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Bob Seger - Seven
08/03/2017
( 262 letture )
La carriera di quel magnifico rocker che è Bob Seger inizia oltre mezzo secolo fa, a metà degli anni Sessanta. Parliamo ormai di quasi due generazioni e di svariate ere geologiche musicali. Difficile non riconoscere nel cantautore, chitarrista, organista, pianista, proveniente da Detroit, uno dei personaggi più importanti del secolo scorso in ambito rock statunitense. Parliamo di un vero capostipite, uno di quelli che ha dettato le regole per tutti in ambito e che ha influenzato in maniera diretta altri campioni del genere come Jackson Browne, Tom Petty, Bruce Springsteen, fino ai vari John Mellencamp, Waylon Jennings e via discorrendo. Eppure non si può dire che le cose per Seger siano sempre girate al meglio, anzi. Se il primo album pubblicato risale infatti al 1969, a nome The Bob Seger System, il successo vero per il musicista arriverà solo diversi anni e molti album dopo, nella seconda parte degli anni Settanta, che saranno anche il momento di maggior gloria, tanto compositiva quanto di vendite. Una volta raggiunto l’agognato status, infatti, Seger andrà incontro ad una sempre maggior crisi di ispirazione, tanto che dei diciassette album pubblicati finora, solo cinque hanno visto la luce dopo il 1980. Questo ha senz’altro limitato la diffusione della musica di questo grande rocker al pubblico statunitense, mentre in Europa solo i maggiori successi troveranno spazio, a partire dall’immortale Old Time Rock’n’Roll, per passare dall’inno Night Moves e da quella che, grazie ai Metallica, è diventata la canzone simbolo per chi poco o niente sa di Bob Seger, Turn the Page. Di questa lenta e lunga ascesa, Seven costituisce una tappa fondamentale: si tratta infatti del primo album nel quale troviamo l’assetto che diventerà quello classico e universalmente riconosciuto, con la formazione della Silver Bullet Band, che d’ora in avanti accompagnerà sempre il musicista e ne diventerà parte del mito. Assieme al precedente Back in the ‘72 e al successivo Beautiful Loser, inoltre, Seven andrà a costituire gran parte del repertorio che ritroveremo poi nel fondamentale Live Bullet, album della svolta nel 1976 e disco dal vivo tra i più importanti e iconografici di tutto il decennio. Si tratta infine di uno dei dischi più compatti, omogenei, più fortemente rock e di maggior qualità complessiva tra quelli rilasciati nell’intera carriera dell’artista. Tutto questo, senza neanche entrare in classifica.

La proposta musicale contenuta negli album di Seger è facilmente identificabile con l’inafferrabile genere chiamato “heartland rock”: una sorta di mistura ondeggiante tra rock, rock’n’roll, blues, bluegrass, country, folk e quant’altro sia capace di raccontare la periferia americana, le sue grandezze e le sue miserie, le luci delle grandi città, la promessa del "sogno americano" e tutto quello che significa spezzarsi la schiena per pochi soldi, sognando un giorno di farcela, mentre il tempo passa e la vita piano piano ti scava dentro segni che niente potrà più cancellare. La poetica di Seger è quindi presto identificata ed è diventata nel tempo palestra e ispirazione per tutti quelli che, arrivati dopo di lui o anche contemporanei, hanno saputo capirne la profondità e le robuste radici nel vero cuore degli States, quello lontano da Beverly Hills o Manhattan, il cosiddetto "paese vero", fatto di cameriere, contadini, operai, attori in cerca di una parte e musicisti a caccia di un pubblico. Il tutto senza mai rinunciare a porre la musica al pari del messaggio da essa veicolato.
Seven è un album diretto, con pochissimi fronzoli e molta sostanza e per il genere si presenta decisamente aggressivo e carico di groove e velocità, fin dall’opener Get Out of Denver, rock ad altissimo voltaggio nel quale la band dimostra subito di aver già raggiunto un grande affiatamento e la velocissima strofa doppiata si confronta con le parti di chitarra e il già ottimo primo assolo. Una entrata che rende l’idea di quella che sarà l’atmosfera dell’album: canzoni brevi (nove per un totale di neanche trentun minuti), rette dagli strumenti e dalla splendida voce di Seger, con un gran profluvio di chitarre a dare lustro. Un assetto confermato dalla più cadenzata Long Song Comin' nella quale la chitarra dell’ospite Dave Doran è letteralmente straripante, incontenibile, a malapena mitigata dalla sezione fiati che sottolinea il refrain. Ancora rock sostenuto con Need Ya, caratterizzata dalla slide e dalla voce graffiata del band leader, che mostra qui la sua versatilità e l’ottima estensione. Ma il meglio Seger lo riserva nella successiva School Teacher, ancor più arroventata, col suo rock/blues che tanto sembra aver ispirato Van Halen e quanti altri hanno affrontato il tema; qua il cantante raggiunge il limite della propria estensione e Bill Mueller fa del suo meglio per tirare fuori assoli da urlo dalla sua chitarra. Chiude questa prima arrembante sezione Cross of Gold, forse addirittura la più "pesante" tra le composizioni di Seven, col suo rock’n’roll ipervitaminizzato e l’ennesima bordata di assoli di alto livello tecnico. Dopo una prima parte così veemente, è il momento di tirare il fiato, ma solo da un punto di vista ritmico. UMC (Upper Middle Class) è infatti uno dei classici del cantautore americano ed anche uno spietato ritratto della medio/alta borghesia, messa alla berlina nei suoi vizi e nel suo finto liberalismo egoista:

I want a pool to swim in
Fancy suits to dress in
Some stock in GM and GE
An office in the city
Secretary pretty
Who'll take dictation on my knee
I want a paid vacation
Don't want to have to ration
A thing with anyone but me
And if there's war or famine
Promise I'll examine
The details if they're on TV
I'll pretend to be liberal but I'll still support the GOP ("Great Old Party", nomignolo del Partito Repubblicano)
As part of the UMC
I want to be a lawyer
Doctor or professor
A member of the UMC


Anche Seen a Lot of Floors prosegue nella vena ironica, con un andamento disincantato dettato dal piano e dalla ritmica e illustrando il caso di un incontro non casuale con una ragazza che cerca disperatamente di infilarsi nella camera del "famoso cantante". Ben più romantica e carica di pathos 20 Years From Now, bellissima ballad con una interpretazione calorosa e misurata di Seger, ancora accompagnato dal piano. Chiude il disco All Your Love, che recupera un po’ di dinamismo, ma tutto sommato conferma una seconda parte di album più pacata e tranquilla da un punto di vista ritmico.

Seven è stato giustamente definito un "classico perduto", ossia un album che ha tutti i crismi per essere considerato un classico, anche se in pratica non lo è stato. In effetti, l’unico segno del suo passaggio fu un ottantesimo posto nella classifica di Billboard per il singolo Get Out of Denver, che non fu comunque capace di trascinare l’album a maggior successo. Anche questa volta, ed eravamo al settimo disco pubblicato, la fortuna si sarebbe fatta inutilmente aspettare. Al di là di questo, il disco di per sé resta tutt’oggi inattaccabile dal tempo e dalle mode, con la sua prima parte di forte stampo rock, contenente alcuni dei brani più aggressivi dell’intera carriera di Bob Seger e una seconda parte più morbida, ma non per questo meno pregnante. La formazione della Silver Bullet Band lascia subito il segno consegnandoci alcuni brani diretti, tosti, con delle splendide parti soliste e una carica davvero notevole. Seger dal canto suo mette la firma sotto nove canzoni praticamente perfette, offrendo poi il suo contributo col piano e con la sua bellissima voce. L’unico difetto, se proprio è necessario trovarne uno, potrebbe essere l’assenza di un brano "epico", come è nelle corde del compositore di Detroit, ma è veramente un voler cercare il pelo nell’uovo. Quello che conta è che si tratta senza dubbio di uno dei migliori album composti da uno dei più importanti autori della scena rock statunitense e che merita assolutamente di essere ascoltato e scoperto da tutti gli amanti di queste sonorità e non solo. Per chi fosse in vena di curiosità, resta da segnalare che in molte edizioni, sotto al nome dell’artista e al titolo del disco, compare la parola "Contrasts", il che ha generato numerose controversie, tra chi riteneva che il disco avesse due titoli o che il titolo fosse Seven Contrasts o ancora altre interpretazioni fantasiose. In realtà, si tratta semplicemente del titolo dell’opera che troviamo in copertina, che è stato poi tolto in successive ristampe proprio per evitare ulteriori fraintendimenti.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
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Jimi The Ghost
Giovedì 9 Marzo 2017, 21.52.24
1
È decisamente un classico perduto. Almeno lo è per me e per il buon Saverio. Plausibile ignorarlo, fu così nel periodo della sua pubblicazione, ma necessario e fondamentale rimembrarlo oggi più che mai. A volte Siamo spesso da biasimare in questo. Un disco dal potenziale intrinseco successo radiofonico, ma che, malgrado tutto, non fu proprio così. Tracce essenziali, fluide e puriste, con uno Jim McCarty in grande spolvero come nelle esibizioni piu rappresentative e conosciute. Non aggiungo altro alla splendida review di Saverio, ma posso solo suggerire di ascoltarlo e magari provvedere a rispolverare altro dischi di questo squisito rappresentante di una periodo musicale oltremodo a me caro. Un saluto Jimi TG
INFORMAZIONI
1974
Palladium/Reprise Records
Rock
Tracklist
1. Get Out of Denver
2. Long Song Comin'
3. Need Ya
4. School Teacher
5. Cross of Gold
6. U.M.C.
7. Seen a Lot of Floors
8. 20 Years From Now
9. All Your Love
Line Up
Bob Seger (Chitarra, Voce)
Drew Abbott (Chitarra solista)
Rick Manasa (Organo, Pianoforte)
Chris Campbell (Basso)
Charlie Martin (Batteria)

Bill Mueller (Chitarra solista su traccia 4)
Chris Campbell (Basso su traccia 4)
Randy Meyers (Batteria su traccia 4)

Nashville Musicians
David Briggs (Pianoforte)
Tom Cogbill (Basso)
Ken Buttrey (Batteria)

Musicisti Ospiti
Charlie McCoy (Chitarra ritmica su brani 1,3)
Jimmy McCarty (Chitarra solista su tracce 1, 7, Chitarra slide su traccia 3)
Bobby Woods (Pianoforte su traccia 8)
John Harris (Organo su traccia 8)
Dave Doran (Chitarra solista su traccia 2)
Tom Cartmell (Sassofono su tracce 2, 7)
Robin Robbins (Mellotron su traccia 9)
 
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