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Tim Buckley - Blue Afternoon
13/03/2017
( 406 letture )
Ogni volta che si torna a parlare di Tim Buckley c’è un dato numerico che spicca in modo impressionante: i nove studio album pubblicati in appena otto anni, tra il 1966 e il 1974. Se si lasciano da parte le varie raccolte e album dal vivo, usciti tutti postumi, stiamo parlando di una delle discografie più invidiabili che un musicista attivo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta possa vantare. L’artista nativo di Washington, fresco di rescissione con l’Elektra Records, etichetta che aveva pubblicato i tre dischi precedenti, legò il suo nome a quello di Frank Zappa e Herb Cohen firmando per la Straight Records, con cui pubblicò solo un altro album, ovvero Starsailor, mentre Lorca uscì ancora sotto l’egida della Elektra. Blue Afternoon, inizialmente disponibile soltanto in formato LP e ristampato come CD nel 1989 per conto dell’etichetta Enigma Retro e per il solo mercato statunitense, fu il secondo disco che Buckley realizzò nel 1969, uscito ad appena quattro mesi di distanza dal precedente Happy Sad. Ancor più incredibile se si pensa che nello stesso periodo in cui Blue Afternoon venne registrato, Buckley lavorò anche ai successivi Lorca e Starsailor. Stiamo quindi parlando del periodo più prolifico dell’artista statunitense, periodo che terminò proprio dopo la pubblicazione di Starsailor, tra il 1970 e il 1971, quando Buckley, per via dello scarso riscontro commerciale dei suoi lavori, cadde vittima della depressione nonché dell’abuso di alcool e droghe, che lo portarono a spegnersi appena ventottenne nel 1975. Ma tornando sui nostri passi, coi piedi ben saldi all’anno d’oro 1969, è ora di “lasciarci il futuro alle spalle” e immergerci una volta per tutte in quel capolavoro che risponde al nome di Blue Afternoon.

Sulla scia di un album come Happy Sad, le tracce presenti in Blue Afternoon enfatizzano aspetti come la sperimentazione vocale e le sonorità eteree, a cui si aggiunge un’atmosfera perennemente malinconica, anche nel caso di un brano tutto sommato sereno come Happy Time, posto proprio in apertura forse anche per concederci un po’ di respiro iniziale e introdurci al disco in maniera pacata. Molto più cupo è invece il velo che permea la successiva Chase the Blues Away, in cui gli strumenti acustici, col loro suono morbido ed una presenza appena accennata, accompagnano con estrema delicatezza la voce di Buckley. Con I Must Have Been Blind si torna a toni più leggeri, dal sapore romantico, pur con la consueta dose di malinconia. Importante è l’apporto del vibrafonista David Friedman, già conosciuto proprio nel disco precedente, senza il quale l’album perderebbe davvero molti dei suoi tratti peculiari. Naturale prosecuzione di un pezzo come I Must Have Been Blind è The River, deliziata proprio dal dolce e vivace suono del vibrafono; si tratta però di un brano, per così dire, di passaggio: non tra i più significativi, ma allo stesso tempo importante per tracciare ulteriori linee guida della direzione musicale intrapresa in questo disco. I toni bassi contrapposti a quelli alti della voce di Buckley caratterizzano So Lonely, un brano breve ma intenso proprio per via di questi cambi di registro a cui ci ha abituato nel tempo il cantautore americano. La soavità del brano successivo, Cafe, è ciò che più rende immortale ed indimenticabile un lavoro come Blue Afternoon: qui Tim Buckley raggiunge vette elevatissime a livello esecutivo e d’interpretazione, con una sezione strumentale appena percepibile sullo sfondo a risaltare ancor di più ogni singola frase ed ogni singola parola del testo. Ma proprio quando pensavamo di aver già raggiunto l’apice, ecco arrivare Blue Melody, tipico pezzo da locale blues/jazz, di quelli eseguiti in solitaria su uno sgabello mentre nuvole di fumo avvolgono come in un magico velo il musicista e il suo strumento, schermandolo ed isolandolo dal pubblico, quasi a voler sottolineare la sua singolarità, la sua eccezionalità. Qui ovviamente non va dimenticata la presenza di una sezione strumentale di assoluto livello, a cui oltretutto si aggiungono le congas di Carter C.C. Collins, musicista che più volte ritroviamo accreditato nei dischi di Buckley. A chiudere il cerchio The Train, brano molto vicino agli otto minuti e tra i più sperimentali del lotto, quasi una prova di forza per le corde vocali di Buckley, che dimostra di possedere una potenza ed un controllo dei propri mezzi al limite del possibile.

Blue Afternoon non è per niente un disco dal facile approccio, tantomeno per un ascoltatore poco abituato a certi mezzi espressivi, ad uno stile così sperimentale e non chiaramente definibile. Ma è proprio negli album usciti tra il 1969 e il 1970 che troviamo il miglior Tim Buckley, tanto è vero che Happy Sad, Blue Afternoon, Lorca e Starsailor sono tuttora considerati i capolavori indiscussi dell’artista statunitense, con minime differenze l’uno dall’altro, evidenziando un processo di crescita sempre maggiore. Blue Afternoon è dunque un album che merita di essere riscoperto e che per essere compreso appieno va riascoltato col senno di poi, tenendo bene a mente il contesto storico-culturale di fine anni Sessanta. Si può parlare di capolavoro, di un’opera frutto di un genio senza tempo, lo si può apprezzare come ammettere che non sia uno stile musicale alla portata di tutti, l’importante è che anche a distanza di tanti anni se ne continui a parlare.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
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Galilee
Martedì 14 Marzo 2017, 21.26.43
1
Bello, bello bello. Personalmente non l'ho trovato molto ostico, soprattutto rispetto ai due successivi. Comunque questo e Lorca sono i miei preferiti di Buckley. Poesia pura.
INFORMAZIONI
1969
Straight Records
Folk Rock
Tracklist
1. Happy Time
2. Chase the Blues Away
3. I Must Have Been Blind
4. The River
5. So Lonely
6. Cafe
7. Blue Melody
8. The Train
Line Up
Tim Buckley (Voce, Chitarra a 12 corde)
Lee Underwood (Chitarra, Pianoforte)
David Friedman (Vibrafono)
Carter C.C. Collins (Congas nella traccia 7)
John Miller (Basso acustico ed elettrico)
Jimmy Madison (Batteria)
 
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