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Shadows Fall - The Art of Balance
04/02/2017
( 804 letture )
Quando si parla di NWOAHM non si può non parlare del combo bostoniano. Una band che, nel vecchio continente, non ha di certo ricevuto l'attenzione meritata. Una band partita da radici umili, con pochi mezzi, e arrivata al top della scena a metà degli anni 2000 con una serie di album azzeccati, brillanti e variegati. Qualità prima di quantità, prima che il tempo sfaldasse il tutto con il suo fardello economico, i problemi di vendite, di gestione, di tour. Il tempo uccide, il tempo è un bilanciamento assai complesso. Un'arte, potremmo dire.

Proprio al concetto sopracitato ci colleghiamo per partire in quarta con questa perla del metal americano. Guardo la data (2002) e non ci credo: per un istante, cristallizzato davanti ai miei occhi, non riesco a pensare che possano essere passati 15 anni. È forse un discorso ''anziano'' il mio. Un concetto da classica diarrea verbale, che coinvolge vecchio e nuovo e ti fa sentire un po' fuori luogo, passato. Uno sguardo indietro e vengo travolto da una marea di album, di suoni, di sensazioni, di band, di trend ma -soprattutto- da un'ondata heavy metal a stelle e strisce. Il recupero armonico, le doppie chitarre, le melodie. Il tutto frullato e compattato in una Panic Room dall'alto tasso thrash, con spruzzate e topping svedese. Le basi del metalcore, insomma. Ma la ricerca non finisce qui, e si spinge oltre il classico ''già sentito'', spingendo il piede sull'acceleratore emotivo della potenza degli strumenti, la classe e la rabbia. Gli Shadows Fall sono forse la band più meritevole dell'intera scena ma, nel contempo, sono una band relativamente di nicchia, tutta da scoprire e da seguire. Quello che analizziamo oggi è il terzo full-lenght e forse il più rappresentativo. Il tassello mancante che, proprio nel 2002, ha fatto spiccare il volo ai cinque talentuosi bostoniani. Per chi non lo sapesse, ora la band è in stato di fermo/hiatus, con le due menti principali a servire egregiamente leggende del thrash anni '80, con Jonathan Donais in forze agli Anthrax e Jason Bittner dietro il kit dei Toxik. Talenti smisurati, professori di musica, vincitori di awards e premi. Mente, spirito, creatività e trasporto. The Art of Balance è una giga-scheggia di 50 minuti. Un roboante fulmine a ciel sereno, che ci anticipa il contenuto frammentato sin dalla copertina, come sempre a cura di Mike D. (Killswitch Engage). La musica che sfonda le nostre casse e danneggia l'ambiente circostante è verve thrash in salsa moderna. Condimento extra-particellare a base di ritmi variegati, accelerazioni al fulmicotone, assoli dalla perizia stellare e drumming coloratissimo. Sulla punta dell'iceberg musicale mettiamo la prestazione multi-sfaccettata di Brian Fair, che si destreggia come un camaleonte al sole tra harsh vocals, growl e sfumature di clean davvero notevoli e gustose. Niente di banale, ma tutto nuovo e scintillante, soprattutto per l'epoca.

La partenza è da fuori classe, con la thrashy Idle Hands a stendere un tappeto rosso sangue. L'ascoltatore viene catapultato nel mondo degli Shadows Fall in un battibaleno, con la velocità ossessiva e i 3 primi e 34 secondi dell'opener, ruvida e in-your-face quanto basta per mettere le cose in chiaro. Ciò che spicca immediatamente, oltre alla qualità indubbia della musica in sé è senza dubbio la produzione (a cura di un ''certo'' Chris 'Zeuss' Harris), che ne esalta il sound senza saturarlo. Metal crudo, senza compressioni di sorta, con rullanti veri, vibranti e chitarre urlanti, mai dome. Il breve stacco di batteria anticipa un doppio-solo di Donais prima che la struttura classica del brano riprenda il suo corso, traghettandoci verso la groovy e arci-nota Thoughts Without Words, singolo apripista che definire trascinante sarebbe poco. Un circolare riff a supporto della strofa, mentre il ritornello si apre alla (bella) melodia di Fair e il bridge si concede un ritmico rallentamento sudista, tra Pantera e Down, prima di uno sferzante e lungo assolo dagli umori contrapposti. Ancora una volta, in un minutaggio non elevato, la band dà prova di grande coesione e senso compositivo. Uno dei pregi del platter in questione è sicuramente quello di auto-citarsi senza stancare mai (il finale nervoso, tipicamente HC di Thoughts Without Words verrà ripreso più in là nella altrettanto valida Idiot Box, ad esempio). Gli ShadowsFall si divertono a sfaccettare il loro suono girando attorno alle influenze di sempre: la storia dell'heavy metal passa attraverso le undici tracce dell'album, creando alti e bassi sonori e onde primitive, tradizione al servizio del tempo che scorre via, malvagio e mefistofelico. Non c'è tregua, e così la possente e Destroyer of Senses, più moderna nella sua struttura spezzata e secca, ci riporta sul commando, in prima linea. Clean e harsh vocals si alternano in un andirivieni sferragliante, eretto su chitarre spesse come la roccia, e in meno di tre minuti i giochi sono finiti e le luci spente. La strumentale Casting Shade ci accarezza con un arco sinfonico delizioso e malinconico, accompagnato da tastiere atmosferiche e rotonde: un flusso di pensieri che unisce il tema portante dell'album senza che ci si renda conto dello stacco. Il ponte è perfetto, e noi lo attraversiamo con un pizzico di curiosità in più, entusiasti di ciò che stiamo ascoltando, senza pregiudizi, senza paraorecchie e senza preclusioni. Ecco spuntare dal buio un monolite metallico dal peso notevole: è la strutturata e lunga Stepping Outside the Circle ad afferrarci la gola con i suoi riff ancora thrashy e tecnici, costantemente alternati a melodie, lead e fraseggi armonici. Il ritornello stempera la potenza con la buona performance di Fair e i contro-canti che profumano di Anthrax. Un vero gioiello, una composizione se vogliamo ''minore'', ma assolutamente godibile e ben calibrata. D'altronde, il vero focus dell'album è proprio quello del giusto bilanciamento tra le parti, ed ecco un melodico e semi-acustico bridge dominato prima dal basso (udibile e godibile) di Romanko, poi da una serie di assoli a profusione che, in crescendo, elevano la canzone a vette di notevole potenza metallica. Non ci stanchiamo mai e corriamo verso universi inesplorati. Altre volte vogliamo solo cullarci nel passato, al caldo della riconoscibilità. Al sicuro, tra le note della storia e della nostra musica preferita. Ma, fuori dal cerchio, troviamo l'arte che bilancia ogni cosa: la title-track si apre con un melodico giro di chitarra e da un breve assolo. Poi ancora arpeggi e atmosfere. Un gradevole incipit da power-ballad ci avvolge e porta alla mente i Metallica anche grazie anche alla graffiante melodia che Fair intesse durante le strofe. Un altro brano diverso, differente per natura, ma legatissimo al messaggio che l'album vuole esprimere. Un viaggio nel viaggio, tra piccole note graffianti, riff classic metal e melodie nordiche.

Un centro dopo l'altro, The Art of Balance ci consegna una band in stato di grazia, che ha il supporto dei media e soprattuto dei fans, della scena e dei colleghi. E mentre la devastante Mystery porta in superficie melodie maideniane, la successiva e anticipata The Idiot Box rimane uno dei migliori esempi di metal a stelle e strisce degli ultimi vent'anni. Un sunto sonoro che avvolge la traccia nella sua tradizionale struttura a strati, con accelerazioni, rallentamenti, break improvvisi e stop and go di pregevole fattura. La testa non smette mai di muoversi, così come i nostri piedi: è il momento dell'headbanging sfrenato, delle birre volanti e del mosh pit. Un delirio durante i live show, un brano fondamentale per il combo, che produce e riceve onde energetiche di livello Alpha, sprigionando rabbia da tutti i pori. Assistiamo a un gran connubio, fresco e ruvido, di heavy metal e hardcore qui, con un accento particolare sulla porzione solista, sempre a cura del fantasmagorico Jonathan Donais, supportato a dovere da tutta la formazione. Il breve codino nervoso richiama i pensieri di poco fa e ci trasporta velocemente alla stanza successiva, dove delicati suoni d'ambiente e altrettanto delicate chitarre classiche ci cullano nella loro magnifica apertura. Il secondo interludio (Prelude to Disaster) ci fa uscire allo scoperto sulla tre quarti, durante l'apertura solista e la sua epica chiusura. Ma anche questa volta, come è giusto che sia, siamo arrivati alla fine della corsa. Le conclusive tracce, rispettivamente A Fire in Babylon e la cover di Welcome to the Machine (Pink Floyd) ci comprimono in una stanza dei ricordi configurati dalla natura stessa della musica estrema. Il growl di Fair non convince appieno nella prima delle due tracce, ma la situazione viene abilmente risollevata dal pre-chorus in clean, tecnico e interpretato in modo egregio. Ancora una volta strutture non comuni, accelerazioni e cambi di tempo non facili. Death metal melodico elevato al quadrato, per un quadrante ritmico di qualità superiore. Oltre 7 minuti di sensazioni che vanno ad amplificare quello che abbiamo vissuto, ascoltato e sperimentato nei minuti antecedenti. Un possente mix che ci convince e esalta. Un mix vero e sincero, il concreto che avanza. La contrapposizione chitarristica prima del bridge è da ascoltare e riascoltare, prima che la melodica (e per nulla scontata) porzione strumentale ci smuova le budella regalando cascate di coriandoli rock. Citiamo ancora una volta la maestria chitarristica e il drumming di Jason Bittner, eclettico e potente. Un diesel del nuovo millennio. L'epilogo in up-tempo, con i suoi richiami power e il ritmo in levare fa vibrare un po' tutto: stanza, armadi, computer e tappeti, poi è tempo di tornare indietro nel 1975 con la retro-cover di Welcome to the Machine, insolita e azzeccata chiusura che cambia le carte in tavola ancora una volta. I suoni spaziali, i sintetizzatori, i piccoli rumori fanno da sfondo alla performance del combo, che non si sbilancia troppo evidenziando e marcando il riffing ossessivo e circolare che accompagna le melodie ricercate di questo grande capolavoro senza tempo. Un modo valido, coraggioso e convincente per chiudere degnamente un album dalla qualità elevatissima.

00:00. Ci accorgiamo che siamo oltre il tempo concessoci. Ma, si sa, i viaggi nel tempo richiedono un minimo di impegno e immersione. Il cielo è buio e l'inverno severo, le luci sono fioche e pallide nella notte dei richiami e dei rimandi. Come sempre, noi amiamo ripercorrere a ritroso, quando si può, le tappe del Nostro genere di riferimento. Non siamo mai stanchi e non ne abbiamo mai a basta, non ci fermiamo e insieme gridiamo, sbraitiamo e alziamo le corna al cielo mentre il diluvio non ci concede tregua, né pace. Che sia l'inizio di una lunga notte? Buon ascolto, non perdetevelo per nulla al mondo.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
89.8 su 5 voti [ VOTA]
jeffwaters
Martedì 7 Febbraio 2017, 18.10.14
6
Questo e The war Whitin sono due album stupendi, poi gruppo disperso nel nulla...
SgranG
Domenica 5 Febbraio 2017, 12.24.50
5
Disco grandioso e apice assoluto degli Shadows Fall,peccato che da Retribution abbiano fatto solo dischi di alti(pochi) e bassi e si siano persi per strada.Questo Art of Balance andrebbe sbattuto in faccia agli ignoranti che sostengono che il metalcore sia un genere da due soldi o che abbia copiato il numetal mettendoci degli assoli.Anzi su questo sito il metalcore è troppo sottovalutato,lo dimostra il fatto che oltre agli Shadows Fall mancano molte recensioni di ottimi gruppi quali August Burns Red, Unearth, God Forbid, Misery Signals, Single Bullet Theory,....
Jo-lunch
Domenica 5 Febbraio 2017, 11.32.19
4
Spiace che artisti così talentuosi siano fermi o al servizio di altri. Questo è un grande album che mette in rilievo le notevoli capacità di tutti i componenti della band. Grandi musicisti, chitarre suonate egregiamente, il tutto in maniera compatta e coesa. Oserei dire che, a parte qualche piccola sbavatura, si tratta di un album metalcore/trash/heavy quasi perfetto.
Michele
Sabato 4 Febbraio 2017, 17.35.24
3
Album spettacolare dove heavy, trash e metalcore si intrecciano in maniera straordinaria. Band super, produzione super, suoni e testi di alta caratura. Bello davvero, da non perdere per gli amanti del genere.
God of Emptiness
Sabato 4 Febbraio 2017, 14.48.16
2
Album bellissimo che mi ha fatto conoscere un mio amico quasi 10 anni fa. Uno dei miei album preferiti del genere, voto 87.
Max
Sabato 4 Febbraio 2017, 13.57.56
1
Disco grandioso, in cui il metal si suona veramente e soprattutto si fa ascoltare. Per quanto mi riguarda considero gli Shadows Fall una delle migliori band di metalcore di sempre.
INFORMAZIONI
2002
Century Media
Metal Core
Tracklist
1. Idle Hands
2. Thoughts Without Words
3. Destroyer of Senses
4. Casting Shade
5. Stepping Outside the Circle
6. The Art of Balance
7. Mystery of One Spirit
8. The Idiot Box
9. Prelude to Disaster
10. A Fire in Babylon
11. Welcome to the Machine
Line Up
Brian Fair (Voce)
Jonathan Donais (Chitarra, Voce)
Matthew Bachand (Chitarra)
Paul Romanko (Basso)
Jason Bittner (Batteria)
 
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