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Blackfield - Blackfield V
22/02/2017
( 1172 letture )
Il mondo prog pop (forse sarebbe meglio definirlo rock leggero o un po' come ci pare) dei Blackfield è tornato ad esser visibile dal nostro dopo poco meno di quattro anni dall'ultima (ormai penultima) uscita della consolidata collana che segue la numerazione tipica dei Led Zeppelin. Infatti, giusto per restar coerenti col passato, anche in questo caso Wilson e Geffen hanno preferito intitolare il disco affidandosi al sistema di numerazione romano. L'unica eccezione è rappresentata dal terzo album della discografia che, nonostante sia ampiamente riconosciuto dalla collettività come Blackfield III, porta il nome di Welcome to My DNA. Un titolo "stonato" a detta di molti che, unito ad una scarsa ispirazione di base, avrà probabilmente spinto il combo ad optare nuovamente per la tradizione di casa.

Come molti sanno, il progetto Blackfield ha preso forma nei primi anni del nuovo millennio sotto la guida dell'ex frontman dei Porcupine Tree Steven Wilson e della divinità del rock israeliano Aviv Geffen che nel paese di origine fatica a condurre una vita tranquilla per via dell'eccessiva popolarità che lo gratifica. È vero, non me lo sono inventato tanto per evitare di attribuire i meriti dei Blackfield al solo Wilson che gode certamente di una maggior fama, almeno dalle nostre parti. Dopo una piccola ma fondamentale collaborazione tra i due musicisti, che ha visto Geffen prender parte alle registrazioni del fortunato In Absentia dei Porcupine Tree prestando la sua voce nello sfondo di The Sound of Muzak e Prodigal, ecco il concretizzarsi di un desiderio professionale già da qualche mese pregustato dallo stesso israeliano. Un desiderio finalizzato principalmente all'espansione globale del proprio nome attraverso una sincera stima nei confronti del collega inglese e che ha dato i suoi buoni frutti.
Il progetto Blackfield ha regalato soddisfazioni e, per qualcuno, continua e continuerà a regalarle. Senza dubbio, le prime due uscite sono il simbolo della musica colta portata ad un livello ancora superiore con brani fortemente melodici ed orecchiabili, ma con arrangiamenti orchestrali e testi molto curati e mai, ma proprio mai banali. Poi, una netta flessione, almeno sino ad oggi. Detto questo, le mie preghiere sono rivolte a coloro che continuano a sostenere che Welcome to My DNA e IV siano dei buoni album.

Ma chi sono oggi i Blackfield? Beh, nell'oggi datato febbraio 2017, corrispondente all'uscita di V (per comodità, in abbreviazione di Blackfield V), i Blackfield mostrano coesione e un importante sforzo per un ritorno al passato, uno sforzo che sarà apprezzato maggiormente, oltre che per l'aspetto meramente musicale, anche per un richiamo dal sapore nostalgico presente nella copertina del nuovo disco. Torna, infatti, la tanto cara bottiglietta in primo piano, ma con alle spalle un oceano invitante che incanta. Ma non solo "esteriorità", non solo estetica, non solo sound, sempre ammesso che possano individuarsi delle nette differenze a riguardo col passato. Si, perché il bello dei Blackfield, al di là del fatto che un loro disco possa piacere o meno, è la capacità di creare un filo conduttore sonoro e tematico tra le diverse pubblicazioni tale da non consentire all'ascoltatore di poter distinguere rapidamente quando finisce una ed inizia l'altra. Provate ad ascoltare l'intera discografia in successione e fatemi sapere.
Finalmente, Wilson torna ad essere più presente nella scrittura, soprattutto grazie ai minori impegni extra che si traducono in maggior tempo da dedicare al progetto in esame. Che il buon Steven sia uno dei pochi che riesce a campare di musica tanto da potersi permettere di pagare i vari turnisti "d'oro" per un mare di realtà parallele è cosa risaputa. Ciò che non piace (più a noi che a lui, nonostante sia un perfezionista per natura) è la qualità che viene sempre meno, tranne alcuni guizzi di notevole arte "personale" come Hand. Cannot. Erase. e The Raven that Refused to Sing. Tornando al punto, il ritorno non più occasionale dell'ombra di Wilson sulle pareti dello studio di registrazione è cosa buona e giusta. E si sente. Se poi si aggiunge la sana collaborazione - in sede di produzione - di un big come Alan Parsons, le aspettative schizzano alle stelle.

V è descritto dagli autori come un concept sull'acqua e sul ciclo della vita, un insieme di generi, di personalità, di colori, di costumi, di razze, di sudori, di sensazioni. Il mondo intero racchiuso in un disco. Impossibile, catalogare la nostra terra elemento per elemento, pezzo per pezzo, c'è sempre qualcosa che non è stato scoperto e che finisce per sorprendere. Lo stesso vale per i Blackfield, le cui note arrivano a toccare corde sempre diverse del nostro animo ogni volta che fluttuano intorno a noi.
Tre quarti d'ora di musica "infinita" -suddivisa in tredici brani tra i quali solo due superano i quattro minuti- che si stringe alla pelle come la salsedine in una giornata di mare. Canzoni brevi, ma intense, che respirano, in grado di farci viaggiare come una suite prog quattro o cinque volte più estesa. Questa è magia. Una magia resa possibile sia dalla perfetta compatibilità canora dei due fondatori che dal sentimento distribuito da tutti gli artisti coinvolti. Dinanzi a questa combinazione di elementi, qualsiasi ragionamento tecnico diviene assolutamente superfluo. Qui ci si occupa di emozioni, come direbbe Jimmy Page.
Tuttavia, non si parla di un qualcosa di memorabile, almeno rispetto a I, lavoro, quest'ultimo, che non si può fare a meno di lodare ed usare come metro di giudizio. Mi viene in mente lo strapotere melodico di pezzi come Scars, The Hole in Me o Hello, tutti tratti dal primo disco, che si inchiodano alla memoria come il primo bacio. In V, nonostante vi siano brani sicuramente piacevoli e ben costruiti (penso immediatamente a Family Man, The Jackal e From 44 to 48), questi risultano essere più leggeri (non intendo superficiali), più inconsistenti, più sfuggenti e difficili da afferrare, un po' come l'acqua, tornando al tema della proposta. Eppure, ci sono anche ritornelli masticabili con strofe semplici e ripetitive come in Life is an Ocean e Lonely Soul per un perfetto "lavaggio del cervello". Ma più mi impegno ad allargare l'orizzonte e più canticchio "All I've left are my precious scars!" con tanto di archi a fare da cornice.
Il carattere malinconico, da sempre spinta creativa di Wilson, non manca. Ma c'è anche una buona dose di speranza trasportata dal vento chitarristico del talentuoso musicista inglese e dalle toccanti note di pianoforte sfiorate da Geffen. Gli autori giocano con la fantasia e si divertono a sperimentare tra motivi blues, trip-hop, pop, rock e chi più ne ha, più ne metta, senza strafare, riuscendo ad accontentare ed ammorbidire anche i fan più rigidi e meno disposti ad accogliere il lato più "femminile" della band.

Ammetto che al primo impatto V non ha suscitato in me grandi emozioni. Non mi prendeva, ed io che mi sbattevo per farmelo piacere. A tratti mi annoiava. Saranno state le delusioni dei due precedenti capitoli o la eccessiva (ancora più spinta) orecchiabilità di cui è dotato. Poi, col passare dei giorni e degli ascolti (per lo più distratti), il disco ha bussato al mio cuore con umiltà e gentilezza, tanto da conquistarsi un posticino, seppur piccolo, al suo interno. Avrò ancora occasione di riascoltare V nel corso dell'anno, forse già domani. Personalmente lo ritengo inferiore a I e II, ma sono sicuro che per qualcun altro sarà una bellissima sorpresa di inizio anno. In ogni caso...sempre meglio di quelle due sbandate che lo hanno anticipato.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
87.72 su 18 voti [ VOTA]
Sauro
Domenica 19 Marzo 2017, 8.45.17
5
Ennesima conferma della maestosità compositiva di Steven Wilson, reso meno aspro dal melodico Aviv Geffen. Disco imperdibile.
Cipmunk
Mercoledì 22 Febbraio 2017, 21.40.28
4
Carino, ben fatto, certo,.. leggerino e per nulla impegnativo...la classe cmq cè e si sente...voto e recensione azzeccatissime..!
Jimi The Ghost
Mercoledì 22 Febbraio 2017, 18.31.20
3
Sono un discreto "fan" di questo band geograficamente eterogenea. Ho gradito (molto) welcome to my DNA, poi ho ascoltato con ragionevole piacere l'unidimensionale pop in IV e sto ascoltando con lieve stupor e leggerezza i brani contenuti in questo V. Un buon disco, fluido, ben fatto e che merita, soggettivamente parlando, un ascolto ponderato, ma spensierato. Wilson, ancora una volta, con abile maestria riesce a ri-mescolare tutto ciò che di buono è stato fatto negli ultimi decenni musicali, realizzando con una certa costanza, ma con sopraffina eleganza prodotti discografici mai al di sotto della bieca sufficienza. Da ascoltare. Jimi TG
Alex Cavani
Mercoledì 22 Febbraio 2017, 15.49.01
2
Gran bel disco, emozionante come solo il Wilson più romantico sa sfornare. Per me 80.
alifac
Mercoledì 22 Febbraio 2017, 15.37.25
1
Questo lo devo ancora ascoltare ed il fatto sia uscito è già, per me, una grossa sorpresa ma riguardo i precedenti due Struzzo ha pienamente ragione... di Welcome to My DNA ricordo solo la, bellissima, copertina e di IV giusto Jupiter...
INFORMAZIONI
2017
Kscope
Prog Rock
Tracklist
1. A Drop in the Ocean
2. Family Man
3. How Was Your Ride?
4. We'll Never Be Apart
5. Sorrys
6. Life is an Ocean
7. Lately
8. October
9. The Jackal
10. Salt Water
11. Undercover Heart
12. Lonely Soul
13. From 44 to 48
Line Up
Steven Wilson (Voce, chitarra, tastiere)
Aviv Geffen (Voce, chitarra, tastiere)
Eran Mitelman (Tastiere)
Seffy Efrati (Basso)
Tomer Z (Batteria)
 
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