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Mangog - Mangog Awakens
16/03/2017
( 185 letture )
Spiderman, Hulk, Captain America, Iron Man, i Fantastici Quattro, X-Men… si potrebbe imparare così, a mo’ di litania o di formazione di qualche squadra di calcio che abbia fatto la storia, l’elenco dei personaggi che hanno reso celebre l’esperienza della Marvel Comics nel mondo dei fumetti declinati in modalità cartacea, prima che la celluloide contribuisse a conferire i tratti della definitiva immortalità alle legioni di supereroi e ai supercattivi che ne hanno contrastato le gesta. Al netto di qualche periodo di crisi e con inevitabili cambi di ragione sociale alle spalle, la gloriosa casa editrice si avvia a tagliare il venerando traguardo degli ottant’anni di attività e, tra i prodotti della scuderia che possono vantare visibilità e un pari successo pluridecennale, la striscia di Thor merita sicuramente un posto di primissimo piano.

Ed è proprio alla serie dedicata a questa divinità simbolo della cultura del Grande Nord che un quartetto di ragazzi di Baltimora si è ispirato nella scelta del moniker, puntando su uno dei suoi “competitor”, ultimo erede di una razza aliena planata dallo spazio per sconvolgere il regno di Asgard. Ed eccolo, allora, il misterioso Mangog che campeggia fumettisticamente alle spalle dei Nostri nell’artwork della cover di questo Mangog Awakens, debutto sulle lunghe distanze di un full length a due anni di distanza dall’EP Daydreams Within Nightmares, che aveva preannunciato una nuova promettente nascita artistica sulla scena del Maryland. Stiamo parlando, in realtà, di quattro musicisti tutt’altro che di primo pelo, considerati i dettagli anagrafici e una nutrita serie di apparizioni all’interno di band rimaste prevalentemente confinate nella scena metal dell’East Coast a stelle e strisce (con l’eccezione, forse, del fugace passaggio del drummer Mike Rix alle pelli degli Iron Man o di Bert Hall Jr. tuttora in quota Beelzefuzz), ma la sensazione è che la nuova creatura coltivi velleità di più ampio respiro rispetto al passato e che la formula distillata abbia le potenzialità per trascendere le dimensioni della nicchia finora calcata.
L’orizzonte a cui i Mangog rivolgono convintamente la prua è quello di un doom decisamente d’antan, irrobustito da consistenti contributi stoner che lambiscono approdi psichedelici e da respiri sludge che si affacciano qua e là a sporcare le linee narrative, ma l’atmosfera che conferisce il colore caratteristico al platter è striata da venature decisamente blues e hard rock di stampo classicamente settantiano. Dunque, una sorta di “vintage doom”, potremmo forse sintetizzare, ma a patto di ridurre al minimo la componente anacronisticamente “archeologica” potenzialmente insita in una simile definizione e valorizzando invece il riferimento all’essenzialità che contraddistingueva il genere ai suoi esordi, prima che le contaminazioni successive (peraltro tutt’altro che insalubri, a parere di chi scrive…) modificassero il dna originario consentendo approdi forse di non facile assimilazione, per chi fa risalire tutto alla sacra fonte di Paranoid.

In questo Mangog Awakens, invece, i devoti della tradizione sabbathiana più ortodossa troveranno in ordinato spolvero tutti gli elementi della premiata ditta Iommi/Osbourne, arricchiti e solo in piccola parte trasfigurati dai contributi di quella seconda generazione che si è posta sulla scia dei Maestri e di cui i Saint Vitus sono universalmente riconosciuti come capostipiti, anche in termini di fedeltà al modello. Meno consistenti ma non per questo meno rilevanti, non mancano tra le pieghe dei solchi anche riflessi di altri padri nobili dall’ormai abbondante stagionatura di qualità, dai Pentagram agli stessi Candlemass (sia pure, in quest’ultimo caso, in dosi più omeopatiche che decisive), ma l’impressione di massima è che la resa del quartetto abbia uno stretto rapporto di proporzionalità con l’aderenza alle radici rock/blues, con le foglie più coraggiosamente protese verso la sperimentalità che non riescono ad animarsi di colori davvero vivi.
Finché si parla di elaborare la classicità, però, i Mangog temono pochi confronti, nel panorama contemporaneo; così la sei corde di Bert Hall Jr. si dimostra parimenti efficace sia nella maestosa materializzazione di vapori ad alto tasso di densità, sia negli avvolgenti assoli blues, sia nei riff, dove la velocità finisce per stampare riflessi acidi sull’impianto, riproducendo in qualche passaggio quel clima paludosamente malato da cui la sapiente mano di Kirk Windstein estrae da anni misteriose e divinamente maleodoranti pozioni, coi suoi Crowbar (l’opener Time Is a Prison sembra arrivare direttamente dal gorgogliare di acque reflue nel delta del Mississippi). Non meno convincente, il comparto vocale si avvale dei contributi dello stesso Hall (maestro di nenie sinuose, provare per credere l’intro di Ab Intra) e soprattutto di Myke Wells, ugola dotata di una potenza “sabbiosa” che sembra prelevata di peso dalla migliore scuola stoner ma che non disdegna eccentriche escursioni in territorio “recitativo” (qui Of Your Deceit offre un campionario più che significativo della tavolozza multicolore a disposizione del frontman). Rispondono più che presente all’appello anche Darby Cox e Mike Rix, che pilotano magistralmente la sezione ritmica con note di merito particolare soprattutto nei passaggi più claustrofobici e psichedelicamente orientati, creando le premesse ideali per le incursioni della chitarra, ma senza dimenticare i cadenzati “doveri” figli della seconda anima, hard rock, della band (Into Infamy ne è probabilmente l’istantanea migliore).

Detto dei punti di forza di una proposta comunque godibile nella sua dimensione di “contemporaneizzazione” di augusti stilemi, bisogna però rilevare che in qualche occasione l’attitudine devozionale dei Mangog verso il glorioso passato seventies tende a indulgere in un autocompiacimento che, senza diventare manierismo, nuoce alla freschezza compositiva dell’insieme (convincono poco, in quest’ottica, Modern Day Concubine e Daydreams Within Nightmares). Sul piatto dei malus del platter pesa anche il non felicissimo esito dell’escursione fangosamente muscolare di Meld in territorio stoner-sludge, esperimento sostanzialmente anonimo nell’esito e che traduce plasticamente la citata difficoltà dei ragazzi a mano a mano che ci si allontana dalla rassicurante roccaforte rock/blues. Decisamente molto meglio, allora, ammirare i Nostri alle prese con le spire lente di Ab Intra (che evolvono in un muro massiccio dove Wells si arrampica sfoderando tratti che non sfigurerebbero in coda a una Samarithan, per un possibile trait d’union che avvicini sei lustri pentagrammatici), anche se, dopo un serratissimo testa a testa, forse la palma di best of del platter spetta alla lisergica A Tongue Full of Lies, dove la compattezza del doom viene minata dalla marea montante di onde psichedeliche che aprono anfratti allucinati… e sembra quasi di vederlo, Albert Hofmann, mentre dall’alto rivela al quartetto i segreti psicoattivi della segale cornuta…

Buon debutto in cui gli elementi di interesse superano di gran lunga le debolezze che pure fanno capolino qua e là nel viaggio, ottimamente suonato da interpreti che conoscono alla perfezione gli ingranaggi della macchina doom e dei suoi dintorni, Mangog Awakens è un album che non pretende di riscrivere la storia di un genere e nemmeno di riportare in vita lo scintillio di lontane epopee, ma solo di ricordarci che la musica di qualità merita considerazione anche quando sembra arrivare da epoche il cui ricordo sembra impallidire. Per tutti quelli “che c’erano”, ma anche per quelli che abbiano voglia di tornare alla purezza delle origini di un genere, il nome dei Mangog vale più di un appunto distratto sul taccuino.



VOTO RECENSORE
71
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2017
Argonauta Records
Doom
Tracklist
1. Time Is a Prison
2. Meld
3. Ab Intra
4. Of Your Deceit
5. Into Infamy
6. Modern Day Concubine
7. A Tongue Full of Lies
8. Daydreams Within Nightmares
9. Eyes Wide Shut
Line Up
Myke Wells (Voce)
Bert Hall Jr. (Voce, Chitarra)
Darby Cox (Basso)
Mike Rix (Batteria)
 
 
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