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Silvertide - Show and Tell
11/02/2017
( 443 letture )
Silvertide e Show and Tell. Ovverosia, quando talento e successo iniziale comunque non sono sufficienti per fondare una carriera. I Silvertide restano uno dei più grandi rimpianti in ambito hard rock degli ultimi anni, assieme ai quasi contemporanei The Parlor Mob. Due band che senza avere la presunzione di riscrivere le regole di un genere consolidato e solidificato nel tempo, avevano comunque la capacità e il talento di scrivere grandi canzoni e di interpretare con convinzione e capacità il ruolo di “newcomers” in un ambiente che stava vedendo l’arrivo di The Answer e Rival Sons, ma che comunque appariva piuttosto statico nella proposta e che piano piano si era fatto sopravanzare dall’ondata stoner nel recupero delle sonorità seventies e nelle preferenze del pubblico. Amici da sempre, nella loro Philadelphia, i cinque formarono i Vertigo, poi subito rinominati Silvertide, nel 2001, quando tutti erano ancora sotto i venti anni. La band trovò però velocemente un contratto con la J Records, che rilasciò il primo EP American Excess già nel 2002. Senza perdere tempo, i ragazzi si buttarono nella composizione del disco di esordio, il qui presente Show and Tell, pubblicato nel 2004, prodotto da Oliver Leiber e mixato splendidamente dal noto e per alcuni famigerato Kevin Shirley. Il titolo allude ovviamente a quel tipo di lezione, tipicamente anglosassone, nel quale gli alunni devono portare un qualcosa all’attenzione della classe e parlarne, mettendone in luce gli aspetti che hanno condotto a quella scelta e le caratteristiche stesse dell’oggetto. Un modo divertente per mettere in luce il comune passato scolastico dei cinque e per dimostrare una certa piacevole sbruffoneria, per una band al debutto.

In effetti, basta poco per rendersi conto che il gruppo ha tutti i motivi per essere molto convinto dei propri mezzi. L’hard rock venato di blues/boogie e piccole venature alternative proposto dai cinque è a dir poco straripante e cola letteralmente fuori dalle casse senza conoscere requie né rispetto. La dinamica dei cinque è a dir poco travolgente e al tempo dannatamente carica di groove. Non si fa fatica a immaginarla suonata in un saloon con la gente che balla, mentre procaci ragazze ballano ai lati del palco e le bottiglie di birra volano per aria andandosi a schiantare alle pareti. La voce di Walt Lafty, così dannatamente fresca e giovane, ricorda e non poco nel modo di porsi il miglior Chris Robinson (The Black Crowes, of course) ed è il perfetto sugello alla musica degli altri quattro, che già dall’opener, singolo e maggior successo della band, Ain’t Coming Home, mostra tutta la sicumera e la sfacciataggine di chi urla al mondo che non rientrerà a casa e resterà fuori tutta la notte a far baldoria. Le reminiscenze di AC/DC, Aerosmith, Led Zeppelin, sono evidenti, così come quelle dei citati The Black Crowes e anticipano il debutto dei The Answer in questo campo. Eppure i Silvertide apparivano anche più convincenti dei ragazzi irlandesi, tanto in fase solistica con un Perri fluviale quanto nella costruzione dei brani, in un territorio di caccia nel quale le regole sono scritte e per fare la differenza ci vuole quel qualcosa in più che sono in pochi a possedere. Pur non essendo affatto la canzone più dura del disco, Ain't Coming Home mostra già la band al meglio, con la sua carica inarrestabile e gli assoli fluviali e in perfetto stile AC/DC. Blues e boogie sono invece le materie prime nelle quali è forgiata Devil’s Daughter con riff spezzati, campanaccio e testo esplicitamente sessuale a ribadire il concetto; anche in questo caso, impossibile rimanere indifferenti al groove che esplode dagli ampli. Ma non c’è tempo per riprendersi e pentirsi perché S.F.C. arriva a rincorsa a ribadire che band con questo tiro se ne sentono poche in giro, con una seconda parte devastante nel wattaggio. Il primo break nell’assalto arriva con la successiva California Rain, canzone divertente e coinvolgente, che sembra al contempo perfetta per un airplay scanzonato e senza troppi pensieri in una college radio, con una vena alternative/pop che poco si amalgama col resto del disco, senza per questo rinunciare a distorsioni e ruvidità. Niente di male ritrovarsi a canticchiarla in maniera compulsiva, in ogni caso. Blue Jeans mantiene una vena scherzosa e più easy, almeno finché la consueta bordata di assoli non rialza la dinamica. Dopo due brani più leggeri, ecco che Mary Jayne torna ad alzare il volume ed è in questa veste che i Silvertide danno il loro meglio, con un refrain contagioso e un riff circolare che invita a spaccare letteralmente tutto. Heart Strong è quasi una semiballad, anche se mantiene sempre una certa distorsione e l’accompagnamento della solista di Nick Perri interrompe spesso l’arpeggio della strofa e il gruppo sembra proprio non riuscire a rimanere nelle righe che il tipo di brano impone. Nuova sventolata di riff e licks sporchi e selvaggi con To See Where You Hide, che mostra però anche un refrain armonizzato e dotato di una buona melodia e la consueta esplosione all’altezza dell’assolo. You Want It All si caratterizza per il refrain urlato che difficilmente lascerà indifferenti e per il riffing insistito sul quale la voce di Lafty regna sovrana. Quando sembrava che la band stesse per concludere il disco mantenendo più o meno una costante vena di buon livello, senza però toccare il cielo dei grandi a livello di ispirazione e composizione, ecco che i ragazzi mettono tutti zitti tirando fuori dal cappello un vero capolavoro come Nothing Stays: l’arpeggio misterioso ed ammaliante cattura immediatamente l’attenzione, anche grazie alle percussioni e all’ottimo lavoro della ritmica, ma ancora una volta sono le capacità dinamiche della band a venire fuori, con un crescendo continuo, ritardato e poi finalmente liberato, che mette letteralmente i brividi e dimostra quanti margini di crescita avevano ancora i Silvertide. Stiamo davvero graffiando le porte del Paradiso e l’improvvisa interruzione dell’assolo col ritorno all’arpeggio iniziale non fa che confermare il talento dei cinque ragazzi di Philadelphia. La band chiude l’album con un nuovo pezzo di hard rock rovente e Foxhole J.C. è la perfetta conclusione, con il doppio finale che mostra ancora una volta come i Silvertide si divertissero a suonare e sapevano anche come farlo, donando alla canzone una lunga e riuscitissima coda.

Dopo un disco di debutto come Show and Tell, che mostrava una band giovanissima ma già capace di volare molto in alto, era lecito attendersi una carriera baciata dalla fortuna, artistica e commerciale. In effetti, i tre singoli estratti entrarono tutti nella Top 20 statunitensi, tanto che di Ain’t Coming Home fu girato anche un video, a conferma di come le classifiche fossero ancora ben più che benevole nei confronti del genere, se proposto da band giovani di evidente talento. I successivi tour di spalla a Van Halen, Velvet Revolver, Motley Crue e Alter Bridge sembravano essere il trampolino di lancio definitivo per le ambizioni del gruppo e invece qualcosa si ruppe. Nel 2006 la band fu scritturata per la colonna sonora del film Lady in the Water di M. Night Shyamalan, ma le registrazioni per il nuovo disco stavano procedendo in maniera fin troppo lenta e rumors arrivarono che i rapporti con la casa discografica stessero per rompersi, quando anche Nick Perri annunciò di essere uscito dal gruppo. Altri tour, stavolta di supporto a Perry Farrell, Shinedown e Matt Sorum, non poterono nascondere che l’incantesimo si era rotto. Piano piano i ragazzi capirono che il sogno era svanito e cominciarono a collaborare con altre band, salvo poi ritrovarsi anni dopo nei SINAI che rilasciarono un album nel 2012. Nello stesso anno, voci di una reunion trovarono conferma in una esibizione live della line up originale il 9 gennaio 2013 e nell’uscita di un singolo dal titolo Try Try Try nel 2014. Da allora, la band è tornata in stato vegetativo e niente si sa di un eventuale e atteso secondo album. Per quanto possa sembrare surreale, la storia si conclude qua, con un grande album di debutto, che attendeva solo una conferma di pari o superiore livello, per far esplodere una grande band in maniera definitiva. Invece, Show and Tell resta per adesso l’unica uscita ufficiale dei Silvertide, una band di talento e di grandi capacità che si è persa incredibilmente lungo la strada.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2004
J Records
Hard Rock
Tracklist
1. Ain't Coming Home
2. Devil's Daughter
3. S.F.C.
4. California Rain
5. Blue Jeans
6. Mary Jayne
7. Heart Strong
8. To See Where You Hide
9. You Want It All
10. Nothing Stays
11. Foxhole J. C.
Line Up
Walt Lafty (Voce)
Nick Perri (Chitarra)
Mark Melchiorre, Jr. (Chitarra)
Kevin Frank (Basso)
Brian Weaver (Batteria)
 
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