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Alessio Forlani - Alameda Gardens
13/03/2017
( 1032 letture )
Il destino dei dischi solisti per chitarra elettrica sembra seguire invariabilmente quello del genere che ha eletto questo strumento a suo simbolo. Parliamo naturalmente del rock, che col passare delle decadi celebriamo come morto di quando in quando, suscitando poi le piccate risposte dei milioni di persone che ancora lo seguono e lo vivono come parte della propria identità e non accettano di vederlo ridotto ad una nicchia sempre più ristretta e divisa. Vera o meno che sia questa presunta decadenza, sembra però inevitabile segnalare come l’album del musicista solista sia in effetti diventato materia per pochi: le uscite sono sempre più sporadiche, se non da parte dei maestri ormai riconosciuti e affermati, mentre una nuova generazione di musicisti fa sempre più fatica ad emergere, non trovando riscontro da parte di un mercato che ha smesso da tempo di investire seriamente nei talenti, ma cerca piuttosto di sopravvivere sulle proprie glorie, dando lustro al presente solo in pochi e ormai rari casi. A fare le spese di questo stato di cose sono inevitabilmente quanti, magari dopo anni di gavetta, arrivano a concludere un percorso artistico con la realizzazione di un album, frutto di duro lavoro oltre che di vera passione e, loro malgrado, non trovano un pubblico a cui presentarlo o qualcuno disposto a promuoverlo come meriterebbe. Non parliamo poi di sfruttare questo primo passo per lanciare una carriera discografica. La via dell’autoproduzione diventa quindi veicolo per cercare di portare la propria musica oltre la prima barriera, quella della diffidenza o ancor peggio, dell’indifferenza, per poi sperare di arrivare alle orecchie ed al cuore di quegli appassionati ancora capaci di smuovere attenzione e convincere qualcuno a fare la fatidica chiamata.
La storia di Alessio Forlani, così come il suo curriculum, parlano da soli: dopo gli studi presso la prestigiosa accademia Lizard, inizia la propria carriera come musicista e turnista (Edipo e il suo Complesso), anche in numerose tribute bands, diventa endorser e Product Specialist per Marvit Guitars e membro fisso del gruppo pop rock Giorni Anomali. Presso Viterbo apre il Clockbeats Studio assieme al collega Riccardo Aquilani e partecipa a numerosi album come ospite. Parallelamente, continua a scrivere i brani per la propria carriera solista e circondatosi di alcuni amici e colleghi, tra i quali Gianmarco Colzi (Litfiba), Marco Cattarossi, Fabrizio Morganti e Francesco Cherubini, registra, mixa e produce questo primo album da solista.

Si potrebbe giustamente far notare a questo punto che se i dischi solisti per chitarra sono diventati sempre più rari e sempre più preda di pochi appassionati, non è solo per la decadenza del genere rock, quanto piuttosto per l’estrema difficoltà di trovare temi melodici e sviluppi compositivi che fossero abbastanza forti da sostenere degli album che non fossero solo ossessive masturbazioni dello strumento, prive di un qualsiasi spessore artistico e atte unicamente a dare dimostrazione di una tecnica che finisce per diventare ridicola e fine a se stessa. Obiezione questa talmente forte, da far passare in secondo piano ogni altro discorso e che però non si adatta minimamente ad Alameda Gardens. Il lavoro di Forlani ha invece nel suo patrimonio artistico una forte connotazione ottantiana, che fa scuola a musicisti come Van Halen, Steve Vai, Jeff Beck, Steve Lukather e perfino Gary Moore, mantenendo un radicamento solido in campo hard rock/metal e, con esso, un concetto di canzone che resta primario ed evidente. Le composizioni contenute in Alameda Gardens sono infatti palesemente dotate di una struttura, di crescendo e diminuendo dinamici sensati e strumentali al brano, non all’esibizione tecnica. Certo quest’ultimo aspetto non passa assolutamente in secondo piano e rivela una formazione più che valida, perfino ottima. Ma non è questo che l’ascolto dei brani fa emergere in prima battuta. Il gusto melodico e l’ottima composizione della scaletta, centrata tra brani più veloci e brani di atmosfera, tra i quali troviamo anche qualche peculiarità, come le influenze di musica classica, fusion e jazz che vanno ad arricchire il bagaglio di partenza, garantiscono una tensione positiva lungo tutto il disco e alcuni momenti, invero affatto rari, di pura esaltazione strumentale. Forlani si dimostra peraltro musicista completo, intervenendo anche al basso in alcuni tracce e utilizzando negli arrangiamenti precisi e mirati interventi di tastiera e sintetizzatore, come nell’intro di Sparta, dove creano quella giusta tensione atta a far esplodere il riff della chitarra a sette corde, che ne amplifica la potenza, doppiata dal basso. La chitarra acustica fa invece da padrona in Alameda’s Flowers, canzone dal substrato “mediterraneo” e flamenco che ricorda i lavori di Al Di Meola e trova una sua esaltazione nei fraseggi di Forlani e nel crescendo elettrico di splendida fattura melodica e tecnica. Nel mezzo troviamo Absolution, canzone che si destreggia tra una strofa più nervosa e articolata e aperture melodiche che ne mostrano il potenziale dinamico e la particolare struttura. Da notare come la vena più dura venga spesso fuori rimarcando pezzi come Lords of the Sky, Mechanical Breath e Red Spiders on the Sink Handle, canzoni che condividono la struttura, la spinta dinamica e l’evoluzione, tipicamente rock e nelle quali la chitarra di Forlani rincorre sé stessa in virtuosismi continui mantenendo un ritmo sostenuto e sublimato dalle costanti aperture sui refrain, come una sorta di sfogo dal costante livello compositivo. Più particolare invece la natura di un brano come Wat Food Market, nel quale rock, fusion e musica etnica si avvicendano creando una tavolozza multicolore che richiede ben più di un ascolto per essere apprezzata a fondo, a partire dal giro di basso che ricorda vagamente L’Ombelico del Mondo, per passare poi alle variazioni sul tema melodico, che confermano la tendenza del compositore di creare una tessitura di partenza, dalla quale poi partire in arricchimenti sempre più estesi e pregnanti, per poi tornare al punto di partenza e ricominciare il gioco e che si congeda con un pezzo di chitarra jazz da applausi. Il riff di apertura di Not that Man Anymore ricorda Hendrix e l’alternative novantiano ed apre una seconda parte di album più votata alla riflessione e all’emozione. Si fa notare in questo brano l’ottenimento di un effetto steel guitar che arricchisce ulteriormente lo spettro di soluzioni utilizzate. Epicentro ed apice emozionale del disco sono i due brani Fluorescent Isometric Pyramids e Sleeping Beauty. C’è del kitsch in un titolo come il primo, che rimanda a Steve Vai e Liquid Tension Experiment, ma di per sé, la canzone è un vero tripudio di pathos, con qualche influenza barocca nel modo di composizione del riff portante ed una parte centrale nella quale compaiono archi sintetizzati e una tensione che conferma le grandi capacità dinamiche di Forlani e dei musicisti coinvolti. Il richiamo più vicino è naturalmente For the Love of God di Steve Vai, ma l’arrangiamento del brano è decisamente più moderno nelle sonorità e più frammentato nello sviluppo, quasi ad incamerare alcuni aspetti del post rock più recente. Sleeping Beauty come suggerisce il titolo, è invece più romantica ed indolente nelle note iniziali, rette da un arpeggio di pianoforte sul quale la chitarra intesse i propri movimenti, prendendo poi il proscenio in una inesausta esaltazione ascensionale che chiude il disco lasciando stupiti ed esaltati.

Probabilmente, troppi musicisti hanno approfittato della pazienza del pubblico incidendo album inutili, strapieni di esercizi tecnici e mirabolanti giochi di prestigio senza alcuna valenza musicale. Probabilmente, la chitarra non è più lo strumento capace da solo di ammaliare e catturare l’attenzione dell’ascoltatore ormai smaliziato da decenni di virtuosismi ai massimi livelli. Probabilmente, il mercato discografico attuale, indolente e spaventato, preferisce il guadagno facile e immediato, piuttosto che l’investimento e, con esso, la capacità di influenzare e orientare i gusti di un pubblico distratto e annoiato dalla troppa offerta inconsistente. Eppure, è difficile accettare che un disco come Alameda Gardens possa correre il rischio di restare nell’ombra. Il lavoro tecnico, strumentale e compositivo compiuto da Alessio Forlani, il perfetto equilibrio raggiunto in studio che non fa in alcun modo rimpiangere produzioni milionarie dando invece spessore, potenza e profondità alle composizioni, sono di livello internazionale. Non capita spesso di sentire in Italia album di questo spessore e di questa cura maniacale per il dettaglio. Se vogliamo trovare un difetto, questo consiste forse nella concezione stessa dell’album, vagamente retrò nello stile e nella struttura. Eppure, a suo modo questo rappresenta anche il suo valore, donando ad un disco dalle sonorità assolutamente moderne, un aspetto di classico che non guasta affatto. Non sono poi tanti gli album di settore capaci di emozionare e coinvolgere un ascoltatore anche medio e non addetto ai lavori. Alameda Gardens è uno di questi. Non è il disco sperimentale che sposta le barriere dell’esperienza musicale e crea nuovi stili e tendenze, questo no. E’ un disco suonato, composto e prodotto magnificamente, che sa reggere il pathos per tutta la sua durata senza annoiare, ma mostrando invece una notevole apertura compositiva e un bagaglio tecnico ampio e maturo. La musica in questo caso parla da sola, basta volerla ascoltare.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
80.1 su 10 voti [ VOTA]
Alessio Forlani
Venerdì 24 Marzo 2017, 8.36.47
6
Ringrazio la redazione e coloro che hanno commentato così carinamente. Sappiate che le vostre parole valgono molto per me. Saluti.
Marco
Sabato 18 Marzo 2017, 16.16.10
5
Un grande, grandissimo album ... di un grande, grandissimo musicista.
Jimi The Ghost
Venerdì 17 Marzo 2017, 21.29.54
4
Ho ascoltato solo il teaser, molto poco per delineare un così nutrito lavoro e tantomeno tentare di esprimere un possibile giudizio soggettivo. Inoltre Lungi da me farlo. Certamente, in questo lavoro, traspare molta consapevolezza e molta, molta qualità tecnica e visione d'insieme con il desiderio di andare ben oltre la tecnica fine a se stessa. I Suoni, gli stili che ricalcano chiaramente i maggiori esponenti del chitarrismo, nonché i setup sono tutti molto curati e ineccepibili. Elementi Rari, anzi rarissimi nelle (auto)produzioni prettamente shred. Se non ricordo male, Ho più volte espresso la mia indissolubile convinzione che i chitarristi italiani hanno fatto passi enormi nella didattica ed oggi hanno ben poco da invidiare ai nostri colleghi esteri: insomma sono straordinari musicisti, come lo è questo giovane Forlani. Sono certo che presto lo vedrò turnista nelle più disparate band internazionali e nazionali, non potrebbe essere diversamente, ma nel contempo mi auguro che possa continuare la durissima strada del solista shred , magari delineando con maggiore definizione, dettaglio e impronta stilistica la propria identità di musicista solista delle sei corde. Bravo Alessio, avanti così! Un saluto. Jimi TG.
Carlo
Venerdì 17 Marzo 2017, 21.05.54
3
Complimenti! Sei forte! In bocca al lupo per la tua carriera.
drinkyourblood
Venerdì 17 Marzo 2017, 20.40.27
2
Grande album. Per me voto 90!
Alessio
Venerdì 17 Marzo 2017, 20.05.22
1
Album stupendo!
INFORMAZIONI
2017
Autoprodotto
Shred
Tracklist
1. Sparta
2. Absolution
3. Alameda’s Flowers
4. Lords of the Sky
5. Wat Food Market
6. Not That Man Anymore
7. Fluorescent Isometric Pyramids
8. Mechanical Breath
9. Red Spiders on the Sink Handle
10. Sleeping Beauty
Line Up
Alessio Forlani (Chitarre, Basso su tracce 4,9)
Dado Neri (Basso su tracce 1, 10)
Stefano Capocecera (Basso su traccia 2)
Mark Epstein (Basso su traccia 3)
Diego Imparato (Basso su traccia 5)
Marco Cattarossi (Basso su tracce 6, 7, 8)
Francesco Cherubini (Batteria su tracce 1, 4, 8, 9, 10)
Fabrizio Morganti (Batteria su tracce 2, 6)
Gianmarco Colzi (Batteria su tracce 3, 5, 7)
 
 
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