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Fit for an Autopsy - The Great Collapse
15/03/2017
( 613 letture )
L’uomo è naturalmente portato a suddividere il mondo che lo circonda, spesso caotico e complesso, in modo da renderlo intelligibile e comprensibile. Questo processo è effettuato delimitando la realtà all’interno di categorie condivise. Esse sono definite da un’etichetta ed associate a giudizi di valore. Se da un lato la categorizzazione aiuta a capire la realtà, dall’altro la semplifica e la limita in compartimenti stagni. Questo meccanismo, di solito applicato nel mondo sociale, risulta particolarmente vero per quello che riguarda la definizione dei generi musicali. Nell’universo metal, poi, esso è sovente esasperato e polarizzato. Ne risulta un’infinita successione di sottogeneri accompagnata da un altrettanto infinto dibattito. L’indicazione “deathcore“ relativa all’album recensito è da leggere in quest’ottica: essa permette di inquadrare il genere dei Fit for an Autopsy, ma in maniera molto limitante, perché quanto proposto dagli statunitensi è tutt’altro che paradigmatico. Vediamo perché.

Benché il nome possa risultare sconosciuto ai più, i Fit for an Autopsy sono una realtà ampiamente affermata che gode di un notevole seguito, almeno negli Stati Uniti. La band del New Jersey è nata nel 2008 e ha già tre album all’attivo, usciti regolarmente ogni due anni dal 2011. Partiti con un deathcore piuttosto standard, gli statunitensi hanno progressivamente affinato la proposta, soprattutto dal penultimo Absolute Hope Absolute Hell, rilasciato nel 2015. Questo lavoro conteneva già diversi spunti d’innovazione, che giungono a completa maturazione nel qui presente The Great Collapse.
Ciò non significa che i ragazzi di Jersey City abbiano abbandonato il genere di partenza. La musica contenuta in The Great Collapse prende le mosse da una solida base deathcore, i cui elementi costitutivi sono presenti in abbondanza. Le tracce sono generalmente lente e soffocanti, caratterizzate da melmosi riff impostati sui toni bassi e da breakdown molto larghi, spezzati da accelerazioni improvvise. Tutto questo è però condito da diverse influenze esterne, ben riassunte nel singolo Heads Will Hang. Prima fra tutte, l’inserimento di alcune linee vocali in clean, decisamente atipiche per il genere. Non si tratta beninteso di un clean mieloso o pop, ma di un cantato sporcato che può forse avvicinarsi a quello di Sam Carter degli Architects. La musica è arricchita da momenti epici ed evocativi (ad esempio il ritornello di Black Mammoth) ma soprattutto da diverse parti calme e riflessive che in certi punti lambiscono il post rock (Empty Still) o l’ambient (When the Bulbs Burn Out). L’influenza di un certo metalcore contemporaneo è molto forte (Terraform), mentre si segnalano anche alcuni tecnicismi prossimi al technical death metal. Il lavoro portante è compiuto dai tre chitarristi e dal batterista, i quali danno vita ad una prova tecnica spettacolare. Pat Sheridan, Tim Howley e Will Putney, quest’ultimo anche produttore discografico, macinano riff granitici e ribassati, alternati ad arpeggi ed a momenti più dinamici impostati sui toni medio-alti. Il lavoro delle chitarre è piuttosto sofisticato, tanto da richiamare alla mente le ultime produzioni dei Gojira. Josean Orta fornisce una prestazione chirurgica, tra folti tappeti di doppia cassa e pattern più complessi e sincopati, mentre il basso dell’ultimo entrato Peter Spinazola non è molto presente ma contribuisce alla pesantezza globale, come il genere vuole. Il tutto è sovrastato dalla voce di Joe Badolato, un growl piuttosto standard non eccessivamente basso o gutturale, ed i clean di cui sopra. La resa del suono è cristallina, in linea con le grandi produzioni contemporanee. Se da un lato il risultato perde in genuinità e rischia di tendere verso una perfezione impersonale, dall’altro una tale pulizia è necessaria per far risaltare le complesse trame strumentali che pervadono le tracce di The Great Collapse. Il suono dell’album è infatti molto complesso, la sua piena assimilazione richiede diversi ascolti. Anche se le canzoni non sono strutturalmente troppo articolate, la stratificazione sonora risultante dall’accostamento delle diverse influenze necessita di tempo per essere capita appieno. Malgrado ciò, le diverse dimensioni presenti sono perfettamente amalgamante fra loro, per un risultato finale compatto e coeso.

Deathcore quindi, ma non solo. Talvolta bisogna diffidare delle amate etichette, che possono occultare più di quanto spieghino, nascondendo per esempio delle realtà interessanti. Come in questo caso. The Great Collapse è lavoro meritevole e consigliato anche agli ascoltatori di musica estrema esterni all’universo deathcore. Chiunque voglia ascoltare una mazzata intelligente, senza chiusure di spirito, potrebbe dargli una chance. Un altro punto interessante è infatti rappresentato dai testi: la band si rifà ad un universo tematico decisamente “conscouis“, sulla scia di diversi gruppi contemporanei, deathcore e non. I Fit for an Autopsy denunciano i problemi e le ineguaglianze del mondo di oggi, dalla guerra allo sfruttamento del pianeta all’inquinamento del clima. Il tutto è affrontato in maniera violenta e negativa, come suggerisce il titolo dell’album, oscuro presagio di una fine ormai alle porte.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
galilee
Domenica 19 Marzo 2017, 18.38.05
1
Bravi zio fà.
INFORMAZIONI
2017
Long Branch Records
Death Core
Tracklist
1. Hydra
2. Heads Will Hang
3. Black Mammoth
4. Terraform
5. Iron Moon
6. When the Bulbs Burn Out
7. Too Late
8. Empty Still
9. Spiral
Line Up
Joe Badolato (Voce)
Patrick Sheridan (Chitarra)
Will Putney (Chitarra)
Tim Howley (Chitarra)
Peter Spinazola (Basso)
Josean Orta (Batteria)
 
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