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Qaanaaq - Escape from the Black Iced Forest
17/03/2017
( 438 letture )
Si pronuncia Qaanaaq, le coordinate si collocano a 77 gradi di latitudine nord e 69 in longitudine ovest, la loro intersezione definisce un punto collocato agli estremi del polo Nord in cui possiamo scorgere un villaggio di poco più di 650 anime che funge principalmente da campo di partenza per spedizioni dirette verso l'apice settentrionale della Terra. Il nome di questo minuscolo nucleo urbano è stato scelto come monicker da una band esordiente proveniente da Bergamo e fondata da tre fratelli, Mattia, Luca e Nicola Togni (rispettivamente al basso, tastiera e batteria) con l'intento di connettere idealmente quelle lande fredde ed isolate con una parte delle atmosfere che traboccano dalla musica da loro concepita. I primi passi risalgono a ben sei anni fa, ma in questo lasso temporale, stando almeno alle informazioni in nostro possesso, i Nostri si sono astenuti da cimenti discografici, limitandosi ad evolvere dal primo stadio embrionale alla dimensione di vera e propria band, a cominciare dal completamento della line-up includendo Dario Leidi alla chitarra ed Enrico Perico alla voce.

Riguardo i parametri stilistici riversati nei cinque pezzi che compongono questo album di debutto intitolato Escape from the Black Iced Forest, si può dire che non ci troviamo di fronte a un classico caso di ispirazione “unidirezionale” graniticamente organizzata intorno a un unico filo conduttore; le note promozionali della piccola etichetta Another Side Records suggeriscono che il fil rouge possa essere il doom, ma in verità le indicazioni migliori ci vengono fornite dalla band stessa che, con riferimento alla sua ragione d'esistere, dichiara di coltivare ad ampio spettro una sincera passione nei riguardi del metal e del progressive. Passando alla verifica sul campo dell'ascolto, in linea generale si può parlare di una sottile linea chiamata progressive secondo due livelli interpretativi, il primo che riguarda le numerose influenze elaborate e miscelate (alcune di esse tra l'altro esulano totalmente dall'universo metal, vedasi ad esempio il frangente samba di Untimely At Funerals) e il secondo riconducibile alle costanti venature prog anni '70, da ascrivere in misura più che consistente all'approccio di Luca Togni alle tastiere.

Superato l’impatto estetico di un artwork gradevole e ben curato, possiamo scorgere, focalizzando l’attenzione sulle scelte impiegate in seno alla produzione, alcune lacune che riguardano in particolare il suono delle distorsioni delle chitarre, che mancano in modo decisivo della potenza necessaria a riempire a dovere la pasta sonora. Fortunatamente non si può dire lo stesso del basso e delle tastiere; se è vero inoltre che per le ultime risulta un po' più semplice bucare il mix, non è lo stesso nella maggior parte dei casi per il primo strumento, soprattutto in campo metal. In questo caso assistiamo dunque ad una delle eccezioni, in cui intelligentemente Mattia verte ad enfatizzare le frequenze medie donando al suo basso delle timbriche “nasali” che si rivelano al contempo anomale e piacevoli.

Sempre a livello compositivo si notano le identiche discrepanze: ad un approccio assolutamente minimalista delle chitarre si contrappongono in maniera netta le linee ricercate del basso e delle tastiere che, alla prova dei fatti, finiscono per diventare il motore pulsante di tutta l'economia del songwriting dei Qaanaaq. Conseguenza inevitabile e non indifferente nell’economia del platter, un simile approccio conferisce purtroppo un discreto senso di incompiutezza all’insieme. Riguardo l'analisi dei singoli brani possiamo effettuare una divisione immediata tra “molto bene” e “ehm...”. Il primo giudizio racchiude le tre tracce Eskimo's Wine is a Dish Best Served Frozen, Untimely at Funerals e Red Said it was Green, mentre il secondo include dunque le restanti Body Walks e High Hopes.
In Eskimo's Wine is a Dish Best Served Frozen possiamo individuare una prima parte in cui le tastiere ricamano delle suggestive armonie sfingee sulle quali i restanti strumenti impiantano un tappeto ritmico semplice e funzionale; il buon growl di Enrico Perico si intercala senza nessun intoppo a completarne l'insieme. Ed è verso la metà traccia che sempre Luca Togni stupisce con un guizzo prog che strizza l'occhiolino agli Emerson Lake and Palmer, cambiando momentaneamente gli umori iniziali poi ripresi in direzione del finale del pezzo. I primi secondi di Untimely at Funerals sono ugualmente scanditi dalle mani di Luca, che, stavolta col piano, dipana una sequenza di accordi solenni a cui si uniscono prima i motivi del basso e poi i restanti strumenti. Il mood cambia rapidamente nel susseguirsi di una strofa che calca su figure prettamente ritmiche e un ritornello in cui l'estro del tastierista diviene ancora una volta protagonista tessendo delle venature prog. Ancora una volta, però, si assiste ad un'evoluzione anomala del brano: prima un'inserzione acustica dove la voce in pulito di Perico scandisce un attimo di riflessione, poi la pazzia di un frangente dalle tonalità samba nel quale sia basso che tastiere possono nuovamente mettersi in evidenza. Anche in Red Said it was Green il fulcro attorno a cui ruotano gli altri strumenti risultano essere sempre le armonie ideate dal tastierista; un intro suggestivo e delicato stimola la creatività di Mattia, che puntualmente snoda le sue ricercate linee di basso mentre chitarra e batteria supportano rilegandosi esclusivamente all'ambito ritmico. A questo tema principale si contrappongono una parentesi posta centralmente con l'idea di infondere maggiore movimento e un'altra dalle forti tinte doom a sancire la chiusura del brano.
Passando alle note negative, a non convincere è innanzitutto Body Walks, complice un riff portante un po' banalotto e ingenuo nella sua concezione (nonostante sempre il buon Luca ce la metta veramente tutta nell'infondere maggiore verve possibile costruendo tempestivamente i suoi intrecci bislacchi), ma il vero passaggio a vuoto della tracklist si rivela la cover dei Pink Floyd High Hopes. Ora, in questo contesto è palese che i cinque ragazzi si avventurino in un lavoro di riarrangiamento in funzione delle capacità e mezzi a disposizione; l'approccio vocale in growl potrebbe starci, ciò che invece non si adatta alla concezione originale del pezzo è l'intro, aggiunto paradossalmente quale introduzione all'intro originale, nonché l'evoluzione e la chiusura, nella quale viene completamente omesso quel crescendo che, raggiunto l’apice emozionale, nel modello floydiano colpisce come freccia in pieno petto, magistralmente rappresentato dall'assolo con la lap steel guitar di Gilmour.

Nonostante gli ottimi spunti proposti e il doveroso plauso al “pazzoide” (ovviamente nell'accezione positiva del termine) tastierista Luca Togni, non è possibile spingersi troppo oltre una risicata sufficienza per questo Escape from the Black Iced Forest. A pesare in modo parzialmente penalizzante sulla valutazione complessiva restano un sound incentrato quasi esclusivamente sull'estro compositivo di una singola persona (in questo caso gli equilibri dei componenti, se bilanciati, gioverebbero nell'economia della scrittura dei pezzi), frangenti che seppur validi nella loro concezione risultano incastrati a volte in maniera forzata (facendo così scemare il tipico senso di compiutezza che contraddistingue un pezzo ben strutturato dall'inizio alla fine) e il dato “quantitativo” di un 40% dei brani non esattamente riusciti. Le idee ci sono senza ombra di dubbio ma le armi si possono e si devono affinare meglio. Ad ogni modo, visto i contenuti presentati, per ora ci sentiamo di conferire ai Qaanaaq se non altro lo status di promessa, alle prossime prove del quintetto il compito di mantenerla…



VOTO RECENSORE
63
VOTO LETTORI
78.66 su 3 voti [ VOTA]
Red Shark
Martedì 21 Marzo 2017, 12.23.44
1
Ascoltato sul net. Che dire? Sicuramente un album ancora "acerbo" nel suo essere...ma non nella connotazione tipicamente negativa. Acerbo ma originale, avventato e sicuramente coraggioso. Dunque complimenti ai ragazzi (anche se lo avrei preferito con un taglio più chitarristico)
INFORMAZIONI
2016
Another Side Records
Inclassificabile
Tracklist
1. Body Walks
2. Eskimo's Wine is a Dish Best Served Frozen
3. Untimely at Funerals
4. High Hopes
5. Red Said it was Green
Line Up
Enrico Perico(Voce)
Dario Leidi (Chitarra)
Mattia Togni (Basso)
Luca Togni (Tastiera)
Nicola Togni (Batteria)
 
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