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Paul Personne & The Lost in Paris Blues Band - Lost in Paris Blues Band
05/03/2017
( 373 letture )
We all bust our asses in this business. There are times of success and times of deception. Working with inspiring artists like these guys makes it more than worthwhile. For I do believe that every artist’s dream is to vibrate from the soul outwards. There was a whole lotta shakin’ going on that day. High level and real. (Beverly Jo Scott)

La chiave di lettura per entrare all’interno del mondo sonoro proposto da questo disco viene offerta in modo molto chiaro e diretto da una dei protagonisti della registrazione, la cantautrice americana Beverly Jo Scott. Cosa può succedere se si rinchiudono alcuni grandi artisti per tre giorni in uno studio ponendo come unico obbiettivo quello di registrare tredici classici del blues? Un disastro o una meravigliosa follia. L’idea è venuta a Paul Personne, bluesman francese, vera leggenda in patria, il quale si trova coinvolto nel tour "Autor de la Guitarre" assieme al collega Jean-Félix Lalanne, il quale ha radunato attorno a sé uno stuolo di grandi musicisti, tra i quali brillano inevitabilmente il meraviglioso Robben Ford e il noto Ron "Bumblefoot" Thal, ex chitarrista dei Guns n’ Roses. La cancellazione di alcune date del tour è la molla cha fa scattare l’idea a Personne, che non riesce ad arrendersi all’idea di tanti grandi talenti costretti a stare nelle proprie camere di albergo per quindici giorni senza nulla da fare che perdere tempo. Uno studio viene quindi prenotato per tre giorni, con l’dea di registrare una sessione. In pochissimo tempo un repertorio viene deciso di comune accordo e tutti si ritrovano in studio cercando di buttare giù le idee e registrare i brani. L’idea è semplice e certo non è il primo esperimento del genere, ma il risultato in questi casi è tutt’altro che scontato, anche avendo a disposizione dei musicisti straordinari come quelli coinvolti nel progetto. Di fatto, nessuno si conosceva prima di arrivare in studio, non ci sono state prove o altro. Tre giorni di musica, questo è tutto quello che la band ha potuto condividere e questo è quello che fuoriesce dalle casse dello stereo una volta dato il via all’ascolto.

Un album di cover di per sé difficilmente è in grado di suscitare enorme scalpore. Alla fine, si tratta di brani slegati tra loro, che un gruppo cerca di ricondurre più o meno al proprio stile, tributando onori alle proprie fonti di ispirazione e anche a sé stesso. Nel caso di una band composta per l’occasione da musicisti che non si sono mai conosciuti prima, sembrerebbe molto difficile poter parlare di uno "stile proprio", se non quello che riuscirà a tirar fuori dal cilindro il "direttore d’orchestra". In questo caso, Paul Personne, il quale si occupa in prima persona delle parti vocali, lasciando qualcosa a John Jorgenson e agli altri, invitando la ben più che benvenuta Beverly a dare manforte quando serve una voce femminile per spezzare un po’ il ritmo e dare varietà. Eppure, è indubbio che le reinterpretazioni, tutte di marcato e classico stile blues, siano anche piuttosto omogenee a livello stilistico, pur andando a pescare anche nel rock e nel folk oltre che al classic blues. Non sorprende quindi trovare Bob Seeger, Tom Waits, Janis Joplin o Bob Dylan a fianco dei giganti del blues Elmore James, Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Willie Dixon. Quello che sorprende piuttosto è appunto la maturità e la personalità con la quale tutti i brani vengono ricondotti ad uno stile ben preciso, nel quale Personne si trova perfettamente a suo agio e nel quale riesce a coinvolgere tutti gli altri. Lo stile dei chitarristi sembrerebbe quanto di più lontano l’uno dell’altro, col maestro Ford immediatamente riconoscibile dallo stile morbido e appassionato, a cavallo tra blues e jazz e Thal dall’impronta più rock e immediata, ma altrettanto tecnica e virtuosa. Il connubio funziona alla grande e non sono assolutamente da sottovalutare gli interventi dello stesso Personne e di Jorgenson, fenomenale polistrumentista che donano ulteriore spinta alle già roventi interpretazioni dei colleghi. Chiaramente, da una band creata per l’occasione non si possono pretendere degli arrangiamenti perfetti e curati nei minimi dettagli, ma il lavoro fatto in tal senso è davvero egregio e anche se non manca la sensazione di jam session, che lascia ampi prosceni al lavoro solista dei tanti interpreti, ciascun brano viene interpretato con cura e attenzione e mai si dimostra solo palestra per l’esibizione muscolare dei musicisti. Come non esaltarsi ad esempio alla rovente versione di Fire Down Below graziata dalla bella interpretazione della Scott e squassata dagli assoli incrociati delle chitarre o la grandiosa Tell Me, condotta da Personne e Jorgenson? Lo stile di Thal emerge invece ad esempio nei vari fraseggi che accompagnano Little Red Rooster, nella quale il chitarrista statunitense dà vita a interventi dallo stile ricercato e al contempo aggressivi, che danno nuova luce alla canzone. Apoteosi della prima parte del disco è indubbiamente la strepitosa versione del classico I Don’t Need No Doctor, nella quale tutti i musicisti cantano e danno il loro meglio in fase solistica, per un highlight garantito. Come è giusto che sia, tanto lo stile quanto le qualità dei singoli vengono fuori in maniera più compiuta quando più spazio viene loro garantito, ma in questo Paul Personne si rivela ottimo direttore, lasciando a ciascuno modo di esprimersi, senza per questo tenersi troppo in disparte ed anzi mettendosi in più di una occasione in primo piano, come in One Good Man, canzone di Janis Joplin nella quale ritroviamo anche l’ottima Scott. Altro ottimo brano risulta It’s All Over Now, traccia dotata naturalmente di un ritmo saltellante che ricorda ad esempio i blues dei Doors come Love Me Two Times e viene esaltata dal refrain e dall’inevitabile parte solistica. Chi ricorda la versione della Allman Brothers Band, farà fatica a riconoscere invece Trouble No More, classico di Muddy Waters qua completamente reinterpretato, ma sempre di grande impatto grazie ad un nuovo arrangiamento del riff portante e allo straripante e urlante assolo di Thal. In effetti risulta difficile citare episodi realmente meno convincenti, per quanto non sempre l’interpretazione vocale di Personne riesce a tirar fuori il meglio del brano: ad esempio, Little Red Rooster e You’re Killing My Love soffrono un po’ la mancanza di una timbrica più robusta e graffiata. Ma si tratta davvero di un particolare rispetto al complesso mastodontico di tredici brani per quasi settanta minuti di grande musica.

Ci sono inevitabilmente molti modi di ascoltare Lost in Paris Blues Band. Il primo è quello di considerarlo per quello che è: un’occasione inaspettata colta al volo da alcuni grandi musicisti, per divertirsi e registrare qualcosa in giorni che altrimenti sarebbero stati semplicemente sprecati. La seconda è quella di cogliere la grande lezione offerta da una musica universale come il blues, di legare talenti che pure non si erano mai conosciuti, al punto da offrire a ciascuno di loro l’occasione di ritrovarsi e raggiungere così un feeling e un’unione probabilmente anche del tutto inattesa. Infine, l’occasione per gustare dell’ottima musica, suonata da interpreti d’eccezione, che hanno trovato un miracoloso quanto inaspettato equilibrio, al di fuori dalle logiche di mercato e ascrivibile alla pura magia della musica e del suonare assieme. Oppure, si può derubricare il tutto come puro esercizio di stile, privo di reale spessore artistico e ascrivibile alla categoria del divertissment puro e semplice. Sarebbe difficile in effetti negare che questo è il presupposto da cui tutto nasce. Non è il disco che cambierà la storia della musica, questo è fin troppo evidente e non ne ha certo la pretesa. Eppure, come negare che l’ascolto si riveli così spesso dannatamente piacevole, semplice, gioioso, tanto che è quasi palpabile l’atmosfera respirata in quello studio? Come non notare lo straripante talento che esce fuori da ogni angolo di questi brani? Quanti inutili album o progetti tirati su a forza e del tutto privi della minima ispirazione abbiamo ascoltato sforzandoci di trovarci qualcosa di valido a cui aggrapparci disperatamente per salvare il tutto, solo in virtù dei nomi in copertina? Ecco, Lost In Paris Blues Band non è niente di tutto questo. Qua c’è dell’ottima musica, suonata con passione ed enorme divertimento da alcuni strepitosi musicisti, uniti dal desiderio di divertirsi e far divertire, suonando una musica amata e conosciuta da tutti. Niente di più e niente di meno. Le parti solistiche sono semplicemente meravigliose, così come il competente e perfetto accompagnamento ritmico della coppia Reveyrand/Arnaud; le versioni tutte ben organizzate e gestite nel ridotto tempo a disposizione da Paul Personne, coadiuvato dal talento e dalla disponibilità degli altri. Non c’è davvero altro da chiedere ad un disco che potrebbe essere tranquillamente usato come sottofondo, ma si dimostra capace di attirare l’attenzione praticamente nella sua interezza. Potete farne a meno, ma farete un regalo a voi stessi ascoltandolo e ricordando che a volte la musica è davvero solo questo: magia, talento, divertimento e occasioni da prendere al volo.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
95 su 4 voti [ VOTA]
Dani3121
Lunedì 31 Luglio 2017, 18.06.23
2
Disco strepitoso,ma con questi personaggi era quasi scontato.
LORIN
Domenica 5 Marzo 2017, 20.04.05
1
E' un disco bellissimo, musicisti eccezionali che danno una prova di bella musica a dir poco eccezionale e poi io adoro Robben Ford. Complimenti per averlo segnalato questo disco.
INFORMAZIONI
2016
earMUSIC
Blues
Tracklist
1. Downtown
2. Fire Down Below
3. Little Red Rooster
4. I Don’t Need No Doctor
5. One Good Man
6. Tell Me
7. You’re Killing My Love
8. It’s All Over Now
9. Trouble No More
10. Evil Gal Blues
11. I Can’t Hold Out
12. Watching The River Flow
13. Driftin’ Blues (Acoustic Version)
Line Up
Paul Personne (Voce, Chitarra)
Robben Ford (Chitarra, Piano, Voce)
Ron Thal (Chitarra, Voce)
John Jorgensen (Chitarra, Tastiera, Organo, Piano, Wurlitzer, Chitarra)
Kevin Reveyrand (Basso)
Francis Arnaud (Batteria)
Beverly Jo Scott (Voce su tracce 2, 5, 10)
 
 
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