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Sedna - Eterno
08/02/2017
( 844 letture )
Oggetti transnettuniani… la chiamano così, la folla di pianeti nani, planetoidi, rocce e asteroidi assortiti che si aggirano agli estremi confini del sistema solare, negli ultimi lembi di anni luce in cui la nostra stella fa sentire i propri effetti prima che il buio e il gelo celebrino il loro definitivo trionfo intersiderale. Capitanati da Plutone, fresco di retrocessione dallo status di pianeta “a pieno titolo” per quasi unanime consenso degli astronomi, questi oggetti si sono imposti all’attenzione dei fisici soprattutto per le loro anomalie orbitali, che li portano a disegnare nel cielo traiettorie eccentricamente squilibrate sfidando l’ortodossia dei fratelli maggiori della serie classica, da Mercurio a Nettuno. Tra gli ultimi a entrare a far parte della famiglia, a cavallo tra la fascia di Kuiper e la nube di Oort, sei anni fa un piccolo pianeta rosso e freddissimo ha colpito l’immaginazione di un quartetto allora alle prime armi pentagrammatiche, tanto da risultare decisivo nella scelta del moniker. Nascevano così i Sedna che, insieme alle suggestioni astronomiche intercettavano anche la tradizione culturale inuit, rievocando l’omonima dea del mare con testa e tronco di donna e coda di pesce che i pescatori devono ingraziarsi prima di ogni battuta nelle gelide acque dell’oceano Artico.

Figli di una terra sempre più seriamente candidata al ruolo di portale geografico/dimensionale in contatto permanente con le suggestioni più oscure del Grande Nord (quell’Emilia Romagna che ha visto in questi anni il germogliare di esperienze qualitativamente impressionanti, dal piacentino Matteo Gruppi, deus ex machina dei progetti Chiral e Il Vuoto ai forlivesi Abaton), i cesenati hanno debuttato con un demo intriso di suggestioni Wolves in the Throne Room, percorrendo in O. crinali black relativamente tradizionali, ma già con il successivo Sedna manifestavano importanti segnali di insofferenza verso un’interpretazione troppo rigida della poetica del genere, a favore di spinte alla contaminazione e all’alternanza dei registri. Album già maturo e ambizioso, quel primo cimento sulle lunghe distanze di un full-length poneva i Nostri (nel frattempo approdati a una line up a tre dopo la dipartita di Eric Castiglia e l’affidamento della sei corde alle mani del singer Alex Crisafulli) sulla scia della lezione degli ahinoi purtroppo prematurissimamente scomparsi Altar of Plagues, sottolineando un’attitudine non comune all’edificazione di trame e strutture articolate di cui l’abrasività black finiva per essere una sola delle componenti, quasi assediata, per così dire, da contributi in apparenza confliggenti ma nei fatti ottimamente amalgamati da una mano oltremodo ferma nella scrittura. Doom, sludge, drone e post metal si alternavano nelle tracce, favorendo quasi fisiologicamente da un lato una dilatazione temporale dei brani e dall’altro la loro virata verso la dimensione della suite a stanze, forma-canzone per antonomasia ogniqualvolta una band con un buon carico di personalità decida di cimentarsi nelle terre di confine tra generi, esaltandone le potenzialità multidirezionali (Sons of the Ocean valga come manifesto programmatico in questo senso… oltre ad essere il vertice del platter).

C’era, dunque, molta curiosità intorno all’annunciato nuovo capitolo della loro carriera e, diciamolo in premessa, i Sedna centrano l’obiettivo senza tradire le attese, regalando un album dove sperimentazione e tradizione giocano una partita a tutto campo, che può però provocare reazioni diverse in base al prisma con cui il viaggiatore si accosti alla rappresentazione. Se, infatti, da un lato l’eccentricità della traiettoria (eccolo, l’effetto “nomen omen” del moniker) consente ai nemici delle rigide demarcazioni di apprezzare la porosità di un’ispirazione che attinge da più registri, dall’altro i pasdaran oltranzisticamente appollaiati sui versanti contrapposti di black e post metal troveranno più di qualche motivo, per finire fuori fuoco rispetto alla proposta. In realtà, questo Eterno si limita a sottolineare ulteriormente le linee di forza già evidenziate dal predecessore, confermando in sostanza un involucro black sotto la cui superficie, però, fermentano pulsioni che possono forse preludere a una definitiva metamorfosi, in prospettiva, ma che per il momento restano ancora allo stadio di “arricchimento della tavolozza”. La bandiera della tradizione è tenuta alta soprattutto dalla prova di Mattia Zoffoli alle pelli (autentica macchina da guerra nei passaggi tellurici e nelle cavalcate ad alto tasso di acidità) e da quella di Alex Crisafulli al microfono, caratterizzata da uno scream costantemente portato al parossismo e sempre speso in controcanto e “contrappasso” nei confronti delle aperture atmosferiche, ma è proprio in queste ultime che i Sedna rivelano il cambio di passo rispetto agli esordi, iniettando nella trama dosi massicce di quella emozionalità oscura generalmente preda delle latitudini post.
Ma, anche in questo, Eterno può risultare spiazzante e di difficile metabolizzazione per chi identifichi il genere solo, o prevalentemente, con la lezione dei classici Neurosis, Isis e Cult of Luna, dal momento che, se è pur vero che non mancano passaggi muscolarmente sostenuti, il terzetto preferisce in realtà sperimentare rotte in dissolvenza e rarefazione. Il risultato è allora più vicino agli esiti di un filone post magari minoritario ma non meno fertile, caratterizzato da una mescola dove elementi space rock e drone assurgono a protagonisti e i cui campioni riconosciuti sono Pelican, Callisto e soprattutto i Rosetta di The Galilean Satellites (e non certo per le sole affinità semantico/astronomiche). Nenie ipnotiche, improvvisi cali di tensione intrisi di riflessi malinconici, radure melodiche che riannodano armonicamente fili precedentemente spezzati, tutto converge verso una svolta introspettiva che rivela eleganze e delicatezze inattese, insieme a un retrogusto cosmico-psichedelico peraltro ampiamente annunciato dall’artwork.

Cinquanta minuti che si dipanano su sole quattro tracce (le cui prime due, oltretutto, separate da un diaframma così labile da poterle tranquillamente considerare un unicum), Eterno debutta con movenze quasi dark, cesellate da un grande lavoro al basso di Elisa “Baphomet” Motta, su cui vanno a stamparsi spettralmente i ricami della sei corde. Servono quasi sei minuti, ai Sedna, per riportare Pillars of Creation I in un cono di luce classicamente black, ma l’impressione è che la stessa materia si ribelli e si contorca, ripresentandosi continuamente in modalità ombra sfuggente a rivendicare le atmosfere evocate in partenza. Cibo per papille decisamente più orientate alla classicità, il secondo pilastro della creazione appartiene a pieno titolo alle mura della scena Cascadian Black ed è indubbiamente la traccia in cui traspare più vividamente la lezione dei Wolves in the Throne Room, sia pur depurata dalle venature epiche di casa a Olympia a vantaggio di un approccio che tende a “dilatarsi fumosamente” anche nei passaggi più taglienti.
Congruamente introdotta da due cotali ancelle, la regina della tracklist sfila maestosamente negli oltre venti minuti della suite Mountains of Creation e regala la prova definitiva del livello di maturità raggiunto dai ragazzi, alle prese con un caleidoscopio di ispirazioni ad alto rischio di fredda o cerebrale sovrapposizione e che invece si traducono in solidissime architravi. Un afflato di base agallochiano, una gestione impeccabile dei meccanismi di stop (post) and go (black), la calma della contemplazione contrapposta ai tormenti della fatica quotidiana, cinematografiche alternanze di campi lunghi e primi piani, non c’è un solo elemento che sembri inserito a forza per gusto dell’esotico fine a se stesso o per ruffianeria e il risultato non lascia spazio a dubbi, se non è un capolavoro in senso stretto, siamo senz’altro nei suoi sobborghi. Qualche perplessità in più offusca la resa della conclusiva titletrack, non tanto per la scelta di puntare su un drone in purissima distillazione, quanto perché il meccanismo di sciabordii e increspature mostra un po’ la corda, se ci si limita a scolastiche riproposizioni dei cliché di un genere ormai saturato dalle (non infinite) evoluzioni dei ronzii ambient. Peccato, forse una dose più consistente di “coraggio creativo” avrebbe giovato ma, del resto, ci doveva pur essere qualche aspetto migliorabile, per rendere più stimolante l’attesa di una futura crescita…

Urticante e spigoloso ma capace anche di eteree aperture, ugualmente a proprio agio sia al cospetto della complessità post che dell’incorporeità drone senza mai smarrire il rapporto con le radici black, tappa più che riuscita di un processo di formazione che non ha finora conosciuto battute d’arresto, Eterno è un album che merita ben più di qualche ascolto distratto. Per tutti coloro che scrutano il cielo a caccia di nuovi pianeti in transito nelle zone meno rigidamente convenzionali del metal, la luce dei Sedna potrebbe essere una gradita scoperta, al di là delle familiari orbite dei giganti gassosi.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
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Le Marquis de Fremont
Lunedì 13 Febbraio 2017, 14.08.44
2
Album veramente molto bello. Grande scoperta, per me, questi Sedna che mostrano delle capacità compositive molto interessanti. Ecco come l'evoluzione (se così si può definire) del black verso contaminazioni ambient e drone, porta a risultati notevoli. Alla faccia della aridità e difficoltà compositiva di altri generi. Complimenti ad un'altra interessantissima band Italiana. Ottima, veramente, la recensione di Monsieur Red Rainbow. Vado subito ad ascoltarmi la loro produzione precedente. Au revoir.
Perseverance
Venerdì 10 Febbraio 2017, 22.01.17
1
band che merita davvero. Live ancora di più !!
INFORMAZIONI
2016
Drown Within Records
Black
Tracklist
1. Pillars of Creation I
2. Pillars of Creation II
3. Mountains of Creation
4. Eterno
Line Up
Alex Crisafulli (Voce, Chitarra)
Elisa “Baphomet” Motta (Basso)
Mattia Zoffoli (Batteria)
 
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