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Spiritual Beggars - Ad Astra
31/12/2016
( 2227 letture )
Nel mondo dello stoner le gerarchie, per quanto mobili, sono rimaste più o meno fisse sin dalla sua nascita. Senza andare a scomodare il più diretto progenitore, quel Vincebus Eruptum che per molti sancisce addirittura la nascita dell’heavy metal, ma che in generale possiamo senz’altro considerare progenitore di doom e stoner, appare chiaro come le prime posizioni nel podio del genere siano da sempre saldamente occupate da Kyuss e Monster Magnet. Che poi dopo decine di altri gruppi si siano affacciati sulla ribalta, cercando di occupare quel terzo posto vacante, è altrettanto noto e certo non mancano nella contesa i grandi Sleep e tutti quei gruppi nati dalla diaspora degli stessi Kyuss, come Queens of the Stone Age, Unida, Hermano, Karma to Burn, le band di Brant Bjork e quelle di Nick Oliveri, per tacere dei Fu Manchu dei quali fece parte proprio Bjork per un periodo e tante tante altre formazioni. Difficile che un side project possa essere considerato un degno contendente. D’altra parte, per sua stessa natura un side project non è qualcosa di “serio” e duraturo, ma appare come uno sfogo di personalità più o meno celebri, alla ricerca di qualcosa di divertente che le tenga per un po’ impegnate e con la mente libera dallo stress delle proprie carriere primarie. D’altra parte, è anche difficile, proprio per questa natura intrinseca, che un side project arrivi a festeggiare i venti anni di esistenza e a rilasciare ben nove album ufficiali da studio. Un percorso che neanche tante band propriamente dette e blasonate hanno saputo portare avanti.
Che gli Spiritual Beggars siano in effetti un unicum nel panorama musicale mondiale non è davvero una novità. Si tratta a tutti gli effetti di una All Star Band, che oggi ha più l’aspetto di un progetto saldamente nelle mani di Michael Amott e a lui totalmente asservito, tanto nell’esistenza quanto nella composizione e direzione artistica. Ma non è sempre stato così o, almeno, non sempre in questi termini. Non sarà strano dire infatti che la prima parte della carriera di questa band così particolare, assumeva caratteristiche un po’ diverse, quando a fare da contraltare allo strapotere di Amott trovavamo un bassista/cantante come Spice, dal carattere tutt'altro che remissivo e il gruppo pubblicava quattro album in sei anni, con un passo di marcia piuttosto sostenuto per quello che all’epoca non sembrava poi così chiaramente destinato a restare un divertissement. Fu proprio con la pubblicazione di Ad Astra, all’alba dell’anno 2000, che la band mise un grosso tassello nella propria storia, uno di quei rari dischi capaci di fare davvero sensazione ed essere ricordati a distanza di molti anni come uno dei più importanti rilasciati non solo da una band, ma da una intera corrente artistica. Perché è di questo che parliamo, quando consideriamo cosa sia Ad Astra. Un disco fondamentale nel genere e uno dei più belli e completi partoriti dalla mente di Michael Amott e dai suoi due compagni di strada, ai quali si aggiungeva in maniera “stabile” un nuovo compagno: Per Wiberg alle tastiere, organo Hammond, Moog e via discorrendo.

L’assestamento nella line up riflette la volontà di dare una forma definita anche alla proposta musicale. Ad Astra è infatti il disco che stabilisce una volta per tutte le coordinate all’interno delle quali si muoverà la musica degli Spiritual Beggars da lì in avanti. Alcune delle idee già emerse in Mantra III vengono portate avanti ed erette a sistema (una canzone come Euphoria è molto indicativa in merito), mentre altre vengono accantonate. In particolare, si nota un ulteriore aumento della distorsione, che arriva a creare un vero e proprio muro di suono potentissimo e il forte amalgama con l’organo Hammond,il mellotron e il Moog, che ritroveremo praticamente ovunque. Da un lato aumenta l’aggressività della resa sonora, dall’altra gli arrangiamenti si fanno ancora più completi e raffinati che nel disco precedente. La differenza si nota immediatamente già dalla prima traccia: Left Brain Ambassadors ci trascina di peso nel maelstrom musicale senza intro o altri orpelli che il basso distorto di Spice seguito dalla veemente eppure ruffianamente retrò carica del riffing. Il brano per struttura e scrittura sembra preso di peso da Another Way to Shine, ma la distorsione e l’uso dell’organo Hammond ci danno misura di un salto in avanti notevole, tanto che se non fosse per la voce di Spice sembrerebbe di ascoltare una band completamente diversa. Le prime tracce servono quasi da riscaldamento al disco e sia Wonderful World che Sedated danno conferma della qualità della proposta, con un primo assolo di Amott esaltato dalle sonorità siderali del Mellotron e un secondo assolo in Sedated che spazza via ogni dubbio sul fuoriclasse svedese. Angel of Betrayal sa in partenza moltissimo di Monster Magnet, ma poi la personalità degli svedesi prorompe, mentre la particolare resa melodica del refrain rende il brano subito memorizzabile. Ma con Blessed si comincia a fare davvero sul serio: l’assalto è brutale, con un riff stile motosega che spazza via tutto e costringe Spice ad inerpicarsi sulla strofa, fino all’urlato refrain Halleluja! Bless my soul e un doppio assolo centrale coinvolgente. Giusto il tempo di riprendere fiato col riff insistito e meno carico del precedente di Per Aspera Ad Astra, nella quale il proscenio va interamente alla linea melodica del cantato fino all’evocativo break centrale di chitarra e poi la band inanella una serie di brani da urlo. Si comincia con la furente Save Your Soul, incontenibile e piuttosto sostenuta a livello ritmico, che lascia presto il campo alla stupenda esplosione doom psichedelica di Until the Morning: riff catacombali immersi in un liquidissimo scenario disegnato da Wiberg, nel quale Spice si dimostra totalmente a suo agio, seppur con un leggero filtro ad alterarne la voce. Uno dei vertici del disco e dell’intera carriera della band, senza dubbio. Escaping the Fools colpisce in primis per una rinnovata aggressività nel riffing, salvo poi aprirsi grazie agli interventi di Amott ad una melodia vincente nel refrain, tra le più belle del disco. E chissà come deve sentirsi il signor Amott padre nel vedere i due figli suonare assieme a questi livelli: è infatti il buon Christopher ospite su On Dark Rivers a donare con la sua slide ulteriore fascino ad un pezzo perfetto, con i due fratelli a duettare da par loro. The Goddess riporta maggior dinamicità, con il suo incedere quasi garage punk rovente e un ulteriore duello Amott/Wiberg a squassare la parte centrale. Chiude la versione ufficiale la splendida Mantra, alle quali ci introducono le gentili note del Fender Rhodes, mentre Spice che fino a qui ha quasi sempre dato fondo alle proprie corde vocali sceglie di sfidare John Garcia sul piano dell’interpretazione con risultati ottimi, sottolineati dal mellotron, fino all’esplosione della distorsione e allo splendido finale strumentale dominato ancora da Hammond e chitarra, con la maestosa chiusura dove ancora torreggiano le note del mellotron. Nella versione CD è tempo per la bonus track Let the Magic Talk, con le sue note arcane e misteriose, che conducono poi ad un nuovo momento di forte dinamicità stoner doom; un piccolo gioiello che conferma lo stato di grazia della band in quell’ormai lontano anno 2000.

Con l’uscita di Ad Astra gli Spiritual Beggars toccarono una vetta artistica molto elevata e mai più raggiunta. Il disco nella sua interezza resta a distanza di quasi diciassette anni uno dei simboli dello stoner e uno dei punti più alti dell’intero movimento retro rock. Merito senza dubbio di un Michael Amott davvero ispirato e coinvolto, ma anche dei suoi due compagni di strada, Ludwig Witt (poi anche nei Firebird dell’amico Bill Steer) e, soprattutto, Spice, cantate capace di scavarsi un proprio posto nelle composizioni di Amott e farle proprie con personalità e tronfia arroganza, quella che un frontman vero deve quasi sempre possedere, comunque poi la estrinsechi. L’arrivo in formazione di Per Wiberg fu la ciliegina sulla torta, che diede in misura stabile un robusto e profondo aggancio alle sonorità settantiane rivisitate dalla band e al tempo stesso garantì lo spessore degli arrangiamenti e una varietà di soluzioni di cui il gruppo aveva bisogno per fare il salto definitivo. Ad Astra in questo senso è un disco quasi perfetto, omogeneo, compatto, gonfio di ispirazione e qualità tecnico compositiva di primo livello, ma soprattutto emozionante come raramente capita di sentire. Capace di scavarsi un posto nel cuore dell’ascoltare e di farlo emotivamente partecipe dei brani e non solo epidermicamente o dinamicamente coinvolto. Qua c’era materia per gettare un ponte verso una grandezza superiore perfino alle barriere di genere ed arrivare a pretendere qualcosa di più e di meglio. Una cosa della quale Spice era più che convinto e reclamava e che invece Michael Amott non voleva, preferendo comunque dedicare la sua attenzione a qualcosa di più remunerativo e che potesse garantirgli una carriera più stabile. Una divergenza sulla quale non si potrà comporre più un accordo e che porterà l’uscita di scena del bassista/cantante, sancendo la nascita di una seconda fase nella vita della band e il suo definitivo status di side project nelle mani del chitarrista, con forte rimpianto da parte di chi in questo gruppo aveva creduto e che da qui in poi non ritroverà più questa grandezza compositiva, in album comunque ben più che validi e dignitosi, ma lontani da un simile amalgama qualitativo. Vertice di una carriera unica, Ad Astra arriva a lambire quel podio che citavamo all’inizio e avrebbe tutte le carte in regola per occupare stabilmente e perfino per trascinarci sopra gli Spiritual Beggars, che comunque restano tutt’oggi una ottima band, con una discografia di grande valore, che ha però scientemente scelto di rimanere underground e lontano dalla ribalta. Avrebbe potuto essere il trampolino di lancio ed è invece rimasto il vero grande acuto. Anche così e forse proprio per questo, resta un disco da amare visceralmente e da riscoprire subito.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
95.1 su 10 voti [ VOTA]
duke
Domenica 24 Gennaio 2021, 21.11.41
16
…..gran disco…..capolavoro della band….
Kiodo 74
Giovedì 23 Aprile 2020, 10.58.51
15
Appena finito di rispolverare questo capolavoro dai suoni retró e dalle sopraffine intuizioni che ti smontano e trasportano la psiche verso territori aridi e solitari.....un vero sballo dove Amott si diverte a fare il fricchettone ma con la solita genialità......Ancestrale. Voto 94. Ossequi!
Area
Martedì 17 Marzo 2020, 13.31.47
14
Di solito non mi piace lo Stoner. mi da lo stesso senso di fastidio del Progressive Metal, due cose che si spacciano per "Proseguimenti" del Rock Psichedelico e Progressivo rispettivamente. Ma loro erano validissimi e questo disco 20 anni era un piccolo capolavoro in un periodo dove andava tutt'altro.
Macca
Martedì 17 Marzo 2020, 9.15.48
13
Concordo con chi lo definisce il loro miglior lavoro, a mani basse. Mi sono piaciuti abbastanza anche gli ultimi, ma questo ha una marcia in più sia per songwriting che per esecuzione: uno dei miei dischi rock di matrice stoner preferiti in assoluto. Voto 85
nonchalance
Martedì 3 Gennaio 2017, 19.45.17
12
Ho visto che la copertina è stata "corretta"..quindi, ora i commenti sono in modalità viceversa!
Giaxomo
Sabato 31 Dicembre 2016, 15.44.32
11
Torno da lavoro..e tac! Trovo le recensioni di 4 album imprescindibili per me e per la mia formazione di base; commento questo, solo per il valore affettivo che ha per me questo disco e perché lo stoner, in tutte le sue meravigliose sfumature, è uno dei miei genere preferiti. Lavoro traboccante di ispirazione, suonato divinamente, assoli fenomenali, carichi di pathos, riconoscibilissimi già ad un primo ascolto, produzione vintage. Il miglior lavoro della band senza dubbio e uno dei migliori del genere. Ps: deliziosa la recensione!
Ciccio
Sabato 31 Dicembre 2016, 14.27.08
10
Boom! Capolavoro. L'ho consumato. Per me 90.
Galilee
Sabato 31 Dicembre 2016, 14.16.57
9
Il loro lavoro più entusiasmante e significativo. Tutte le canzoni hanno energia da vendere. Un must per gli amanti dello stoner.
nonchalance
Sabato 31 Dicembre 2016, 13.21.56
8
Comunque, anche per me è un signor album. Perfino la bonus track è degna di nota! Anzi, forse l'avrei messa al posto di una delle ultime..
nonchalance
Sabato 31 Dicembre 2016, 13.15.07
7
Quella sulla destra è l'immagine che appariva 'solamente' sul digipack..quella "giusta" è quella a sinistra! P.S.: Quando avete dei dubbi, andate su Discogs..
Rob Fleming
Sabato 31 Dicembre 2016, 13.08.04
6
La cover del cd è quella che vediamo a destra dello schermo. Il booklet invece ha la copertina riportata a sinistra. Quanto meno nella mia copia
Lizard
Sabato 31 Dicembre 2016, 12.30.29
5
Steelminded: io invece sul CD ho quella che ho inserito in home
lux chaos
Sabato 31 Dicembre 2016, 11.35.50
4
Bellissimo, il mio preferito del side project di Amott!! Come dice Saverio (bella rece) il punto più elevato (e mai più raggiunto) della parabola artistica della band, che ha comunque continuato a sfornare buoni album successivamente
Pacino
Sabato 31 Dicembre 2016, 11.33.21
3
grande disco e grande band!
Steelminded
Sabato 31 Dicembre 2016, 10.51.25
2
Saverio bella rispolverata. gran bell'album. P.s. la cover della versione in vinile è quella del mio cd.
Rob Fleming
Sabato 31 Dicembre 2016, 10.25.06
1
Per me che ho sempre adorato l'hard rock degli anni '70 fu un'autentica sorpresa sapere che il chitarrista in questione era quello dei Carcass. E come per gli altrettanto bravissimi Firebird di Billy Steer fu amore. Questo è un album superbo con pezzi quali On dark rivers, Goddess, Mantra e Let the maniac talk sugli scudi. Ma il brano che più mi fa tornare in mente certe sonorità è Angel of betrayed con i suoi duelli chitarra/tastiere e sprazzi acustici. 80 (e secondo me faranno anche meglio quando arriverà Apollo Papathanasio
INFORMAZIONI
2000
Music for Nations
Stoner
Tracklist
1. Left Brain Ambassadors
2. Wonderful World
3. Sedated
4. Angel of Betrayal
5. Blessed
6. Per Aspera Ad Astra
7. Save Your Soul
8. Until the Morning
9. Escaping the Fools
10. On Dark Rivers
11. The Goddess
12. Mantra
13. Let the Magic Talk (Bonus Track)
Line Up
Spice (Voce, Basso)
Michael Amott (Chitarra)
Per Wiberg (Organo, Fender Rhodes, Mellotron, Grand Piano, Harmonica, Cori)
Ludwig Witt (Batteria, Cembali, Tamburo)

Musicisti Ospiti
Fredrik Nordstrom (Sintetizzatore su traccia 13)
Christopher Amott (Chitarra slide su traccia 10)
The Dirty Bunch (Applausi su traccia 10)
Camilla Henningson (Cori su traccia 1)
 
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