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Disemballerina - Poison Gown
24/12/2016
( 1201 letture )
Sperimentazioni, contaminazioni, divagazioni, echi di tradizioni disparate… è un dato di fatto che il metal abbia progressivamente modificato l’immagine originariamente proiettata sulla scena musicale, quando le line up si allontanavano di rado dalla canonica composizione voce/chitarre/basso/batteria. Dal definitivo sdoganamento delle tastiere dopo Seventh Son of a Seventh Son, la storia del genere si è via via sempre più arricchita di contributi di strumenti in grado di provocare attacchi di orticaria ai paladini della purezza originaria ma che, del pari, hanno allargato prospettive e opportunità di cimento per le diverse sensibilità che negli anni hanno maneggiato la materia. Così, se per il viking e il folk il ricorso a corde ed archi è coinciso con un recupero della tradizione con annesso tocco di esotismo, è toccato a gothic e symphonic metal sviluppare tutte le potenzialità offerte dal violino e dai suoi “fratelli”, nella duplice declinazione sinfonico/orchestrale e struggente/intimista (senza peraltro dimenticare la resa squisitamente prog sfoggiata da Tim Charles in casa Ne Obliviscaris).
Quasi fatalmente, in parallelo, è scattata la scintilla dell’incontro con la musica classica, non più come materia per cammei (l’inserto beethoveniano nella Metal Heart di acceptiana memoria, giusto per citare uno degli esempi di scuola), ma come vero e proprio come asse portante dell’ispirazione, al punto che non sono rari, ormai, i casi di percorsi di scoperta del “classico” partendo da frequentazioni rock anche nelle forme più muscolarmente spinte.

L’universo gothic, in particolare, è spesso attraversato da traiettorie non convenzionali ad alto tasso di ricerca e sperimentazione ed è qui che si colloca l’esperienza dei Disemballerina, terzetto dell’Oregon che da quasi un decennio mette in scena un’eterea essenzialità appena increspata da fremiti ora dolenti e ora malinconici ma sempre sommessamente declinati, a far calare un’uggiosa ombra grigia su una trama in cui i sussurri fanno largamente aggio sulle grida. In realtà, imprigionare i Nostri nei confini di un genere rigidamente delimitato si rivela impresa dalle scarse possibilità di successo, ma ci sentiamo di non condividere l’opinione prevalente della critica, che li colloca all’interno della poetica funeral; se è indubbio, infatti, che l’omonimo EP del 2010 conteneva elementi di “spettralità dilatata” capaci in qualche modo di rimandare ad alcuni dei paradigmi imprescindibili della lezione Skepticism (cupezza delle atmosfere e senso di oppressione dispensato a piene mani), i Disemballerina non hanno mai nemmeno posato lo sguardo su quell’abisso emozionale in cui Tilaeus e soci scaraventano l’ascoltatore, limitandosi piuttosto a una navigazione da diporto che affronti al massimo le maree e non certo onde impegnative. Già con il successivo Undertaker, infatti, la cifra stilistica della band si è prepotentemente orientata verso la musica da camera, confinando le suggestioni funeral in margini sempre più ristretti, molto più coreografici che di sostanza.

Il processo giunge ora a definitivo compimento con questo Poison Gown, che segna l’ingresso del terzetto nella tricolore Minotauro Records. Non inganni, dunque, un artwork con grande profusione di dettagli da veglia funebre (drappi, candele e oggettistica lugubremente assortita), né un titolo che rimandi a un ambizioso progetto complessivo (il misterioso piano per assassinare la regina Elisabetta immergendo il suo mantello nel veleno), la realtà è un lavoro freddamente scolastico in cui le emozioni fanno davvero fatica ad affacciarsi tra le pieghe della tecnica. Certo, rinunciare a contributi vocali e al ricorso alle tastiere e limitarsi all’intreccio di viole, violoncelli, arpe e chitarra acustica non depone già in partenza a favore di una narrazione particolarmente articolata, ma sarebbe stato comunque lecito aspettarsi molto di più da questi alunni di quella tradizione classica d’oltreoceano che, nella sua relativa “gioventù”, ha comunque saputo ritagliarsi un consistente ambito di originalità (si metta alla prova, ad esempio Roy Harris alle prese con le Sinfonie).
Anche il lavoro sulle atmosfere non riesce a convincere, tutto giocato com’è “in sottrazione”, quasi a voler lasciare il solo scheletro dei brani come confine ideale tra la dimensione terrena e quella onirico/trascendente. Il problema è che, a furia di liofilizzazioni, la polvere residua risulta così inaridita da non permettere reazioni con qualsivoglia sollecitazione esterna, acuendo una sensazione di freddezza e cerebralità che non impiega molto, a generare saturazione. Non si tratta, ovviamente, di rimpiangere mancati esiti alla Apocalyptica (troppo diverso l’approccio delle due band al mondo degli archi) né di innalzare alti lai per la rinuncia a passaggi magniloquenti di marca Lacrimosa (che mal si concilierebbero con la sobrietà di fondo della proposta), ma, se ci si libra in volo nel cielo solcato dai Virgin Black senza pari forza nelle ali, si rischia di incappare in un confronto impietoso e ripensare al dipanarsi dei solchi di una Requiem, Kyrie fa capire subito che la partita non inizia nemmeno.

Sei tracce per meno di mezz’ora complessiva di durata, Poison Gown scivola via per la maggior parte del viaggio anonimamente, senza sfruttare a fondo neanche i (pur) rari spunti che avrebbero meritato maggior approfondimento; è il caso, ad esempio, della sorprendente vena spagnoleggiante, da flamenco malinconico, che affiora nell’opener Impaled Matador, o dell’andatura delicatamente cadenzata che sorregge This Is the Head of One Who Toyed with My Honor, o ancora delle nebbie in dissolvenza che popolano l’intro di Phantom Limbs grondando malinconia. Sull’altro piatto della bilancia, però, spiccano le occasioni perse di La Folia (poco più di un esercizio su un canovaccio scolasticamente neoclassico), Year of the Horse (ci si conceda la facile ironia… visto il genere, non pretendevamo uno stallone in declinazione marinettiana, ma non ci aspettavamo neanche un bardotto così imbolsito) e Styx (raramente il fiume infernale per eccellenza è stato fonte di ispirazioni così poco coinvolgenti, possiamo solo immaginare l'ipotetica indignazione del sommo padre Dante nel vederlo ridotto a un rigagnolo a malapena gorgogliante). E quando guadare uno dei simboli dell'umano trapasso si riduce a una comoda scampagnata in un giardinetto zen, non resta davvero che ritirarsi in fretta in dimore che restituiscano il senso della profondità...

Un apparato ambizioso che alla prova dei fatti si rivela poco più di un fragile involucro, un'uniformità narrativa sotto cui faticano ad emergere spunti emotivamente coinvolgenti, Poison Gown è un album che difficilmente infrangerà la gabbia di una nicchia riservata ai più convinti cultori del genere. Servirà molto di più, ai Disemballerina, per provare a lasciare un segno indelebile al di là di drappi e candelabri.



VOTO RECENSORE
54
VOTO LETTORI
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AdeL
Mercoledì 28 Dicembre 2016, 9.25.38
1
Eh... con lavori del genere ti scontri inevitabilmente coi Lacrimosa e coi Virgin Black. Aggiungo un terzo immenso colosso "Jaz Coleman", cantante dei Killing Joke, che ogni tanto si ritira nel deserto e compone opere sinfoniche imponenti come "Three Meditations on Compassion III". Recensione davvero ben fatta!
INFORMAZIONI
2016
Minotauro Records
Gothic
Tracklist
1. Impaled Matador
2. La Folia
3. That Is the Head of One Who Toyed with My Honor
4. Phantom Limb
5. Year of the Horse
6. Styx
Line Up
Ayla Holland (Chitarre, Bajo quinto)
Myles Donovan (Viola, Arpa)
Jennifer Christensen (Violoncello)
 
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