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Armored Saint - Carpe Noctum
24/02/2017
( 1239 letture )
Chi conosce e ama gli Armored Saint sa che la band di Los Angeles può e deve essere annoverata tra le espressioni più belle e vere dell’heavy americano. Alfiere dello US Power più incontaminato, sempre a metà tra heavy classico e thrash, senza mai essere pienamente né una né l’altra cosa, il gruppo si è costruito una solida reputazione pubblicando tre grandi album lungo gli anni Ottanta, sublimati poi da un mini-LP live, l’intenso Saints Will Conquer del 1988. Poi lo spartiacque della carriera, con la triste morte di David Prichard, storico chitarrista e principale compositore della band. La pubblicazione dello stupendo Symbol of Salvation, forse addirittura il miglior lavoro degli Armored Saint, fu purtroppo solo il preludio ad un periodo di stasi determinato dall’abbandono di John Bush, reclutato dai thrashers Anthrax per sostituire Joey Belladonna. Una sorta di “liberi tutti” che determinò l’ingresso degli altri musicisti in altre band o addirittura il temporaneo abbandono delle scene. Qualcosa però continuava a covare sotto le ceneri di una carriera finita troppo male: se non altro, la grande amicizia che continuava a legare i membri del gruppo. Inoltre, proprio l’esser parte dei ben più famosi Anthrax, portò per John Bush e gli Armored Saint una sorta di fama a posteriori, che ha consentito alla band di mantenere uno status di “cult”, riconfermato poi dall’uscita del quinto album Revelation nel 2000, di La Raza nel 2010 e, infine, di Win Hands Down nel 2015. Dischi questi che pur non toccando le vette dei primi album, hanno tutti confermato lo spessore assoluto del gruppo californiano e del suo roccioso heavy metal, fiero e potente.

Registrato durante il tour a supporto a Win Hands Down, precisamente in due date, tra le quali la partecipazione al celeberrimo Wacken Open Air Festival, arriva quindi a placare in parte la sete di nuove uscite il qui presente Carpe Noctum. La prima cosa che balza subito all’occhio è che dopo un lasso di tempo di quasi trent’anni, che separano Carpe Noctum dal citato Saints Will Conquer, tutto quello che riusciremo a stringere tangibilmente tra le mani sono otto canzoni, a fronte di una carriera che basterebbe a giustificare una ottima scaletta di almeno venti brani. Un fatto davvero duro da mandar giù. Perché, e questo lo potrà confermare chiunque conosca appena la band e abbia magari avuto la fortuna di poterla vedere dal vivo, è proprio sulle assi di un palco che i cinque danno davvero la miglior prova di sé stessi. Eppure, niente è scontato e probabilmente sarebbe ingiusto non riconoscere che quasi ogni cosa che arriva a questo punto è un puro regalo per i fans da parte di una band che non ha più niente da chiedere al mercato, essendo rimasta costantemente ai margini del giro che conta e che oggi non fa altro che divertirsi suonando e portando la propria musica e la propria storia in giro, magari attraverso un fundraising, come in questo caso.
Non resta quindi che premere il fatidico “play” e lasciare che sia la musica a parlare. Il rumore della folla in attesa è subito fronteggiato dalla rullata e dalla rasoiata delle chitarre che danno il via a Win Hands Down, Bush entra con la classica scala ascendente, tipica del suo modo di cantare ed è subito magia. La canzone è un ottimo apripista, sia per il refrain contagioso, sia per le ritmiche thrashy della seconda parte, sia per gli strepitosi assoli incrociati, che per il break centrale, nel quale in particolare Joey Vera ci spiega la differenza tra un bassista e uno con uno strumento a tracolla. Da qui, l’album è un continuo salto nel tempo e nelle emozioni. Il gruppo è assoluto padrone dello show sin dalle prime note e si nota che il lavoro di post produzione abbia toccato poco o niente di quella che è stata la genuina esibizione offerta al pubblico. Bush è chiaramente in ottima forma, interpretando al meglio grandi classici come l’irresistibile e potente March of the Saint, titletrack del primo album e Stricken by Fate, col celeberrimo intro di batteria da parte di Gonzo. E’ però con la stupenda Last Train Home che si tocca l’apice dell’interpretazione del singer statunitense, mentre la ritmica ci dà un’ulteriore prova di superiorità e lo stupendo assolo arriva ad esaltare una linea melodica semplicemente indimenticabile. Mess è il secondo estratto da Win Hands Down e con il suo intro in stile Maiden che lascia poi il posto ad una ritmica tribale e instabile, conferma che anche il materiale recente ha parecchio da dire. Eppure, basta l’arpeggio di Aftermath con l’intensa interpretazione di Bush per spazzare via gli anni che ci separano da quel 1985 e dall’immenso Delirious Nomad. Stupenda semiballad aperta e inframmezzata dai riff della coppia Sandoval/Duncan ed inevitabile tripudio del pubblico tedesco. Dopo tanta intensità, il dinamismo ritmico di Left Hook from Right Field è un perfetto contraltare riportando i giri in alto, per la scorreria finale della magnifica Reign of Fire, sugello ad un concerto strepitoso che sicuramente avrà fatto la gioia di tutti gli spettatori.

Il difetto di Carpe Noctum è evidente: dannatamente troppo breve. In un mondo nel quale l’album dal vivo è poco più di un greatest hits senza alcuna differenza o quasi dalle prove da studio, dischi come questo sono una pura manna. Non solo perché la resa della prestazione è perfetta, ma tremendamente vera, stecche comprese, ma perché è da album così che si capisce davvero la differenza tra un gruppo che sa suonare davvero e che ha un tiro pauroso, con soli quaranta minuti a disposizione, tanto da far impallidire qualunque headliner e tanti maestri del ritocco in studio. Il tentativo di comprimere trentacinque anni di carriera in otto canzoni è assolutamente impari, davvero troppi i classici esclusi e troppa la voglia di colmare la ormai evidente lacuna nella discografia della band di un live vero e proprio, con tanto di doppio album, DVD, foto e tripudi vari. Eppure, come dicevamo, tutto quello che arriva dagli Armored Saint è da considerarsi un vero e proprio regalo e quindi anche Carpe Noctum assume questa valenza: una testimonianza imperdibile della grandezza di una band fantastica, di livello assoluto in ogni comparto e con una discografia solidissima e piena di pezzi che fanno la differenza. Fatelo vostro senza alcuna remore. Nella sua brevità, ha tutto il sapore intenso di un bourbon bevuto d’un fiato.



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
85 su 3 voti [ VOTA]
alifac
Sabato 4 Marzo 2017, 11.17.24
5
Ascoltati poco e male in passato, riscoperti ora... meglio tardi che mai! Eccezionali... peccato solo per la brevità!
HeroOfSand_14
Sabato 25 Febbraio 2017, 9.54.39
4
Peccato per la brevità del disco, ma che band! Tiro pazzesco live, e pur non essendo loro fan sfegatato non si puo che applaudire continuamente. Last Train Home invece ė semplicemente un capolavoro, e Bush qui dimostra di essere un cantante con la C maiuscola se ce ne fosse ancora bisogno
Metal Shock
Venerdì 24 Febbraio 2017, 18.47.28
3
Grandissima e sottovalutata band, disco breve purtroppo ma da comprare a scatola chiusa!
Maurizio 76
Venerdì 24 Febbraio 2017, 18.42.54
2
da avere, live stupendo, breve ma intenso. voto 80
JC
Venerdì 24 Febbraio 2017, 8.19.59
1
Band immensa e disco che é quasi una allegoria della sua discografia: vera, sporca, potente e dannatamente troppo breve. Finché ci saranno loro in giro, la parola "metal" avrà ancora un senso
INFORMAZIONI
2017
Metal Blade Records
Heavy
Tracklist
1. Win Hands Down
2. March of the Saint
3. Stricken by Fate
4. Last Train Home
5. Mess
6. Aftermath
7. Left Hook from Right Field
8. Reign of Fire
Line Up
John Bush (Voce)
Phil Sandoval (Chitarra)
Jeff Duncan (Chitarra)
Joey Vera (Basso)
Gonzo Sandoval (Batteria)
 
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