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Unearth - The Oncoming Storm
04/03/2017
( 1160 letture )
Quasi tredici anni dopo, e con una formazione parzialmente rimaneggiata, gli Unearth continuano il loro personalissimo percorso musicale a testa bassa, senza fermarsi e senza mollare mai. Pregio o perseveranza? Sicuramente un po’ tutte e due le cose. La band originaria di Boston, annoverata tra le principali esponenti della fruttuosa New Wave of American Heavy Metal, dava una notevole scossa alla propria carriera con il succitato The Oncoming Storm, uscito nel 2004 sotto l’egida della Metal Blade.

Il fermento per qualcosa che stava nascendo e, anno dopo anno, prendeva sempre più forma in un sottobosco di band underground dal valore indiscusso ma ancora acerbo. E così, dopo il discreto debut album (The Stings of Conscience, 2001), la band torna sul mercato con il devastante e seminale The Oncoming Storm, perfetto connubio di metal classico, metal estremo e piglio hardcore. Un mix che, all’epoca, procurò non solo favorevolissime recensioni, grandi tour, ma anche una fierezza artistica non da poco, giocata su un fil rouge metallico sempre teso e in bilico su potenti atmosfere, violenza e tocchi di classe, protratto anche nelle successive uscite discografiche, quasi sempre di livello alto e quasi sempre calibrate su atmosfere alternate, velocità medio-alte e groove assassino. Un calderone coeso e greve, con le chitarre taglienti e incisive sempre in primo piano, accompagnate dalla voce aggressiva e senza fronzoli di Trevor Phipps, baluardo frontale del combo americano.

The Great Dividers apre le danze con un furioso up-tempo dale tinte purpuree e thrashy, coadivuate da azzeccati breakdown e dal finale pachidermico, giocato su un riff ipertrofico e succosamente groovy, con echi di Machine Head e Crowbar. Il profumo del vento che porta via ogni cosa, la tempesta del secolo che avanza. Il tornado spietato che accoglie tra le sue furenti braccia vittime di ogni sorta: è la nuova apocalisse, di locuste e deliri, di potenza sconfinata e devastazione sonora. Non è musica per cuori deboli, ma per gli amanti della velocità, della consistenza ritmico e, perché no, di uno shredding calibrato e non fine a se stesso.
Chiamasi evoluzione delle cose, principi che si ripetono sotto una nuova veste luccicante. È il metal che avanza strizzando l’occhio alla tradizione, il recupero degli stili perduti e le influenze svedesi che tanto hanno giovato (e certe volte imbrigliato) all’ondata americana dei primi 2000. Un canovaccio che non stancava tanto facilmente, e che si appoggiava a leggi parzialmente scritte ma ancora da definire. Ecco cosa porta con se la Tempesta che Avanza, con le chitarre melodiche di Failure e This Lying World, le esasperazioni ritmiche e i breakdown spezza-collo di Endless, uniti alla sferragliante forza classicamente metal di Zombie Autopilot, ricca di assoli gemellari e twin-guitars Maiden-iane, con la chirurgica precisione del chitarrista-fondatore Buz McGrath e del folletto Ken Susi, funambolico strumentista e simpatico esibizionista live, nonché valido produttore.

Tripudio e giubilo per ogni headbanger che si rispetti, l’album procede con una scaletta a dir poco perfetta: una sequenza brani invidiabile dalla caratura speciale e dall’ossatura inscalfibile. La ormai storica doppietta costituita da Black Hearts Now Reign e Zombie Autopilot è vero godimento targato ‘04, infarcito con una miriade di particolari e bombe particellari, accelerazioni al fulmicotone, stop’n’go, assoli neoclassici e solidi breakdown. Il codino strumentale di BHNR (uno dei singoli/video estratti) è emblematico a tal proposito, con la sua ferale sfrontatezza a incombere sui nostri padiglioni auricolari.
Queste formule sono una consuetudine fastidiosa al giorno d’oggi, ma dodici anni fa tutto questo suonava fresco e, soprattutto, vero. In un mare ossidato di suoni e sconforti, gli Unearth portano con loro il fuoco vivo e la terra bruciata dalla furia enfatica, dal fervore e dalla spensieratezza con cui vengono affrontate le tappe di una carriera ancora di rilievo. Prestazioni live incendiarie e non troppo serie (apprezzata da sempre la giusta dose di humor e godibilità), con una sequela di album che si completano a vicenda senza perdere il bandolo della matassa, pregio –questo- non da tutti.

The Oncoming Storm è a tutt’oggi il tassello primario e di rilievo assoluto nella storia della band americana, poiché possiede un’energia vivida e assoluta, otre che a un pugno di canzoni formalmente impeccabili e decisive (Il metallo incandescente di Bloodlust of Human Condition è un esempio lampante), in un costrutto di 40 minuti che scorre via in pochi istanti, in un andirivieni di memorie e previsioni future non lontane.
L’intermezzo arioso/ambient di Aries stempera la furia della devastazione, dove pochi minuti di pace relativa ci anticipano il finale da capogiro, già collaudato con le prime due tracce e impresso a fuoco in questo epilogo, dove le vorticose e veementi Predetermined Sky e False Idols (gentilmente motorizzate dal bravo Mike Justian) giocano con la nostra grezza emotività, spingendoci nel cuore del tornado che ci colpisce, schiaffeggia e porta via per sempre, a cavallo di un altro mondo, ibrido tra infinito e rovina, bene e male, bianco e nero.
Un nuovo viaggio, una nuova scoperta, una nuova avventura sonora. L’heavy metal non smette mai di stupirci e arricchirci in qualche modo, anno dopo anno, periodo dopo periodo, con forza e clangore, umoralità e fierezza.

Blackened lives. Sunless skies. Our bare world weeps: black hearts now reign…
E dopo che la città è stata spazzata via, rimaniamo soli con il nostro piccolo mondo. Tra pensieri e musica, frastuono e riflessione. Sono le contrapposizioni.



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
70.33 su 6 voti [ VOTA]
Silvia
Martedì 5 Giugno 2018, 1.44.39
3
L'ho ripreso ieri e devo dire che non me lo ricordavo così bello. Produzione moderna ma potente e non "plasticosa", pezzi rabbiosi che scorrono via veloci senza pressoche' nessuna reminescenza emocore ma con una enorme influenza dei migliori In Flames di Colony su una base che strizza l'occhio al thrash moderno. X me un disco che trascende il genere
Roxy35
Domenica 5 Marzo 2017, 0.59.30
2
Personalmente non sono un amante del metalcore ma ammetto di aver apprezzato questo album quando usci' a suo tempo. Dal punto di vista musicale c'erano centinaia di gruppi che cercavano di emergere in quegli anni, si spaziava dal punk al metal, al rock, al metalcore e quasi mai com risultati eclatanti. Considero questo uno dei migliori album metalcore uscito in quel periodo, molto ben riuscito e di grande impatto sul pubblico amante del genere.
Plin
Sabato 4 Marzo 2017, 17.53.33
1
Se ben ricordo, questo fu uno dei migliori album metalcore prodotti in quel periodo, dove tante band proliferavano come funghi per sparire, poi, con altrettanta rapidità. Questo disco ebbe comunque successo, grazie ad una buona produzione, ottimi arrangiamenti e una certa originalità. Alcuni brani sono veramente belli, altri molto meno, comunque questo album, in assoluto, rappresenta l'apice di questa band.
INFORMAZIONI
2004
Metal Blade
Metal Core
Tracklist
1. The Great Dividers
2. Failure
3. This Lying World
4. Black Hearts Now Reign
5. Zombie Autopilot
6. Bloodlust of Human Condition
7. Lie to Purify
8. Endless
10. Aries
11. Predetermined Sky
12. False Idols
Line Up
Trevor Phipps (Voce)
Ken Susi (Chitarra, Voce)
Buz McGrath (Chitarra)
John Slo Maggard (Basso)
Mike Justian (Batteria)
 
RECENSIONI
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Audiodrome, Moncalieri (TO), 15/05/2015
 
 
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