Privacy Policy
 
IN EVIDENZA
Album

Ulcerate
Stare Into Death And Be Still
Demo

Stone Rebel
Spirits on the Sky
CERCA
ULTIMI COMMENTI
FORUM
ARTICOLI
RECENSIONI
NOTIZIE
DISCHI IN USCITA

23/10/20
JAKKO M JAKSZYK
Secrets & Lies

23/10/20
MORS PRINCIPIUM EST
Seven

23/10/20
OVTRENOIR
Fields of Fire

23/10/20
LEAVES` EYES
The Last Viking

23/10/20
ARMORED SAINT
Punching the Sky

23/10/20
ZEAL & ARDOR
Wake of a Nation

23/10/20
MORK GRYNING
Hinsides Vrede

23/10/20
DEHUMAN REIGN
Descending upon the Oblivious

23/10/20
CEREMONIAL BLOODBATH
The Tides of Blood

23/10/20
DEMONICAL
World Domination

CONCERTI

20/10/20
STEF BURNS LEAGUE
BRAVO CAFFE' - BOLOGNA

22/10/20
STEF BURNS LEAGUE
KILL JOY - ROMA

24/10/20
NERO DI MARTE + GUESTS
CS BOCCIODROMO - VICENZA

24/10/20
OTTONE PESANTE
SECRET SHOW - GENOVA

25/10/20
DEATH THE SUNDAY FEST
CIRCOLO ARCI MU - PARMA

30/10/20
ULVEDHARR + GUESTS
DRUSO - RANICA (BG)

30/10/20
OTTONE PESANTE
INK CLUB - BERGAMO

30/10/20
HELLUCINATION + NEBULAE
TRAFFIC CLUB - ROMA

31/10/20
DEATHLESS LEGACY + DAMNATION GALLERY
CRAZY BULL CAFE' - GENOVA

31/10/20
OTTONE PESANTE
IL CASTELLO - PARMA

Montrose - Montrose
21/01/2017
( 2069 letture )
Per una strana lettura della storia della musica contemporanea, è ormai invalsa nell’opinione comune che la Gran Bretagna sia stata la Patria vera del rock duro e che tutte le altre nazioni siano arrivate di rincorsa a tentare una inutile e squilibrata contesa con la "perfida Albione". Una lettura questa che ridimensiona in maniera ridicola quella che è la Patria di quasi tutta la musica del ‘900, ovverosia gli Stati Uniti. Non dimentichiamo infatti che blues, jazz e rock’n’roll nascono dall’altra sponda dell’Oceano Atlantico e che fino alla "British Invasion" degli anni ’60 il dominio a stelle e strisce era totale. Ma anche in seguito all’esplosione dei blockbuster Beatles, Rolling Stones, The Who, etc. non si potrà certo dire che gli Stati Uniti siano rimasti a guardare dando i natali alla scena psichedelica, al folk nella sua versione acustica e rock, al southern rock e, tanto per dirne una, Woodstock non si è certo tenuto in Inghilterra, e Jimi Hendrix non era davvero nato a Stratford-Upon-Avon. Lo stesso dicasi degli anni ’70, con il quartetto Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath e Uriah Heep, seguiti da decine di altre band (tipo Queen, Thin Lizzy, Humble Pie e Judas Priest) e dalla mastodontica scena prog, che trovarono ben più di un contendente negli Stati Uniti, e basti qui citare Blue Cheer, Aerosmith, Mountain, Alice Cooper, Grand Funk Railroad, Blue Oyster Cult, Kiss, ZZ Top, Stooges, Ramones, New York Dolls, Eagles, Fleetwood Mac, Creedance Clearwater Revival e via discorrendo. Nessuno per questo vorrà togliere alla Gran Bretagna il ruolo enorme avuto in questo scenario, ma un maggior equilibrio sarebbe d'uopo al fine poi di non sottovalutare la portata di dischi che hanno avuto forse un successo minore dal nostro lato dell’Oceano, ma che restano fondamentali per lo sviluppo e la canonizzazione dell’hard rock e dell’heavy metal, come i dischi di Ted Nugent, dei Boston e il qui presente debutto dei Montrose, dimenticata ma splendida e intoccata perla assoluta del genere.

La band nasce nei primissimi anni Settanta, nel momento in cui due famosi session men, Ronnie Montrose (Van Morrison, Herbie Hancock, Boz Scaggs e altri nel suo curriculum dell’epoca) e Bill Church, decideranno di formare una loro propria band. Conosciutisi già nel 1969, i due fonderanno i Sawbuck che produrranno un omonimo debutto nello stesso anno, salvo poi sciogliersi quando Montrose entrerà nella band di Van Morrison per Tupelo Honey. Si ritroveranno entrambi nella band di Edgar Winter, col quale pubblicarono il celeberrimo They Only Come Out at Night, decidendo poi di proseguire assieme, riprendendo il percorso interrotto. I due reclutarono al proprio fianco un batterista destinato a diventare una vera e propria istituzione dello strumento come Denny Carmassi e un cantante/chitarrista, all’epoca ancora giovanissimo e sconosciuto, ma che avrebbe presto conosciuto la fama mondiale sia come solista che all’interno di un’altra piccola band statunitense, i Van Halen: parliamo ovviamente di Sammy Hagar, il "Red Rocker". Che la storia dei Montrose sia strettamente collegata a quella dei due fratelli olandesi, lo dimostra anche il fatto che il produttore di questo album di debutto sarà lo stesso Ted Templeman che di lì a poco sarebbe diventato il multimilionario "scopritore" dei Van Halen. Anche lui coinvolto nella realizzazione del successo di Edgar Winter, il produttore non ebbe difficoltà a trovare per i due musicisti un prestigioso contratto con la Warner Bros., aprendo le porte a quello che sarebbe stato un debutto leggendario.
Al di là dell’enorme valore delle composizioni qua contenute, Montrose si segnala per essere un vero e proprio banco di prova per i talenti dei musicisti coinvolti, che daranno qui dimostrazione di essere per certi versi perfino avanti rispetto all’anno di uscita del disco. Montrose è infatti un chitarrista dotato di una tecnica ottima e non temeva di sperimentare sonorità e riffing peculiari, che danno all’album caratteristiche piuttosto moderne per l’epoca e lo rendono a tutt’oggi assolutamente piacevole e appena datato, ma così dannatamente anticipatore di quello che sarà l’hard rock successivo, da risultare ancora fresco e coinvolgente. La produzione di Templeman è esemplare in questo senso e non c’è da stupirsi se da questo lavoro il produttore abbia tratto tutto quello che c’era da sapere per lanciare poi il gruppo hard rock definitivo dei Van Halen. E’ così evidente nelle sonorità di Montrose tutto quello che sarà portato a compimento poi nel debutto dei Van Halen, che a molti apparirà fin troppo chiaro perché poi Hagar (qui autore, assieme a Montrose e come singolo, di tutti i brani) diventerà l’unico possibile sostituto per David Lee Roth. Il cantante è in questa prova se vogliamo ancora acerbo, tanto nell’ugola, quanto nel bagaglio espressivo, eppure risulta un meraviglioso emulo di quel Paul Rodgers che ha insegnato a quasi tutti i cantanti bianchi dell’epoca cosa significasse interpretare il blues in chiave rock senza essere nati nel Mississippi o a Chicago, nei quartieri "neri". L’evidente estensione di Hagar, il calore del suo tono graffiato eppure di spessore, l’eleganza del timbro, sono ancora in formazione, ma assolutamente già capaci di mettere un marchio a fuoco indelebile sulla sua prestazione.

L’album, come usava all’epoca, si compone di appena otto brani, per una durata complessiva di trentadue minuti; ma sono trentadue minuti da leggenda. Rock the Nation apre il disco con un riff che è già perfetto compendio dell’hard rock settantiano, sul quale Hagar si arrampica da par suo e Carmassi mette in chiaro che in tema di dinamica e potenza non teme nessuno. Il tiro e il groove del pezzo sono devastanti e le soluzioni ritmiche di Montrose faranno scuola e saranno riprese da molti, a partire proprio dai Boston. Il suono utilizzato dal chitarrista, che utilizza il celeberrimo distorsore Big Muff, risentono ancora in fase solistica dell’impostazione usata nell’album di Edgar Winter e non sarà difficile infatti riconoscere il tocco del chitarrista riascoltando l’anthem Free Ride. Bad Motor Scooter con la chitarra che simula tramite la leva il suono del motore del mezzo, è un archetipo assoluto, copiato e ricopiato da decine di band successive e resta uno dei brani più dirompenti e trascinanti del decennio e non solo e Montrose non si accontenta della ritmica, sugellando con un assolo splendido il brano. Sarà difficile dimenticare il refrain una volta ascoltato, mentre ancora la sezione ritmica di Church e Carmassi fa letteralmente sfracelli. A chiudere un trittico iniziale pauroso, arriva forse il brano più importante del disco, quella Space Station #5 che è in tutto e per tutto un capolavoro assoluto, nonché uno dei brani più importanti e fondamentali per lo sviluppo successivo dell’heavy metal ottantiano. Introdotto da una rumoristica psichedelica di chiara derivazione hendrixiana, con tanto di arpeggio che rimanda perfino ai fondamentali Captain Beyond, arriva un riff scolpito nella roccia, arrembante e tagliente come solo quelli dei Judas Priest sapranno essere anni dopo. Ancora una volta Hagar è costretto a fronteggiare la colata lavica creando una linea melodica quasi perfetta e nell’intermezzo psichedelico ammalia col suo tono più melodico, mentre Church non si dà pace col basso e Montrose tesse una tela sottile che non lascia scampo. L’accelerazione finale, che simula lo strappo del tape è un altro classico della registrazione da studio. Se le prime tre canzoni hanno scavato un solco fino a guadagnarsi un meritato status leggendario, come sfuggire all’insinuante riffing di I Don’t Want, brano accattivante ed irresistibile, ancora una volta testimonianza dell’irruenza con la quale il quartetto affronta la materia e al tempo stesso della modernità delle soluzioni prescelte su un classico giro rock, con tanto di doppiature armonizzate nel solo. La seconda parte del disco si apre con Good Rockin’ Night, rock’n’roll sparato a mille, nel quale la sezione ritmica spinge clamorosamente avanti il brano, mentre Hagar tiene il pubblico con tanto di mani battute a tenere il tempo e Montrose scatena una serie di assolo da paura. Arriviamo così ad un altro dei brani che hanno fatto storia contenuti in Montrose: col suo andamento sensuale e arrogante, sfrontato come pochi, Rock Candy è un classico istantaneo, palestra con la sua linea melodica per tutti i cantanti hard rock successivi (non è un caso che così si chiamasse la cover band di Vince Neil pre-Motley Crue e che le due parole siano usate praticamente in decine di canzoni successive), come per chitarristi alla ricerca di soluzioni ritmiche e solistiche per brani di impronta blues, che abbiano però un approccio moderno e crescendo tipicamente rock. Altro brano di impostazione blues rock con One Thing on My Mind, canzone che piacerà senza dubbio ai Queen, ai Boston e a tante altre band. Chiude Make It Last, col suo riff spezzato di casa e l’ormai consueto gran lavoro di tutta la band, ad esaltare il cantato di un Hagar già padrone di casa e mai così vicino al modello Rodgers, in un brano che in effetti sembra davvero provenire dal repertorio dei Free.

Esordio epocale questo Montrose, cardine indimenticabile di una evoluzione che in pochi anni trasformerà per sempre l’hard rock rendendolo genere a sé stante e base per la successiva evoluzione dell’heavy metal. Come capita spesso, album destinati a diventare dei classici assoluti non saranno immediatamente recepiti dal grande pubblico, diventando invece libro di testo per le successive generazioni di musicisti. Montrose raggiunse infatti una modesta posizione 133 della classifica Billboard, continuando però a vendere costantemente nel tempo, fino al raggiungimento del disco di platino con il milione di copie. Pietra angolare di un modo apertamente statunitense di interpretare il genere, Montrose sarà in realtà influente anche sulla scena inglese, tanto che gli Iron Maiden tributeranno a Space Station #5 una bella versione, pubblicata come lato B del singolo di Be Quick or Be Dead, a conferma di come il dialogo tra le due sponde dell’Oceano fosse fitto e mutuamente intersecato. Montrose e compagni subiranno in effetti una sorta di disinteresse da parte della casa discografica, che avendo altre band del genere nel proprio roster, non ritenne di investire nella promozione del disco. Fortunatamente, il valore della musica qua contenuta, quanto il talento di questa splendida line up, sapranno rendere giustizia a Montrose, fino a renderlo un album imprescindibile e fondamentale per la successiva evoluzione del genere (per quello che valgono simili classifiche, al numero 4 della classifica di Kerrang! tra i migliori album heavy di tutti i tempi nel 1989). Se vogliamo, l’unica cosa che forse manca a questo debutto è una ballad leggendaria, tipo di brano del tutto ignorato in questi solchi. Per molti, questo sarebbe in effetti un ulteriore pregio. Tornate a riscoprire questo disco, è un favore che fate a voi stessi, non certo a musicisti che non hanno bisogno di aggiungere gloria a quella già conquistata e loro tributata da generazioni di musicisti e fan.



VOTO RECENSORE
94
VOTO LETTORI
85.66 su 6 voti [ VOTA]
Samoan
Domenica 18 Ottobre 2020, 19.26.29
21
Che disco signori, che disco....
cowboy big 80
Martedì 21 Gennaio 2020, 17.49.19
20
Van Gogh e' una tua interpretazione sui Montrose, ma non e' del tutto vera, al limite due leaders che non sono mai andati d'accordo, quando e se arriveranno gli altri Montrose, con un cantante differente, ti diro' la mia. Intanto la Rock Candy e' un restyling rock di tutto rispetto, un caso? Non credo una grande penna rock di Kerrang!
Van Gogh
Martedì 21 Gennaio 2020, 17.13.31
19
Album spettacolare, peccato che da vivo si sentisse molto la mancanza dell'altra chitarra. Quel cazzone di Montrose non permetteva a S. Hagar di suonarla, dato che ne era capace e così tutto il gruppo si sfasciò. L'egocentrismo è una brutta bestia nella musica.
Area
Martedì 2 Aprile 2019, 12.36.35
18
Mamma mia che bello sto disco!!! Uno dei classici del Rock Americano degli anni 70 e tra gli ispiratori di quel sound Glam/Hair che andrà tanto di moda negli USA 10 anni dopo. Veramente complimenti per la recensione e per le gustose citazioni di mostri sacri americani come Bozz Scaggs, Grandfunk Railroad e ZZ Top. Qualcuno recensisca anche gli album dei Cheap Trick!!
GRC
Domenica 10 Febbraio 2019, 5.55.53
17
In campo Hard Rock, la band che fa pendere l'ago della bilancia verso l'Inghilterra sono i Led Zeppelin, prima vera band Hard della storia, pur non inventando nulla di nuovo in campo Rock/Blues, gruppi come Who, Stones, Blue Cheer, Hendrix , Cream o Free, tanto per citarne alcune, da anni suonavano Proto Hard, Page e Co. furono i primi a trovare la formula definitiva dell' Hard Rock, dopo il seminale, capolavoro, Led Zeppelin I sia in Inghilterra che negli States non fu nulla come prima.
jaw
Martedì 5 Dicembre 2017, 9.37.15
16
Secondo me il disco e' da 100 per importanza storica ed intrinseca, se poi si cerca sofisticazioni varie rivolgersi altrove. E' chiaro che persino i Van Halen hanno attinto. E' inutile girarci attorno: e' chiaro che gli heavies degli '80 fossero anche attenti ai '70, quelli nei '90 agli '80. Quelli del 2000 non saprei
Lemmy
Domenica 22 Gennaio 2017, 14.11.31
15
Enon solo anche Blakie Lawless disse che questo album ha inciso profondamente nel suo modo di comporre, era innnamorato pazzo di questo disco.
Lemmy
Domenica 22 Gennaio 2017, 14.01.34
14
@Gianmarco, è un lapsus, spesso scrivo commenti con molta stanchezza addosso, ti sarai accorto da solo che la canzone da me citata è la traccia 4 del disco in questione I Don't Want It, ripresa da super spudorato scopiazzo pedissequo dai Saxon nella loro traccia Redline dell'album Power & The Glory , provare auricolarmente per credere.
Lemmy
Domenica 22 Gennaio 2017, 13.52.23
13
@Rob, ovviamente non intendeva in toto, ma solo l'influsso che ha esercitato su una parte della concezione sonora di Nugent, disse che lo aiutò a migliorare ed evolvere nel suo modo di suonare e comporre.
Rob Fleming
Domenica 22 Gennaio 2017, 13.24.53
12
@Lemmy: scusami, ma il passaggio relativo a Ted Nugent non credo sia corretto. Ted Nugent suonava già professionista a metà degli anni '60 con gli Amboy Dukes. Non credo che Ronnie Montrose, pur suo coetaneo, possa aver anticipato il modus operandi di Nugent. I riferimenti di quest'ultimo a Montrose sono contenuti in una intervista del 1987 in cui gli viene chiesto un parere su vari chitarristi. E ovviamente parla bene di Montrose affermando che era uno dei migliori, famoso per essere scomparso negando al mondo il suo immenso talento. Per inciso nella medesima intervista Nugent riferiva che il suo chitarrista preferito è Billy Gibbons, Gary Moore quello col più ampio range di stili e Van Halen colui senza il quale...Poi, è chiaro, se mi sbaglio e hai trovato altri commenti dell'uno sull'altro ne prendo atto.
gianmarco
Domenica 22 Gennaio 2017, 12.16.26
11
trovato Lemmy .
gianmarco
Domenica 22 Gennaio 2017, 12.14.23
10
ciao Lemmy che canzone è i don't it ? di chi è l'album redline ?
marmar
Sabato 21 Gennaio 2017, 23.39.48
9
Album bellissimo, giustamente ormai leggenda.
Andrew Lloyd
Sabato 21 Gennaio 2017, 21.14.49
8
Una miriade di gruppi hanno attinto a piene mani da questo disco. Seminale come pochi. Il voto ci sta tutto.
Lemmy
Sabato 21 Gennaio 2017, 20.25.02
7
Devo ringraziare Lizard per aver rispolverato questa luccicante gemma, e per la bella rece.Album semplicemente ammirevole, un lavoro che trasuda rock peso da tutti i pori, un indurimento di sound di un certo spessore, un rock heavy da sballo anche per gli stadard di quel tempo, un plauso particolare poi va al compianto Ronnie Montrose, che come spesso accade ci si ricorda solo tardivamente, ebbe infatti tardi un grammy in memoriam, un artista capace di essere al contempo piuma e pugno duro, dotato di autonomia creatrice, di un solido senso ritmico e di un tocco personale originale, c'è chi ha definito il suo stile chitarra pistolera, chi il winchester rock, chi il Jeff Beck californiano, ma soprattutto anticipo' , senza dubbio un'ascia apripista nella fitta boscaglia del rock,con il suo particolare riffing e tocco solistico il tocco ed il modus operandi di Ted Nugent (per sua stessa ammissione) prima e dei mitici Saxon poi, infatti basta ascoltare il riff I Don't It in Redline, scopiazzato, incluso nell'Album Power & The Glory per rendersene conto, per quanto riguarda il qui giovane ed energico Sammy Hagar ogni commento è superfuo, che qui sfodera un prestazione suberba , praticamente una simbiosi perfetta con il riffing di Ronnie.Gruppo sfortunata per la musica offerta allora, piena di ardimentoso coraggio, che creò quasi una sorta di spartiaque sonoro tra vecchio e nuovo modo di concepire la musica, basti pensare alla trovata a sorpresa dell novità di sound chitarristico, una delle prime chitarre onomatopeiche della storia del rock, ce ne si accorge per es. come esperimento sonoro interesante in Bad Motor Scooter dove Ronnie cerca di riprodurre il suono del motore di motocicletta con la sua 6 corde, o in Soce Station dove invece tenta proiettandosi nel futuro, di immaginare il suono di una ipotetica aeronave spaziale.Avrebbero meritato agli esordi maggior fortuna, un album bellissimo e ottimamente prodotto che coniuga durezza e asprezza, ma anche tecnica ed eleganza nello stile, ne parlarono bene in molti, anche Mustaine nella sua autobiografia dice che lo adorava, e lo tiene come una reliquia in casa, e poi la stima e i riconoscimenti di Ted Nugent, Van Halen, Angus Young, Iron Maiden ecc ecc., non solo a parole ma per alcuni di essi anche attraverso cover di loro canzoni.Album Maiuscolo , un lavoro egregio, un cult, un rock da avere, questa musica non ha tempo, non morirà mai.W il rock.
galilee
Sabato 21 Gennaio 2017, 19.39.55
6
Gran bel dischetto. Voto un pò alto secondo me. Peccato che la band sia sfumata in pochi dischi.
Zess
Sabato 21 Gennaio 2017, 19.24.05
5
Discone.
Luca 1898
Sabato 21 Gennaio 2017, 16.11.26
4
Gran bel disco, lo ascolto sempre volentieri! Bad Motor Scooter sopra a tutto! 75
InvictuSteele
Sabato 21 Gennaio 2017, 16.05.18
3
Un disco famosissimo e importante ma secondo me sopravvalutato allo sfinimento. Per me resta un ottimo album hard rock, ma dello stesso periodo ne preferisco molti molti altri. Voto alto comunque: 80
Rob Fleming
Sabato 21 Gennaio 2017, 13.20.03
2
Meno blasonato (di sicuro meno fortunato) di tanti album di successo venuti dopo, eppure importantissimo al punto da poter arrivare a chiedersi cosa sarebbero stati quei gruppi citati in recensione senza Montrose (album e chitarrista). Bella recensione che rende giustizia a Paul Rodgers di cui Sammy Hagar (altro cantante che alla fin fine vien sempre citato poco per le sue qualità canore) è credibilissimo emulo in Make it last che sembra uscire da un album dei Bad Company. E che dire di I don't want it che anticipa di dieci anni quello che sarà il rock statunitense delle vendite milionarie? 80
LAMBRUSCORE
Sabato 21 Gennaio 2017, 12.28.37
1
Qualche riff rubato ai Led Zep, un po' di rock / blues, bel disco, da riscoprire, non ascoltavo Montrose da anni..
INFORMAZIONI
1973
Warner Bros. Records
Hard Rock
Tracklist
1. Rock the Nation
2. Bad Motor Scooter
3. Space Station #5
4. I Don't Want It
5. Good Rockin' Tonight
6. Rock Candy
7. One Thing on My Mind
8. Make It Last
Line Up
Sammy Hagar (Voce)
Ronnie Montrose (Chitarra)
Bill Church (Basso)
Denny Carmassi (Batteria)
 
RECENSIONI
 
[RSS Valido] Creative Commons License [CSS Valido]