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Clouds - Departe
12/01/2017
( 1382 letture )
Gran dispiego di mezzi, effetti speciali a profusione e un cast da urlo… bastano questi pochi elementi a identificare immediatamente i kolossal di matrice hollywoodiana, così come, del resto, a scatenare puntuali scie di polemiche sulla qualità di lavori destinati mediamente a sbancare i botteghini più che a mandare in estasi gli amanti del cinema o del teatro d’autore. Sulla stessa linea interpretativa, anche lo sport ha fornito il suo contributo di saggezza, ricordando a tutti che le squadre vincenti non sono solo bel gioco teorico figlio di una somma algebrica di fuoriclasse, ma piuttosto un amalgama di componenti armonicamente assemblate, in modo da far risaltare le doti dei solisti all’interno di quella che diventa col tempo un’orchestra. Ma, se si vuole trovare il campo di applicazione (e verifica) per antonomasia di simili teorie, è forse la musica a offrire gli esempi più lampanti, laddove i supergruppi figli di collaborazioni più o meno estemporanee e “avventizie” hanno calcato la scena praticamente di tutti i generi e in tutte le epoche pentagrammatiche, lasciando non di rado una sensazione di pura operazione commerciale o di non sufficientemente curata armonizzazione degli spiriti creativi.

È dunque con una discreta circospezione che, nel 2014, il cielo doom ha assistito al debutto dei Clouds, progetto di respiro internazionale figlio di una line-up che definire di tutto rispetto rischiava di essere riduttivo, tenuto conto della monumentalità dei nomi coinvolti. Nati per volontà e spinta del poliedrico Daniel Neagoe (storico vocalist degli Eye of Solitude ma probabilmente più noto per il recente approdo alle pelli di Shape of Despair e Pantheist), i Clouds hanno raccolto all’ombra di un unico moniker il meglio della doom aristocrazia disseminata in tutta Europa, dalle Far Oer di Jón Aldará (singer di quegli Hamferð che in Vilst er síðsta Fet ed Evst hanno fatto magnificamente respirare spirito e tradizione di un arcipelago peraltro biograficamente vicinissimo alla redazione di Metallized), alla Finlandia di Jarno Salomaa (tra i padri fondatori degli Shape of Despair), passando per il Belgio di Déhà e Kostas Panagiotou (coi nomi di Pantheist e Landskap a splendere, nel suo curriculum), senza dimenticare una serie di camei con la partecipazione di artisti dai nomi altrettanto altisonanti. Una carrellata di campionissimi, dunque, riunita a cenacolo col dichiarato intento di comporre musica doom per i defunti, in una sorta di parallelo con quello che la tradizione letteraria latina identificava con l’”epicedio”, componimento dai tratti in cui la delicatezza della malinconia si stendeva come velo medicamentoso sulla ferita di chi aveva subito una perdita.
Di fronte a un piano di volo così delineato, la classe dei protagonisti non è mai stata ovviamente in discussione, ma già il debut di due anni fa, Doliu, aveva evidenziato, insieme a sprazzi degni dello spessore degli interpreti, alcuni elementi di debolezza complessiva dell’impianto, come se il punto d’incontro per l’intreccio delle diverse esperienze si fosse giocato, per così dire, al ribasso, offrendo una resa in diversi passaggi più di mestiere che davvero “sentimentalmente” incisiva.

E quel quadro generale, indissolubilmente segnato dalla coabitazione di luci ed ombre, non muta nemmeno con questo Departe, consegnando agli amanti del genere una band ancora con qualche incertezza di troppo, ma che riesce del pari a sfuggire alle insidie dell’anonimato grazie a una statura individualmente fuori dal comune. Ad andare in scena è così anche stavolta un doom oltremodo atmosferico, dilatato e rarefatto, contrassegnato da tinte pastello che rarissimamente entrano in contatto e stimolano gli abissi dell'anima, preferendo la malinconica tavolozza dei grigi ai contrasti cromatici. Alla base della narrazione c'è sicuramente la scuola doom scandinava, con tutto il suo portato di strutture disposte circolarmente ad assediare l'ascoltatore, ma l'assenza degli affondo di scuola Saturnus (i micidiali assoli di Rune Stiassny nell'ultimo Saturn in Ascension, tanto per fare un esempio) avvicina l'esito piuttosto alle dissolvenze di marca Shape of Despair, che, se da un lato erano forse inevitabili, visti i nomi in line up, dall'altro rischiano pericolose derive verso un retrogusto da side-b e clonazioni di nobili modelli.
Alla tenuta complessiva dell'insieme sul versante della tensione non giova oltretutto la durata dei brani (che varcano tutti la soglia dei dieci minuti con l'unica eccezione di Migration) e una funzione (eufemisticamente) ancillare riservata alle sei corde, confinate sullo sfondo a vantaggio dei tappeti di tastiere e delle incursioni del pianoforte. Non manca invece il bersaglio, sull'altro piatto della bilancia, la prova vocale complessiva, sia che al microfono si cimenti Neagoe col suo growl cavernoso e profondo, sia che trionfi il clean dalle spiccate attitudini orchestrali sfoggiato da Aldará, sia che, nell'unicum rappresentato da Driftwood, i Nostri facciano ricorso all'ugola di Pim Blankenstein, altro nume tutelare del genere alla guida dei suoi Officium Triste e già comparso nel predecessore Doliu.

In poche note, l’opener How Can I Be There chiarisce la cifra stilistica complessiva dell’intero platter, con la componente atmosferica a dettare l’agenda e con la parallela rinuncia a uno sviluppo drammatico del pezzo, che rimane così ancorato a una sorta di dimensione puramente fotografica. Certo, l’ambito funebre elegiacamente declinato in cui i Clouds hanno scelto di cimentarsi non prevede, per così dire, geneticamente, uno sviluppo di trame e narrazioni, ma alla fine non è facile mantenere alta la soglia di attenzione di fronte a una nenia ripetitivamente dipanata e si fa concreto il rischio di una discreta cerebralità che sconfina pericolosamente nella freddezza. Va un po’ meglio con la successiva Migration, complice la linea vocale di Aldará che fa da controcanto al growl generando una faglia in tensione che oscilla tra cantilena malata e spettralità, mentre un pianoforte a rintocco si presenta più che opportuno a trattenere il respiro prima dell’esplosione finale. Più incerto l’esito di In the Ocean of My Tears, aperta da un lungo intro che adombra antiche cerimonie celtiche e impreziosita dal cantato di Natalie Koskinen, altra costola degli Shape of Despair prestata alla bisogna e con un ruolo da protagonista ben oltre gli standard medi di utilizzo nella casa madre (l’ultimo Monotony Fields, per intenderci).
È ancora un doom dolciastro, dalle più che vaghe movenze alcestiane (a cominciare da una batteria in cui davvero sembra di sentire all’opera Jean Deflandre “Winterhalter”), quello che ci accoglie in In All This Dark, mentre qualche spunto teatralmente più vivo anima Driftwood, tra un buon inizio in duetto voce/pianoforte, un corpo centrale dai delicati riflessi gothic e un finale dove qualche muscolo comincia a tendersi e a sprigionare energia. Il meglio, però, i Clouds lo hanno riservato per l’ultimo atto, grazie alla splendida I Gave My Heart Away; growl e tastiere sono ancora sugli scudi e l’effetto litania è sempre il cuore pulsante del brano, ma stavolta la chitarra rivendica un ruolo di primo piano e regala finalmente un assolo che strappa applausi, considerato che piomba sulla scena debitamente annunciato dall’incursione dell’ultimo ospite in cartellone, Shaun Macgowan, signore dei violini in casa My Dying Bride.

Un passo avanti rispetto al debut, un utilizzo più mirato dell’arsenale potenzialmente sconfinato a disposizione di questi autentici giganti del doom, una prova in cui si riesce a vedere qualcosa di più di un’asetticamente ordinata fila di cipressi disposti a corona di un’ispirazione sepolcrale, Departe è un album che non si lascia del tutto alle spalle i difetti del passato ma che imbarca pregi in più che sufficiente quantità. Se sapranno armonizzare ulteriormente contributi individuali già qualitativamente ragguardevoli e migliorare la resa emozionale, è difficile immaginare colonne d’Ercole invalicabili, per i Clouds.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
88.6 su 5 voti [ VOTA]
TheMask
Mercoledì 14 Giugno 2017, 22.17.28
4
Disco intenso ed emozionante. Migration vale da sola il cosiddetto "prezzo del biglietto". Sono d'accordo anch'io nel dare un voto ben piu' alto.
d.r.i.
Venerdì 10 Marzo 2017, 14.31.40
3
Disco ottimo, forse inferiore al primo ma ha l'atmosfera giusta e mi sorprende sempre. 85 almeno!
Canyon
Lunedì 16 Gennaio 2017, 16.07.11
2
Ascoltato più volte on the road: concordo con qualche caduta di tono, ma anche per me un disco che merita, con spiragli di profonda atmosfera... Pur apprezzando la recensione, stimolante come sempre, propongo anch'io un voto più generoso...
Slow
Venerdì 13 Gennaio 2017, 17.24.26
1
Disco intensissimo, una delle poche perle funeral dell'anno. Per me non può andare sotto l'80
INFORMAZIONI
2016
Autoprodotto
Doom
Tracklist
1. How Can I Be There
2. Migration
3. In the Ocean of My Tears
4. In All This Dark
5. Driftwood
6. I Gave My Heart Away
Line Up
Daniel Neagoe (Voce, Chitarra)
Jón Aldará (Voce)
Jarno Salomaa (Chitarra)
Déhà (Chitarra, Basso)
Kostas Panagiotou (Tastiere)

Musicisti Ospiti

Natalie Koskinen (Voce in traccia 3)
Pim Blankenstein (Voce in
traccia 5)
Mark Antoniades (Chitarra)
Shaun Macgowan (Violino)
 
RECENSIONI
 
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