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Ichabod Krane - Beyond Eternity
03/01/2017
( 315 letture )
Dopo un interessante debutto del 2014 intitolato Day of Reckoning, gli Ichabod Krane si ripresentano dando alle stampe un nuovo lavoro, stavolta battezzato col titolo di Beyond Eternity. L’analisi della formazione del gruppo statunitense presenta dei preliminari spunti di interesse dati da una sorta di osmosi con gli Halloween (U.S.A.). Oltre al bassista in comune -George Neal- gli Ichabod Krane possono schierare in formazione l’ex chitarrista della cult-band del Michigan Rick Craig, ed il batterista Rob Brug, in comune anche con i Damien. Rispetto all’album d’esordio, inoltre, si segnala l’entrata nel gruppo della tastierista Lisa Hurt, fatto che indurrebbe a pensare ad un possibile ammorbidimento di suono fieramente old school e di un approccio condensato nel loro motto, il quale recita “Nuova band, con un’attitudine old school”.

Nonostante il loro approccio possa essere facilmente classificato nel calderone dell’U.S. Power, in realtà la componente maggiore della musica è tipicamente heavy, con influenze dichiarate provenienti da gruppi quali Crimson Glory, Judas Priest, Queensryche, King Diamond, Dio e vari altri gruppi a questi assimilabili. Insomma: i grandi classici, rimescolati in salsa a stelle e strisce. Rispetto al disco precedente l’impianto generale è rimasto sostanzialmente lo stesso. In particolare si conferma la condizione del cantato di Jeff Schlinz (Wulfhook), per il quale valgono ancora le parole espresse nella nostra recensione dell’album del 2014:

La voce di Jeff Schlinz è senza dubbio ottima; impossibile non pensare a maestri del registro di testa come Tim Owens e Sean Peck, rispetto ai quali Schlinz cede però un po’ la corda a causa di un range interpretativo leggermente inferiore.

Buona intanto la produzione, almeno in rapporto alle necessità del gruppo, leggermente levigata per favorire l’introduzione nella band di Lisa Hurt. In generale, i pregi ed i difetti degli Ichabod Krane vengono anche questa volta ribaditi. In particolare, tra i pregi si segnalano ancora l’immediatezza della musica, l’assenza di sovrastrutture (al netto dell’uso delle tastiere, sulle quali torneremo in seguito), l’affiatamento e la convinzione con la quale i Nostri ripropongono stilemi antichi, appena aggiornati dalla lezione dei gruppi di genere post “golden age”. Tra i difetti, oltre a qualche scelta produttiva che denota la limitata disponibilità di risorse -visto l’ambito di appartenenza, però, nulla che infici realmente il risultato finale- e la ricerca costante del limite nel cantato con risultati talvolta non certo perfetti, il principale è sostanzialmente la mancanza di cambi di passo nella scaletta. Ciò limita inesorabilmente la resa di Beyond Eternity. Analizzando la tracklist, infatti, non si può fare a meno di notare come quasi ogni pezzo segua lo stesso canovaccio e, soprattutto, si muova seguendo ritmi da mid-time. Il ritmo può essere ora roccioso o più solenne, ora più ricercato o malinconico, ma sempre grosso modo uguale a sé stesso. In un quadro così omogeneo, pertanto, è più facile anche notare i difetti o le citazioni. Tra queste, possiamo annoverare la campana alla AC/DC di When the Stars Fall (un dettaglio) e più ancora l’arpeggio in pieno stile Tesla che regge la ballad Why So Sad. Tra i difetti conclamati, oltre alla mancanza di accelerazioni vere e proprie che rende tutto troppo ripetitivo ed alla lunga può risultare stancante, vi è l’uso delle tastiere, in particolare nella ballad Why So Sad ed in Bitter Romance. La loro impostazione molto old-school nel suono, che riporta addirittura a tempi precedenti agli anni 80, può essere utile quando queste agiscono come semplice riempitivo, ma quando assumono un ruolo più preminente, specialmente nella ballata, suonano troppo scarne per reggere il ruolo che la canzone assegna loro. Oltre a ciò, c’è da segnalare la presenza di un vero filler, Whiskey Angel. Il brano, poco eterogeneo rispetto al resto, sembra un pezzo U.S. Power arrangiato dai Motley Crue (o al contrario, se preferite), nel quale le tastiere trovano la loro peggiore dimensione all’interno dell’operazione Beyond Eternity.

A prescindere dalla doverosa segnalazione delle mancanze dell’album e nonostante queste, il risultato finale, si badi bene, è comunque positivo nel suo complesso. Gli Ichabod Krane si confermano una band affidabile per chi cerca la purezza dell’heavy/power anni 80, la sua impagabile ingenuità e la sua assoluta devozione alla causa del metal. Beyond Eternity non è affatto un capolavoro, ma il suo limite principale è paradossalmente anche la sua forza. La riproposizione di certi stereotipi, infatti, non suona qui solo come pedissequa riproposizione di quanto fatto da tanti altri in precedenza, almeno quando, come in questo caso, è sorretta e nobilitata da una sola, semplice qualità: la sincerità. E gli Ichabod Krane ne hanno da vendere.



VOTO RECENSORE
71
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2016
Pure Steel Records
Heavy/Power
Tracklist
1. Black World
2. Metal Messiah
3. Pandora’s Box
4. Beyond Eternity
5. When the Stars Fall
6. Bring It Down
7. Why So Sad
8. Whiskey Angel
9. Bitter Romance
Line Up
Jeff Schlinz (Voce)
Rick Graig (Chitarra)
Lisa Hurt (Tastiere, Cori)
George Neal (Basso)
Rob Brug (Batteria)
 
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