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The Frost - Frost Music
08/01/2017
( 1136 letture )
Probabilmente molti fra i lettori, al leggere il nome The Frost avranno pensato che si tratti di un caso di quasi-omonimia con i celeberrimi metallers svizzeri Celtic Frost, o che magari si tratti di una loro versione preliminare, con il monicker accorciato. Niente di tutto questo invece: sotto questo emblematico nome risiede un gruppo assai precedente, temporalmente parlando, rispetto al seminale gruppo elvetico, e di tutt’altra provenienza: non i pascoli svizzeri bensì i grandi laghi del Michigan, negli Stati Uniti. Ma, soprattutto, sotto questo nome ha potuto avere le prime significative esperienze musicali un personaggio che avremo modo di ritrovare più volte nei decenni seguenti, come aiutante e collaboratore di Alice Cooper, soprattutto, ma anche di Kiss, Aerosmith e Lou Reed; nomi di primissimo livello, che pochi musicisti possono sfoggiare nel curriculum. Stiamo parlando del cantante e chitarrista (e principale membro della band) Dick Wagner, che purtroppo ci ha lasciato a soli 72 anni nel 2014.

I The Frost sono il quartetto mediante il quale Wagner ha mosso i primi passi importanti nel mondo del music business, arrivando ad ottenere il supporto di una importante etichetta come la Vanguard, tramite la quale ha pubblicato una serie di singoli negli anni 1967-1968 (con il nome Dick Wagner and The Frosts) per poi arrivare al primo full-lenght, il qui presente Frost Music, nel 1969, attribuito al complesso nel suo insieme. Malgrado la cancellazione del suo nome dal monicker, non vi erano dubbi sul fatto che la band fosse in tutto e per tutto un’emanazione del buon Wagner, assoluto padrone della situazione con la sua chitarra funambolica e travolgente, e con le sue linee vocali adrenaliniche; ed infatti le buone idee già contenute in questo album, e che saranno in parte replicate nei successivi Rock And Roll Music e Through The Eyes Of Love (1970 entrambi) non passeranno inosservate ai giovani musicisti che stavano per sfondare presso il grande pubblico, né alle case discografiche che stavano per investire tutto su di loro. Basti pensare al fatto che Wagner, trasferitosi a New York nel 1971, a seguito del non sufficiente successo di pubblico dei suoi The Frost, avrà modo nel giro di pochi anni di effettuare tour con un già affermato Jeff Beck e con un giovanissimo Billy Joel, non ancora esploso presso il grande pubblico, di divenire successivamente partner e collaboratore fisso di Alice Cooper, a partire dal 1972, e di comparire nel fondamentale album Berlin di Lou Reed nel 1973. Non male, per uno che solo cinque anni prima non aveva inciso una nota, ed era un perfetto sconosciuto. Ma ritorniamo ora dove tutto è iniziato. Frost Music è un perfetto esempio di come suonavano le grandi rock band americane a fine anni 60: nei suoi dieci brani, tutti piuttosto brevi come durata, troviamo molte delle caratteristiche che hanno portato fama e successo a suoi colleghi e contemporanei come Bob Seger, Ted Nugent o Grand Funk Railroad. Assalti frontali di puro rock n’ roll, divagazioni psichedeliche e lisergiche a non finire (siamo nel 1969, non dimentichiamolo), assoli chitarristici torrenziali e travolgenti, cambi di tempo a profusione (che dimostrano quanto musicalmente la band fosse tutt’altro che scarsa), brani che evitano accuratamente la classica forma-canzone, intersecando al contrario le varie sezioni una nell’altra, sino alla conclusione spesso improvvisa e tale da lasciare di stucco l’ascoltatore. Ascoltando dischi come questo ci si rende conto di quanto florida e ricca musicalmente fosse la scena musicale di quel periodo, pensando che in un “semplice” disco di esordio di una band di secondo piano, quale erano a tutti gli effetti i The Frost, vi era una quantità di spunti creativi che, adeguatamente sviluppati, oggi riempirebbero almeno un paio di dischi, e dei migliori. Invece cosa fa il buon Wagner con i suoi compari? Li incastra, quasi a forza, in un unico disco, che supera di poco la mezzora di durata, ma che sembra che ne duri almeno il triplo, tale è la forza e la compattezza che ne emana. Quasi superfluo, e per certi versi inutile, citare singoli brani: tutti, senza nessuna esclusione, sono un coacervo di parti separate e a volte nemmeno del tutto coerenti, tanto che il disco intero sembra quasi una unica suite da ascoltare tutta di un fiato, sino alla liberatoria conclusione. A volte sembra quasi che la band abbia lasciato in forma “grezza” e “non finita” alcuni brani; e, probabilmente, la cosa è voluta, in modo da poterli plasmare a loro piacimento nelle torrenziali esecuzioni live, dove all’epoca l’improvvisazione faceva da padrona e dove i vari pezzi costituivano solo uno spunto iniziale per lanciarsi verso territori musicalmente vergini ed inesplorati, esattamente come nel jazz e nel blues. Questo rendeva ogni singolo concerto un’esperienza unica ed irripetibile; se fate un confronto con la scena attuale, e con i gruppi di oggi che spesso suonano a metronomo e con le sequenze, e cercano di riprodurre il disco nella maniera più fedele ed identica possibile, vi rendete subito conto del differente approccio, che si rifletteva sovente anche nelle registrazioni degli album. Questa caratteristica, che è uno dei grandi pregi di questo lavoro, è anche, paradossalmente, uno dei maggiori punti critici: ossia la difficoltà di trovare al suo interno quel brano particolarmente memorizzabile, e compositivamente completo, tale da poter essere utilizzato come singolo vincente. Brani di questo genere mancano del tutto, e questo, complici anche alcune linee vocali melodicamente non eccellenti, ha senza dubbio penalizzato i The Frost dal punto di vista della diffusione radiofonica, a quei tempi fondamentale per un gruppo all’esordio. Se a questo si aggiunge il fatto che la Vanguard non investì adeguatamente in promozione, artwork e distribuzione, si capisce come mai i The Frost non siano riusciti a raggiungere quel successo su scala nazionale che invece negli stessi anni raggiunsero i loro contemporanei sopra citati. Il tutto malgrado Wagner e soci fossero fra le band leader nella zona di Detroit, grazie ai loro terremotanti spettacoli dal vivo. Forse sarebbe solamente bastato un poco di tempo in più, se si pensa che la celeberrima Only Women Bleed, successivo cavallo di battaglia di Alice Cooper, era stata inizialmente composta da Wagner per i The Frost; ma con questi non verrà mai alla luce.

La storia di questo promettente quartetto finirà invece per durare solamente tre anni; ma, come detto, ai piani alti delle case discografiche il talento di Wagner non passa inosservato, e da qui partirà per lui una carriera di assoluto rilievo nel movimento rock dei successivi tre decenni.



VOTO RECENSORE
67
VOTO LETTORI
71 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
1969
Vanguard Records
Psychedelic Rock
Tracklist
1. Jennie Lee
2. The Family
3. A Long Way Down From Mobile
4. Take My Hand
5. Mystery Man
6. Baby Once You Got It
7. Stand In The Shadows
8. Little Susie Singer (Music To Chew Gum By)
9. First Day Of May
10. Who Are You?
Line Up
Dick Wagner (Voce, Chitarra)
Don Hartman (Chitarra)
Gordy Garris (Basso)
Bob Rigg (Batteria)
 
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