è una certa curiosità nell’andare a riscoprire una band che col precedente album aveva dato dimostrazione di possedere ottime potenzialità e una qualità tecnico/compositiva rimarchevole, cosa a sua volta assolutamente non scontata nell’ambito delle autoproduzioni.

Stiamo parlando di una band che definisce la propria musica “Powerful and Lucid Hard Rock”. Per una volta una definizione che ha un senso rispetto a quanto si trova poi tra le note suonate contenute in Otherworldly. Andando infatti ad esaminare la proposta del quartetto, sarà facile ricondurla all’interno dell’enorme e variegato calderone dell’hard rock, ma come già evidenziato nel precedente album, la particolarità del sound ricercato dai Lucid Dream risiede nelle venature prog che conferiscono una certa personalità alla band, seppure i riferimenti a formazioni illustri, come ad esempio i Rush della prima parte di carriera, non mancassero. In effetti, ascoltando Otherworldly a partire da quanto registrato dalla band in The Eleventh Illusion, non mancheremo di notare qualche sostanziale differenza. In particolare nella prima parte dell’album, non manca di farsi notare quanto la componente prog sia andata ad asciugarsi e quasi a sparire dalla musica della band, a favore di un approccio di confine tra hard rock e classico heavy metal. In chiusura troviamo invece nuovamente qualche brano richiamante quel particolare connubio. Il che pare indicare una volontà di semplificazione che però non dimentica quanto fatto in precedenza. A mantenere saldi i ponti col passato sono inevitabilmente le qualità degli interpreti, tanto nella persona del chitarrista e quasi unico compositore Simone Terigi, alle prese con una prova sontuosa nel riffing e in particolare in fase solista, nella quale il valore aggiunto è davvero evidente, quanto nella bella vocalità di Alessio Calandriello, cantante capace di fare la differenza e in possesso di una timbrica acuta che non mancherà di ricordare a tanti proprio Geddy Lee, in particolare per un vibrato sulle note alte davvero caratteristico. Per non fare torto a nessuno, è giusto ricordare anche il puntuale e potente contributo di Gianluca Eroico al basso, mentre la batteria è affidata a Paolo Tixi, assolutamente perfetto nell’accompagnare ed esaltare le trame dei compagni, mantenendo alto il livello tecnico generale.
La partenza del disco come detto va maggiormente in direzione di un arrembante hard’n’heavy e in effetti la prima vera opener Buried Treasure ricorda in maniera abbastanza diretta le ultime prove dei Tygers of Pan Tang, con un riff tagliente e aggressivo, che accompagna una buona melodia assolutamente centrata dall’ottimo Calandriello, mentre al break strumentale centrale dominato dalla chitarra, il compito di ricordare che le aspirazioni musicali dei Lucid Dream puntano anche oltre. Altrettanto diretta e arrembante la successiva The Ring of Power, col suo riff che rimanda alla NWOBHM, con una qualità tecnica di livello. Anche in questo caso a conquistare l’attenzione sono la melodia della voce e la strabordante sezione solistica, le quali contribuiscono ad elevare un brano, come il precedente, piuttosto classico se vogliamo nell’immaginario hard’n’heavy. Più particolare Everything Dies che parte da un arpeggio di basso e chitarra e si sviluppa poi in un riffone quadrato e cadenzato e in una buona parte vocale. Variegata e con una costruzione particolare, la canzone si risolve ancora sul finale con una lunga coda strumentale di ottima fattura. Ancora di evidente natura heavy la seguente Stonehunter, nella quale il valore tecnico del gruppo continua a giocare un ruolo di accresciuto spessore alla traccia in sé, piacevole pur senza essere memorabile. Bello l’emozionante arpeggio classico che costituisce A Blanket of Stars, piece che introduce la prima vera ballad del disco, Magnitudes, canzone che si avvale soprattutto nella prima parte di una ottima prestazione vocale e poi di accelerazioni che ne squassano il tessuto regalandole spessore e qualità. Ancora una semiballad con Broken Mirror, a metà tra arpeggi e riff distorti, con ripetute armonie vocali e un approccio più vicino allo spirito prog, seppur sempre in secondo piano. In questo caso, ottima la seconda parte della canzone, con un crescendo ben orchestrato e il solito gran lavoro di Terigi, che conclude ancora una volta strumentalmente la canzone. Arriviamo così alla traccia conclusiva, interamente strumentale, dal titolo The Theater of Silence: facile comprendere come questa sia terra di conquista per l’estro di Terigi e soci, forti comunque di un gusto melodico piuttosto marcato e mai soverchiante. Il brano si arricchisce dalla partecipazione di una sezione di archi che dona un flavour settecentesco al brano, contribuendo a caratterizzarlo nella parte centrale.

A fine ascolto resta una sensazione piacevole, per un disco scritto e suonato da una band con una qualità tecnica e compositiva superiore, che ha saputo creare nove canzoni eleganti, ottimamente strutturate e dotate del pregio di essere di immediata e facile presa melodica, ma che necessitano di numerosi ascolti per essere scoperte fino in fondo. Purtroppo, questo non rende forse merito alle potenzialità della band. Otherworldly è un disco che rischia di apparire fin troppo "normale", senza quell’appiglio in più che la componente prog dava al precedente The Eleventh Illusion, che sembrava donare un fascino più intrigante ai brani, invitando all’ascolto e approfondendo lo spettro musicale della band. Qua troviamo invece una serie di brani ben concepiti e ottimamente suonati, dotati di arrangiamenti di livello, senza però quel qualcosa in più che avrebbe dato spessore alle prove individuali dei musicisti. Il risultato è un disco ben più che sufficiente, che manca però di colpire in profondità e lasciare qualcosa. Un vero peccato perché i Lucid Dream sono una band evidentemente talentuosa e con caratteristiche individuali rare e, di fatto, non c’è una sola canzone brutta o l’ombra di un filler. Purtroppo, stavolta a livello di scrittura si è forse peccato di mancanza di ambizione, limitandosi a creare delle belle e solide canzoni di hard rock venato di heavy metal, alle quali manca quello slancio di grandezza che le avrebbe rese qualcosa di più di una discreta collezione. Al terzo album e dopo tre anni di attesa, era lecito aspettarsi qualcosa di più.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2016
Autoprodotto
Hard Rock
Tracklist
1. Intro
2. Buried Treasure
3. The Ring of Power
4. Everything Dies
5. The Stonehunter
6. A Blanket of Stars
7. Magnitudes
8. Broken Mirror
9. The Theater of Silence
Line Up
Alessandro Calandriello (Voce)
Simone Terigi (Chitarra, Cori)
Gianluca Eroico (Basso)

Musicisti Ospiti
Paolo Tixi (Batteria)
Martina White (Cori)
Andrea Cardinale (Primo Violino)
Sylvia Trabucco (Secondo Violino)
Sara Calabria (Viola)
 
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