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Lucifer`s Friend - Too Late to Hate
08/01/2017
( 585 letture )
I Lucifer's Friend sono tornati. Si tratta in effetti di una notizia enorme, seppure la band sia rimasta quasi sempre lontana dal giro “che conta”, anche nei suoi anni migliori. Eppure, come tutte le cult band che si rispettino, la pubblicazione di un nuovo disco resta un evento capace di catalizzare l’attenzione di tutti coloro che sanno guardare appena sotto la superficie dei soliti noti. Formati come gruppo già nel 1969 e autori di un album capolavoro come il debutto Lucifer’s Friend nel 1970, i tedeschi sono stati una delle poche formazioni in grado di evocare la maestria di Deep Purple, Uriah Heep e Black Sabbath, abbeverandosi alla stessa fonte di ispirazione e realizzando un disco che non sfigura affatto messo accanto a quelli storici degli inglesi. La loro carriera si è svolta quasi interamente negli anni Settanta, arrivando poi a lambire gli anni Ottanta, col rientro dello storico cantante inglese John Lawton, degno sostituto di David Byron proprio negli Uriah Heep finché la band non andò incontro al primo scioglimento. Nel corso degli album, però, il genere di riferimento dei tedeschi cambiò quasi continuamente passando dal blues al jazz, al prog, al rock da classifica, al garage e così via. Se si esclude quindi un lontano album pubblicato nel 1994 a titolo Sumo Grip, è dal 1981 che il monicker ufficiale non torna a far parlare di sé. E’ di conseguenza più che comprensibile la sorpresa della reunion del 2014, così come la curiosità sul contenuto di Too Late to Hate, che potrebbe presentare davvero una qualunque direzione musicale.

C’è innanzitutto da puntare un riflettore particolare per l’uomo dietro al microfono: John Lawton non è un cantante qualsiasi, ma una delle voci più belle e sottovalutate di tutti i tempi. Calda, potente, dotata di una splendida estensione e tutto sommato anche molto versatile, l’ugola dell’inglese resta una di quelle che hanno segnato un’epoca, anche se difficilmente la troverete nelle solite classifiche stilate in base ai milioni di copie vendute o allo sponsor di turno. Lawton oggi ha in gran parte rinunciato alle impennate di quarant’anni fa e quello sembra perfettamente naturale, assestandosi su un tono caldo e avvolgente, potente e calibrato, che potrebbe ricordare Ronnie James Dio; dedito ad una interpretazione piena e senza strappi, il cantante è capace di emozionare e caratterizzare un brano con tre parole in fila. Al suo fianco, della formazione originale troviamo il chitarrista Peter Hesslein, insostituibile e grande maestro dello strumento, tutt’oggi capace di un livello tecnico di tutto rispetto e poliedrico tessitore di trame strumentali e solismi ricercati, che non disdegnano linguaggi prog e jazz, oltre ai classici territori hard rock e il bassista Dieter Horns, con l’inconfondibile suono caldo e potente, che lo rende degno emulo di Gary Thain e colonna di tutti i brani del disco. I nuovi arrivati Jogi Wichmann e Stephan Eggert giocano un ruolo fondamentale, in particolare il primo, impegnato tra tastiera, piano e sintetizzatori.
Per togliere il velo sul contenuto dell’album è necessario addentrarsi nelle sue trame: si tratta indubbiamente di un disco di hard rock settantiano, con i classici rimandi allo stile del debutto che era lecito attendersi e quindi un perfetto incrocio tra Uriah Heep e Deep Purple, senza però quel tocco di oscurità che aveva reso così particolare Lucifer's Friend, a favore invece di una vena ottantiana soprattutto nella scelta dei suoni di tastiera e sintetizzatore, che avvicina la musica all’AOR. La scelta appare in effetti un po' stridente con quello che è l’impianto di base del disco, segnando una certa disomogeneità tra le tracce e, paradossalmente, sono proprio i suoni più relativamente moderni a suonare fuori contesto e attempati, superati nel tempo da una evoluzione che li ha dichiarati obsoleti in campo rock e senza quell’aura di "classico” che hanno i riff di chitarra di Hesslein. E’ così che già l’opener Demolition Man mette in mostra questo strano dualismo, con la sua partenza arrembante, l’emozionante voce di Lawton in evidenza assieme alla chitarra e i contrappunti del riff di tastiera e dei synth a donare questa atmosfera un po’ demodé che arricchisce gli arrangiamenti, ma tutto sommato invecchia il pezzo più di quanto avrebbe bisogno e ne smorza l’impatto. Si tratta comunque di una buonissima opener che dà l’idea di una band in ottima salute e tornata non per mera nostalgia, ma con qualcosa da aggiungere alla propria storia. Impressione più che confermata dalla successiva Jokers & Fools, grande riff di scuola PurpleHeep e organo hammond a sostenere un Lawton sontuoso su un territorio di caccia dominato da decenni. Grande canzone che toglie ogni dubbio e fa venire una gran voglia di vedere questi signori su un bel palco ed intonare con loro il refrain armonizzato degno di Demons & Wizards. La drammatica semiballad When Children Cry riporta il tema delle guerre e delle loro piccole vittime, in un mondo che ha negli occhi la strage di Aleppo e riesce ad emozionare con un bel riff nel refrain a dare spessore alla buona linea vocale. Ritornano i suoni di synth in Straight for the Heart, che ha dalla sua un dinamismo notevole e un ottimo ritornello, ma ancora meglio fa la successiva Tell Me Why, nella quale tutta la band dimostra di saper rockeggiare alla grande e il piano stavolta dona ulteriore dinamismo ad un infuocato Hesslein. Don't Talk to Strangers ruba il titolo a Ronnie James Dio, ma per il resto è ancora una volta un brano dal gran tiro e dal riuscito connubio tra melodia e ritmi vibranti. I Will Be There ci riporta agli anni Ottanta, con Lawton che dà il proprio meglio in termini di estensione e potenza, mentre intona un sontuoso refrain corale che non sfigurerebbe in un album dei Ten. Tempo per il primo vero lento del disco e This Time col suo andamento blues e i pregiati solismi di Hesslein convince in pieno anche grazie all’ennesimo ottima prova di Lawton. Tears potrebbe tranquillamente sembrare invece una canzone dei Toto, con la sua chitarra acustica e il substrato di synth che rimanda così palesemente alle atmosfere di trent’anni fa. Piacevole e competente, ma forse un po’ accademica e tutto sommato fuori contesto, pur senza suscitare un vero scandalo, vista la qualità garantita dalla band. Si torna a volare invece con la successiva Sea of Promises nel gioco che meglio sembra riuscire ai Lucifer’s Friend: grande riff hard rock, melodia perfetta con refrain vincente e interplay di valore tra i musicisti, anche se forse Eggert risulta appena troppo legnoso nell’esecuzione, a differenza di Horns che accompagna alla perfezione il bellissimo solo di Hesslein dalla prima parte jazzata e tipicamente hard rock nella seconda. Gran pezzo, tra i migliori del disco. Ci avviamo alla fine e Brothers Without a Name mantiene la tensione altissima, richiamando ancora una volta gli Uriah Heep nel refrain e confermando l’assoluta qualità del songwriting di questo Too Late to Hate. Il disco si chiude con un breve spezzone dal vivo, nel quale è soprattutto Lawton a tenere la scena, con una versione acustica di When You’re Gone di un minuto, con la quale si concludeva evidentemente il concerto, lasciando posto agli applausi e ai saluti finali classici da concerto.

Cosa attendersi quindi da tre attempati volponi che assieme non realizzano un album da oltre vent’anni? Forse la risposta è anche quella più ovvia: un album di hard rock vecchia maniera, un po’ retrò nella composizione, ma sempre capace di assestare la zampata vincente e carico di qualche brano capace di fare davvero la differenza, di quelli che giustificano un ritorno e ti fanno venire la nostalgia per quello che avrebbe potuto essere se fossero usciti al momento giusto. Salvo poi rendersi conto che il momento giusto è inevitabilmente questo. Così se nel mezzo troviamo qualche suono di tastiera assolutamente demodé e ormai fuori dal tempo, non resta che accettarlo come inevitabile, tutto sommato confortevole e a suo modo piacevole, una volta entrati nella logica. Musicalmente la band ci sa davvero fare, Lawton e Hesslein sono due fuoriclasse e lo dimostrano in lungo e largo. La qualità dei brani come detto è davvero buona, spesso ottima e sorprende che ci siano voluti più di vent’anni per sentire nuovamente un disco di inediti da questi “ragazzi” che pure sembrano non aver mai staccato il jack dall’impianto, tanta è la qualità e la coesione dell’ensemble. Attendersi un capolavoro era forse troppo, ma difficilmente ci si potrà dire delusi da Too Late to Hate, a meno di pretendere un Lucifer's Friend parte seconda: cosa che sembrerebbe assolutamente fuori luogo, tanto per motivi anagrafici, quanto considerando il resto della carriera dei Lucifer's Friend. I ragazzi di Amburgo sono tornati con un ottimo album e questa è già una splendida notizia.



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
57 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2016
Cherry Red Records
Hard Rock
Tracklist
1. Demolition Man
2. Jokers & Fools
3. When Children Cry
4. Straight for the Heart
5. Tell Me Why
6. Don't Talk to Strangers
7. I Will Be There
8. This Time
9. Tears
10. Sea of Promises
11. Brothers Without a Name
12. When You're Gone (Live)
Line Up
John Lawton (Voce)
Peter Hesslein (Chitarra)
Jogi Wichmann (Tastiera, Piano, Sintetizzatore)
Dieter Horns (Basso)
Stephan Eggert (Batteria)
 
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