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Dark Lunacy - The Rain After the Snow
26/12/2016
( 2454 letture )
Musica che descrive sussurrando e dipinge nel nostro animo un quadro gotico-decadente: è l’artificio dei Dark Lunacy. Immaginate lo scenario di un teatro in penombra: maschere, ballerine di diafana porcellana, un sipario di pesante velluto nero. Figure poetiche e drammatiche si profilano nella mente di chi ascolta i Dark Lunacy e più in generale il gruppo è uno di quelli che portano l’ascoltatore a sondare la propria interiorità, toccando tasti che a volte nemmeno egli sa di avere.
Ancora una volta con The Rain After the Snow i nostri ci riescono appieno: un titolo che è già intriso di poesia, ma che ha poi un significato ben più profondo. La neve è il dono, il presente e la pioggia è ciò che lo scioglie, portando via inesorabilmente ciò che prima la vita ha concesso. Il decadentismo è dunque una costante sia musicale che contenutistica, con il quale i nostri vogliono rappresentare gli interrogativi e i tormenti interiori umani, il rapporto di sottomissione alle imperscrutabili e crude leggi della vita e del tempo.
Attivi da circa 20 anni, i Dark Lunacy sono di certo una delle band italiane più ispirate, apprezzati in patria e all’estero. Forti di 5 lavori caratterizzati da uno stile peculiare e un death melodico fortemente arricchito da elementi sinfonici, doom e gothic metal, i nostri ci stupiscono per l’ennesima volta con un album riuscito e consolidano le scelte stilistiche perpetuate fino ad ora, riproponendole in 10 tracce mozzafiato per impatto sia musicale che emotivo.

Questo è un prodotto che conferma in ogni caso l’alto livello sempre mantenuto fin dal debut album Devoid. Se il precedente The Day of Victory con il suo aspetto più folk/nordico si discostava leggermente dallo stile proprio della band (pur rimanendo un ottimo lavoro), The Rain after the Snow ritorna alle scelte stilistiche dalle venature gotiche di Forget Me Not e The Diarist, estremizzando ulteriormente il songwriting e scegliendo una produzione limpida e qualitativamente superiore.
L’inserimento di parti orchestrali degli archi e del pianoforte contribuiscono come sempre a intensificare l’impatto delle composizioni, andando sia ad edulcorare le parti più estreme che a renderle più oscure e malinconiche.
Infatti la base di death melodico nella sua furia sembra voler rappresentare rabbia e amarezza più che violenza fine a se stessa e un velo agrodolce si stende su tutto l’album, dilatandosi ed intrecciandosi alla melodia intima. In aggiunta a piano e quartetto d’archi abbiamo qui un coro di ben 40 elementi, la cui presenza crea un’impalcatura sonora degna del miglior teatro d’opera, con un salto di qualità rispetto alle scelte corali del passato. Questa è un’ottima base per le sfuriate di chitarra e batteria swedish death e per la voce corrosiva e penetrante del singer Mike Lunacy, nonché per i cambi e controtempi, il continuo divenire che accarezza il prog metal e in generale l’ottima tecnica strumentale.
Ad aprire, la oscura e carezzevole Ad Umbra Lumen, ma è la successiva Howl la vera punta di diamante, pregna di melodie amare sia di chitarre che di pianoforte sulle quali le linee vocali si adagiano intense e strazianti.
Violini e batteria impetuosi per Gold, Rubies and Diamonds, che alterna la ferocia all’afflizione tramite momenti tiratissimi e tratti più dilatati e delicati, con un outro corale che pare proseguire nella successiva Precious Things.
La titletrack invece vede il suo punto forte proprio nella perizia compositiva ed esecutiva corale che qui vede il suo culmine: epicità e introspezione si posano sulla ricca base strumentale in un’ode di bellezza e tristezza. Ma ogni pezzo del lavoro ha il suo motivo in un susseguirsi ben architettato, proseguendo e terminando in grande con la amara e cadenzata The Awareness e la elegiaca strumentale in chiusura Fragments of a Broken Dream.

In conclusione, The Rain after the Snow è un ottimo lavoro che raggiunge appieno l’armonia fra il songwriting e la pura espressione, veicolo per un momento di profondità e introspezione impagabile. Consigliato non solo ai fan del genere ma anche agli amanti dell’aspetto più agrodolce e interiore della musica estrema.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
86.33 su 6 voti [ VOTA]
Doom
Sabato 7 Gennaio 2017, 9.27.11
8
Cominciato ad ascoltare...bello! Sicuramente non c'è l'impatto di The Day of victory, pero' in alcuni frangenti l'album e' anche piu veloce e furioso. Mi piace soprattutto il ritorno a certe atmosfere a loro care nei primi album. Forse solo i primo due pezzi sotto tono..ma neanche tanto. Bentornati...se posso ci si vede al traffic, almeno lo compro direttamente li.
Weeder
Giovedì 5 Gennaio 2017, 14.42.39
7
Francamente brutto e piatto. Un grande passo indietro altrochè. Un album che ha pochissimo da dire ma lo dice bene, nel senso che è ben confezionato con tutti quegli archi. Ma non basta di certo oggi come oggi! Riff scialbi e senza anima, voce oltremdo piatta. E dei brani cosa rimane? Poco o niente. Il peggiore della discografia assieme al penultimo, è più che palese. Peccato perchè con Day of victory erano davvero tornati ai livelli dei primi album e anche dal vivo sapevano divertire. Ripeto, un enorme passo indietro.
lux chaos
Domenica 1 Gennaio 2017, 16.51.36
6
Grande gruppo, non vedo l'ora di ascoltare questo nuovo album
enrico86
Mercoledì 28 Dicembre 2016, 10.59.14
5
disco molto bello...grande band i dark lunacy
Ciccio
Martedì 27 Dicembre 2016, 18.45.55
4
Grandissima band. Lo avrò.
Le Marquis de Fremont
Martedì 27 Dicembre 2016, 15.31.16
3
Personalmente, lo trovo invece diverso da The Day of Victory e da The Diarist (nessuno ha ancora recensito questo capolavoro?) ma è in ogni caso un album bellissimo. Tra le migliori uscite del 2016. Va riconosciuto ai Dark Lunacy, la capacità di avere sempre un songwriting emozionante anche se il soggetto delle loro canzoni cambia. Qui, come citato nella recensione, siamo più sul lato introspettivo e decadente che non la celebrazione dell'anima Russa. Comunque una prova eccellente di un'altro formidable gruppo Italiano. Au revoir.
Cristiano Elros
Martedì 27 Dicembre 2016, 0.00.44
2
Io direi che le venature gotiche sono tipiche di Forget-Me-Not e Devoid piuttosto che di The Diarist. Quest'ultimo infatti è più simile a The Day Of Victory, più potente, arrembante ed arricchito dai cori dell'Armata Rossa. In ogni caso, di questo ho ascoltato qualche canzone, bei pezzi ma non mi hanno colpito come altri loro classici
Doom
Lunedì 26 Dicembre 2016, 15.05.24
1
Preso, ma ancora devo dedicargli diversi ascolti. Promette bene cmq. Bravi come sempre
INFORMAZIONI
2016
Fuel Records
Symphonic Death
Tracklist
1. Ad Umbra Lumen
2. Howl
3. King with No Throne
4. Gold, Rubies and Diamonds
5. Precious Things
6. Tide of my Heart
7. The Rain After the Snow
8. Life Deep in the Lake
9. The Awareness
10. Fragments of a Broken Dream
Line Up
Mike Lunacy (Voce)
Davide Rinaldi (Chitarra)
Jacopo Rossi (Basso)
Marco Binda (Batteria)
 
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