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Goodbye, Kings - Vento
01/01/2017
( 813 letture )
Una grande risposta ai tanti (troppi…) che considerano l’universo post tricolore ormai collassato su se stesso e prossimo all’afonia per esaurimento creativo… Possiamo forse riassumere così il 2016 che sta per concludersi ma che, prima di andare definitivamente in archivio, riserva ancora un’ultima, splendida prova della vitalità di un movimento troppo spesso bistrattato e che invece, al contrario, meriterebbe crescente attenzione e approfondimenti. Così, se la prima metà dell’anno si era segnalata per la triade (EchO)/Plateau Sigma/Svlfvr, rigorosamente orientata alla declinazione metal della materia (in un impasto in cui era comunque il doom, a fare la parte del leone), l’ultimo bimestre ha dischiuso le porte alle raffinate trascolorazioni in chiave rock screziate di shoegaze portate sulla scena dal clamoroso ritorno dei Klimt 1918 con Sentimentale Jugend.

Alla prova del quartetto romano possiamo affiancare il secondo full-length dei milanesi Goodbye, Kings, reduci da un grande debutto in autoproduzione e ora approdati a quella Argonauta Records in cui sono transitate altre due grandi sorprese di questo 2016, She Hunts Koalas e Suma. Fin da Au Cabaret Vert, il pantheon di riferimento dei Nostri si è popolato di figure maestosamente ingombranti e del pari circondate dall’aura del mito, alla ricerca di un punto di equilibrio e sublimazione tra le pulsioni tribalistico/muscolari dei Neurosis di Enemy of the Sun e le dissolvenze spiazzanti dei Godspeed You! Black Emperor, con esiti per cui più di mille parole valga un rimando alla splendida A Crack of Light Will Destroy This Comedy.
Come se non bastasse la frequentazione di due stelle polari così apparentemente agli antipodi della narrazione post (anche se la realtà rivela molte meno antinomie rispetto alla vulgata corrente, basti pensare alla possibile collocazione intermedia di realtà come i Rosetta di The Galilean Satellites, alle prese con la loro musica per astronauti), i Goodbye, Kings hanno via via arricchito ereticamente le trame con richiami provenienti da tradizioni lontane, dal jazz al prog, accuratamente disposte a raggiera intorno a una raffinatezza e a un’eleganza fuori dal comune, che sono diventate il tratto caratteristico del moniker. Chiariamolo subito, i lavori del sestetto non sono di facile e immediata fruizione, complice innanzitutto la scelta di puntare su brani chilometricamente dilatati e la rinuncia al cantato a favore di una completa strumentalità, ma, una volta sollevata la pellicola di diffidenza che inevitabilmente copre a un primo sguardo opere a così alto tasso di sperimentazione, ci si trova di fronte a un brulicare di spunti magnificamente organizzati intorno a un’idea forza, che apre progressivamente le cortine che sembravano nascondere il cuore dell’album rivelando una scrittura ardita ma solidissima allo stesso tempo.

Ed eccolo, allora, questo Vento, otto brani articolati in guisa di concept non pentagrammaticamente inteso ma come sequenza di possibili manifestazioni di uno dei fenomeni che, fisicamente o metaforicamente, fin dalla notte dei tempi accompagna, allieta, scuote, turba l’umana esperienza. Rispetto al passato, se da un lato si conferma la predilezione di base per le strutture diafane e dilatate, non estranee a un delicato retrogusto ambient, si assiste a una relativa limatura della componente tribalistica (tenendo comunque presente che un combo che annoveri nella line up una coppia di batteristi non potrà mai geneticamente rinunciare del tutto a un consistente contributo ritmico), ampiamente compensata da una resa atmosferica complessiva molto più curata e raffinata. Volendo ripercorrere i sacri sentieri della post eccellenza, il risultato rimanda qui piuttosto alla lezione degli Isis che alle monolitiche architetture Neurosis o Cult of Luna, sia pur in presenza di non pochi passaggi in cui le “abrasività imponenti” di casa a Oakland o Umea fanno sentire il loro peso. C’è più di qualcosa, indubbiamente, dei passaggi migliori di scuola Pelican, ma forse l’equiparazione più calzante è proprio con quella sorta di avventura parallela che ha coinvolto la coppia Caxide/Meyer lontano dal mentore Turner e che risponde al nome di Red Sparowes (e non certo solo per la rinuncia a un’ugola dietro ai microfoni).
Per il resto, l’arma letale dei Goodbye, Kings è anche stavolta il pianoforte di Luca Sguera, in libera uscita su trame più o meno morbidamente ordinate, ora con licenza di disegnare spigoli e apparenti dissonanze di chiara ascendenza jazz, ora col compito di accompagnare il flusso di emozioni, in un climax che non conduce mai a un punto di arrivo ma è piuttosto una base per ulteriori divagazioni, là, dove il lavoro delle sei corde della coppia Romagnoli/Allocca completa l’opera di smaterializzazione proiettando l’ascoltatore in incorporee dimensioni parallele. Che si tratti di descrivere aliti e brezze o raffiche e folate, la mano dei Nostri è ugualmente impeccabile nel cogliere e presentare assi portanti e sfumature, tenendo a debita distanza un rischio saturazione tutt’altro che ipotetico, tenuto conto delle premesse “formali” dell’album.

E allora applausi per una coppia di apertura come How Do Dandelions Die (dove rivive il primo, incosciente incontro con le scientifiche differenze di gradiente quando, da bambini, si scopre l’effetto degli sbuffi d’aria sulla lanugine dei delicati soffioni che coprono i prati) e Fujin vs. Raijin, eccellente trasposizione in musica di uno degli scontri chiave dell’iconografia shintoista giapponese, tra il dio del vento a protezione del mondo e suo fratello che ne minaccia la sopravvivenza brandendo tuoni e fulmini. Tocca alla leggerezza voluttuosa di Shurhùq (dal Giappone alla tradizione araba il passo può sembrare tutt’altro che breve, ma dubitiamo che lo scirocco si sia mai posto domande, sorvolando le umane frantumazioni territoriali) interrompere per un attimo il flusso di energia, ma rimette le cose a posto la tellurica The Tri-State Tornado; una base storica (il tornado che nel 1925 causò quasi settecento morti attraversando Missouri, Illinois e Indiana e che a tutt’oggi detiene l’infausto record statunitense in termini di perdite di vite umane), una riproduzione impeccabile dello scatenarsi del fenomeno, la marzialità incalzante della distruzione, la calma surreale del prima e del dopo, tutto sembra rivivere in una sorta di diorama o, meglio ancora, in quella fusione cinematografica tra vista e udito che più volte abbiamo indicato come pietra filosofale per una band di “post” eccellenza.
Vette di tutto rispetto sono raggiunte anche nella successiva 12 Horses (grazie a un perfetto intreccio di linee narrative tra chitarre e pianoforte, che vanno a morire in un epilogo ad alta resa paesaggistica), mentre una controllata spettralità arricchisce i tocchi iniziali di If Winter Comes…, prima di una sorprendente svolta quasi solarmente ambient, peraltro forse un po’ monocordemente trascinata. Mancava, a questo punto, il grande pezzo con il vento in “modalità inquietudine” ed eccoli, gli stipiti che fischiano mentre le raffiche imperversano e si insinuano in ogni dove di quelle che consideriamo fortezze inespugnabili. È l’ora di The Bird Whose Wings Made the Wind, poeticissima immagine che chiude alla perfezione il cerchio aperto col tarassaco dell’opener; per metà suite a stanze, per metà tensione che si libera in un crescendo rifinito fin nei dettagli, difficile immaginare una traccia più adatta a sintetizzare il senso di un’intera proposta artistica in cui il sapiente maneggio delle forme incontri i contenuti di una grande ispirazione.

Etereo ma con un cuore vivo e pulsante, delicato senza mai liofilizzare oltremisura un impianto che rimane rigorosamente rock, capace di alternare i registri coinvolgendo la componente emozionale, Vento è un album che si candida a colonna sonora ideale per viaggiatori che non abbiano una destinazione come stella polare del proprio cammino, ma piuttosto quel senso di libertà geneticamente inscritto nel dna di uno dei fenomeni naturali più incorporei e sfuggenti. Teniamolo presente, il nome dei Goodbye, Kings, in sede di consuntivi di fine anno…



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
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AdeL
Martedì 3 Gennaio 2017, 1.04.06
2
...Lavoro curato nei dettagli. Noto pregevoli asimmetrie e dissonanze raffinate, a tratti anche il silenzio diviene musica. Le emozioni prendono forma e realizzano una magnifica "fotografia". Apprezzo e lodo la genialità innovativa!
Enomis
Lunedì 2 Gennaio 2017, 17.27.37
1
Sto ascoltando proprio ora un paio di pezzi da questo album. Che dire, non è esattamente il mio genere, ma tecnica e creatività non mancano!
INFORMAZIONI
2016
Argonauta Records
Post Rock
Tracklist
1. How Do Dandelions Die
2. Fujin Vs. Raijin
3. Shurhùq
4. The Tri-State Tornado
5. 12 Horses
6. If Winter Comes…
7. The Bird Whose Wings Made the Wind
8. Blue Norther
Line Up
Davide Romagnoli (Chitarra)
Luca Allocca (Chitarra)
Luca Sguera (Tastiera)
Alessandro Croce (Basso)
Saverio Cacopardi (Batteria, Percussioni)
Matteo Ravelli (Batteria, Percussioni)
 
 
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