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Ramesses - Misanthropic Alchemy
04/03/2017
( 455 letture )
Jus Oborn, Tim Bagshaw, Mark Greening, era questo il terzetto originario che si celava dietro al moniker Electric Wizard, una delle band più influenti ed importanti della seconda ondata doom. I nove anni di coesione di questi tre ragazzi produssero, oltre all'omonimo esordio che può essere classificato stilisticamente parlando come un capitolo a parte, macigni di assoluto spessore quali Come My Fanatics... e Dopethrone, fino al più sperimentale Let Us Prey. Questo intervallo di tempo non fu solo ricco di grosse soddisfazioni ma anche di vagonate di droga, alcool e velenosi deliri, assorbendo di fatto il versante più marcio dello spirito rock; ciò portò ovviamente con sé delle conseguenze importanti per gli equilibri del terzetto, fino alla completa frantumazione dei rapporti personali tra Oborn da una parte e Bagshaw con Greening dall'altra. Fu infatti il tour americano a supporto di Let Us Prey a sancire la separazione definitiva in due strade differenti, una che portò Jus ad incollare nuovi cocci definendo una line-up completamente rinnovata sul versante Electric Wizard, l'altra in cui Tim e Mark avevano già le idee chiarissime in fatto di ricominciare da zero: i due assoldarono al basso ed alla voce una vecchia conoscenza di Oborn, Adam Richardson, che militò con lui nell'era pre-Electric Wizard nei Lord of Putrefaction; Bagshaw passò dal basso alla chitarra e in queste semplici mosse si definì la formazione dei Ramesses.

Dopo una legittima gavetta costituita da demo, promo, split ed EP, il trio si guadagnò l'attenzione della FETO Records ai cui sommi capi si celano niente meno che Shane Embury dei Napalm Death e Mick Kenney degli Anaal Nathrakh; ed è proprio da questo sodalizio che venne alla “luce” Misanthropic Alchemy, titolo decisamente azzeccato nella sua funzione di introdurre un viaggio scandito dalla convergenza provvisoria di tre personalità dall'attitudine distruttiva nei riguardi di tutto e tutti.

Pur essendo geneticamente legati agli Electric Wizard, vista la legittima co-paternità insieme ad Oborn dei primi quattro lavori, Bagshaw e Greening non commettono l'errore di creare un album clone; è vero, le influenze si sentono, ma in questo caso i Ramesses spingono nel portare avanti un processo di ulteriore estremizzazione, andando ad inseguire i frangenti più oscuri, marci, irregolari e caotici del loro personale modo di intendere il doom. Seguendo con coerenza questa linea di pensiero i suoni dunque vengono spinti vicino alla linea di demarcazione del lo-fi; giusto per citare qualche esempio potrebbe risultare emblematico il suono del rullante a mo' di “padella” di Greening oppure le chitarre di Bagshaw che diversamente da quanto ci si aspetterebbe risultano più ruvide e sgrassate incrementando la resa soprattutto nelle parti arpeggiate (Ramesses Part 3, Coats of Arms, Before the Jackals); nonostante questi accorgimenti la pasta sonora mantiene tutta la sua “adiposità” visto che è il basso di Richardson a compensare a dovere alcune lacune frequenziali volutamente non colmate dalle chitarre.

Questa breve descrizione potrebbe erroneamente portarci molto vicino al concetto di “casino”, eppure alla luce dei fatti non è così; non appena si incomincia ad ascoltare l'opener Ramesses Part 1 i suoni funzionano, eccome! Il brano, a dispetto della stragrande pachidermicità contenuta nel disco, parte con un bel tiro. Sentire i latrati putridi di Richardson è un ulteriore effetto a sorpresa, tra l'altro utile ad allontanare giudizi un po' troppo sempliciotti in materia di somiglianze. Trascorsi appena due minuti, tocca a Ramesses Part 3 sistemare l'ago della bussola, visto l'effetto fuorviante del brano precedente; ed ecco infatti che i ritmi si fanno dilatati e divengono terreno fertile per innestare quel seme della follia che germinerà lentamente lungo i minuti che segnano il corso di Misanthropic Alchemy. L'arpeggio ronzante in apertura è un ennesimo assist per far stagliare il growl di Richardson, che solo sul refrain cambia registro sfruttando la pulizia delle sue corde vocali. Il lavoro in sede di armonizzazione delle chitarre è intenzionalmente ridondante, determinando un effetto ossessivo e claustrofobico. Non è da meno Lord Misrule, che si regge su un dualismo in cui si alternano riff schiaccianti e frangenti nei quali si intravedono piccoli spiragli melodici posti in contrasto con le timbriche basse dettate dalla voce del cantante. Creano delle parentesi di sospensione prima Coats of Arms, eretta inizialmente su una progressione di accordi in clean che vengono opportunamente sfruttati per un crescendo distorto che a sua volta “involve” in un imprevisto finale dalle tinte black metal, poi Terrordactyl, traccia strumentale carica di una verve allucinogena i cui umori sono sostenuti abilmente da alcuni dialoghi estrapolati sicuramente da qualche vecchio b-movie uniti al gutturale sepolcrale di Richardson. Spetta a Before the Jackals, traccia migliore del lotto, dare la mazzata finale facendo leva su una perfetta sequenza di riff distruttivi ed esasperanti in cui si intercalano puntualmente i gorgogli del singer, coadiuvato questa volta dalle urla del fonico Billy Anderson e, come se non bastasse, da una chiusura infarcita di inserzioni noise. Conclude Earth Must Die, seconda strumentale scandita da un arpeggio funesto che però nulla aggiunge né toglie a quanto proposto in questo atto.

Lontano dagli oscuri bagliori di album ben più noti, che col trascorrere del tempo sono diventati tela e tonalità di grigio per dipingere la seconda resurrezione del doom, Misanthropic Alchemy è un lavoro che pur essendo stato celato dalle catacombe dell'underground ha continuato col trascorrere degli anni a raccogliere consensi tra gli estimatori del genere, contribuendo di fatto a infondere maggiore varietà alla scena. Le motivazioni sono ascrivibili ai semplici ma efficaci dettami espressi dai Ramesses e qui riassunti: attitudine estrema, morbosità, droga, alcool, acidi uguale bad trips, occulto, Black Sabbath e tanta ignoranza che non guasta mai. Chiunque non mastichi l'insieme di questi cardini riversati in musica scapperà a gambe levate di fronte ad un groviglio sonoro di tali proporzioni mentre tutti gli altri... beh, siete semplicemente dei malati, quindi lasciatevi paralizzare e avvelenare la mente e preparatevi ad un viaggio allucinante e tutt'altro che piacevole.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
38 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2007
FETO Records
Doom
Tracklist
1. Ramesses Part 1
2. Ramesses Part 3
3. Lords Misrule
4. Coat of Arms
5. Terrordactyl
6. Before the Jackals
7. Earth Must Die
Line Up
Adam Richardson (Voce, Basso)
Tim Bagshaw (Chitarra)
Mark Greening (Batteria)
 
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