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Napalm Death - Enemy of the Music Business
25/02/2017
( 878 letture )
Crisi d'identità, calo d'ispirazione, rapporti difficili tra i musicisti.
Queste sono le cause più o meno frequenti dei periodi di difficoltà delle band, molte volte consequenziali tra di loro. Nonostante una carriera luminosa e piena di soddisfazioni, anche i Napalm Death ebbero una ventina di anni fa il loro periodo di crisi.
Torniamo indietro alla seconda metà degli anni 90, quando la spinta propulsiva del death/grind si stava affievolendo e nuove tendenze si stavano impadronendo del mercato. Il pur ottimo Fear, Emptiness, Despair del 1994 aveva lasciato degli strascichi in seno alla band per via del fallimentare accordo di distribuzione statunitense con la Columbia, ma il peggio in casa Napalm Death doveva ancora arrivare, con tanto di album non proprio centrati.
Diatribes del 1996 già dal titolo faceva intuire che non sarebbe stato un lavoro canonico ed infatti le influenze al suo interno non furono ben accolte dal pubblico e lasciarono insoddisfatta parte della band. Al termine del tour di promozione per l'album, "Barney" Greenway fu inoltre cacciato dal gruppo, venendo sostituito da Phil Vane degli Extreme Noise Terror, i quali paradossalmente ingaggiarono lo stesso Greenway al suo posto. La situazione non durò però molto ed il cantante venne richiamato alla vigilia delle registrazioni di Inside The Torn Apart, altro disco controverso pubblicato nel 1997 che risentì del periodo non proprio brillante della band. La ritrovato unione non riportò la passata ispirazione, infatti il terzo lavoro in tre anni, Words From The Exit Wound, non fece risalire le quotazioni del gruppo, con le vendite in costante calo.
Questo trittico di album non proprio di successo mise in crisi anche il rapporto con la Earache Records, che venne accusata di mancanza di supporto, giustificato dalle scarse vendite. Il rapporto era quindi compromesso e dopo poco più di dieci anni il proficuo binomio Napalm Death/Earache Records si ruppe con scambio reciproco di veleni, lasciando nel gruppo un senso di frustrazione che risultò decisivo successivamente.
Rimasta anche senza manager, la formazione grindcore firmò un accordo con l'etichetta inglese Dream Catcher che in quegli anni brillò anche per l'acquisizione di un'altra vecchia conoscenza Earache, i Cathedral. L'accordo fu battezzato dalla pubblicazione dell'EP Leaders Not Followers, in cui i Napalm Death si riappropriarono del loro passato coverizzando brani di Slaughter, Raw Power, Death ed altri.

(We're) Enemies of the Music Business
You corporate fuck!
Enemies of the music business
Black sheep on the cusp
Enemies of the music business


Questo lungo preambolo serve a capire quale fosse la situazione in casa Napalm Death all'inizio del nuovo millennio: colmi di rabbia e frustrazione, praticamente tornati indietro da un certo punto di vista. Tutto questo fu riversato all'interno di Enemy of the Music Business, il nono disco del quintetto uscito nel settembre del 2000 il cui titolo era già una dichiarazione d'intenti.
Il nuovo millennio riportò i Napalm Death indietro nel tempo sin dalla copertina, dove il vecchio logo della band ritornò a fare capolino dopo diversi anni e, a conti fatti, può essere visto come un rassicurante taglio dal periodo "sperimentale" del gruppo. Ma la cosa più rassicurante è sicuramente il contenuto, ispirato, intenso e rabbioso come non succedeva da anni. Già le prime quattro tracce sono tra le migliori del disco, i neanche due minuti di Taste the Poison danno subito un primo schiaffo in faccia all'ascoltatore, mentre l'inizio di Next on the List richiama le atmosfere di Fear, Emptiness, Despair con il pregevole lavoro di Danny Herrera, per poi cambiare passo nella seconda parte. Le bordate di velocità Constitutional Hell e Vermin mostrano riff efficaci conditi da blast beat impazziti che però non risultano sterili assalti senza gusto. Sin dalle prime battute di Enemy of the Music Business è possibile notare il gran lavoro delle chitarre di Mitch Harris e del compianto Jesse Pintado, i quali oltre a contribuire al muro sonoro alzato dai Napalm Death sviluppano parti varie e riconoscibili nel corso dell'album. Infatti, contrariamente al classico cliché del grindcore, le canzoni di questo disco riescono a risultare distinguibili l'una dall'altra nella loro struttura, come succede nell'ottima Thanks For Nothing dal piglio iniziale più hardcore e Can't Play, Won't Pay, con il break centrale che riprende le esperienze di fine anni 90 per creare un'atmosfera più tesa. La produzione asciutta aiuta anche questo, rendendo i pezzi chiari e potenti, evidenziando il growl di Greenway, che qui non si risparmia vomitando risentimento al microfono, evitando allo stesso tempo i passaggi in pulito dei dischi precedenti. Enemy of the Music Business nel suo incedere è un disco che non mostra cali o cedimenti, procede dritto e filato schiacciando tutto quello che incontra con canzoni della forza di Necessary Evil e concedendosi il lusso di fare un ripescaggio dal passato creando una efficace seconda parte della Conservative Shithead del mitico Scum, certamente qui più articolata. I testi vertono come solito sulla componente sociale, anche se non è raro trovare riferimenti più o meno velati alla recente rottura con la Earache Records, in Next on the List o Can't Play, Won't Pay. Interessante soprattutto quello della penultima (The Public Gets) What the Public Doesn't Want, oggi attuale come sedici anni fa in materia di consumismo:

The public gets/ what the public doesn't want
What use is this / to man or beasts
It glosses over / basic needs


La chiusura è affidata all'ottima Fracture in the Equation, ultimo poderoso calcio nei denti che mette in luce nuovamente le doti di Danny Herrera, batterista forse meno iconico e funambolico di altri suoi illustri colleghi ma qui particolarmente ispirato, prima della bizzarra chiusura del disco composta da quasi dieci minuti di silenzio interrotti verso la fine da un'inquietante parte parlata.

Molti in quel periodo li davano per morti, ma i Napalm Death con questo album tirarono su prepotentemente la testa, mostrando il dito medio a chi li riteneva finiti. Come detto, il gruppo riversò tutta la propria rabbia per quello che riteneva di aver subito e, spogliatosi dalle influenze dei dischi precedenti, il risultato fu uno dei migliori album dell'intera carriera, nel quale in determinati frangenti è quasi possibile toccare con mano il loro risentimento. La bravura dei cinque fu riuscire ad incanalare questi sentimenti forti in un'unica direzione senza rimanerne schiacciati, ritrovando in un colpo solo unità ed ispirazione.
Enemy of the Music Business fu un punto di svolta per la carriera dei Napalm Death, che con questo album tornarono in carreggiata e da qui ripartirono, sfornando lavori di ottimo livello a cadenza regolare fino ai giorni nostri.

Raise a voice? The art of making noise
Attacking stance? Fist in face for personal choice


E tutto questo non può che essere un bene.



VOTO RECENSORE
86
VOTO LETTORI
71 su 5 voti [ VOTA]
MetalFlaz
Sabato 25 Febbraio 2017, 19.55.27
4
Gran bel disco, veloce e con alcuni dei loro migliori riff
enry
Sabato 25 Febbraio 2017, 14.59.41
3
Uno dei miei preferiti della band, concordo con Undercover e con la rece. Grandissimo disco.
Galilee
Sabato 25 Febbraio 2017, 14.42.32
2
Ottima recensione, concordo su tutto. 3>
Undercover
Sabato 25 Febbraio 2017, 12.46.33
1
Preso appena uscito, una bomba in piena faccia e per me fra le loro migliori produzioni di sempre.
INFORMAZIONI
2000
Dream Catcher
Grindcore
Tracklist
1. Taste the Poison
2. Next on the List
3. Constitutional Hell
4. Vermin
5. Volume of Neglect
6. Thanks for Nothing
7. Can't Play, Won't Pay
8. Blunt Against the Cutting Edge
9. Cure for the Common Complaint
10. Necessary Evil
11. C.S. (Conservative Shithead) (Part II)
12. Mechanics of Deceit
13. (The Public Gets) What the Public Doesn't Want
14. Fracture in the Equation
Line Up
Mark "Barney" Greenway (Voce)
Jesse Pintado (Chitarra)
Mitch Harris (Chitarra)
Shane Embury (Basso)
Danny Herrera (Batteria)
 
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