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Vis - Vis et Deus
20/03/2017
( 326 letture )
Ci sono diversi tipi di album musicale, a prescindere dal loro genere di appartenenza. Album di successo, che hanno fatto la storia di un genere, considerati dall’unanimità dai capolavori. Album non particolarmente innovativi ma buoni, ben composti e suonati. Album brutti, dei fallimenti più o meno totali. Album che al momento dell’uscita non sono stati capiti, poi in seguito rivalutati e che si sono guadagnati lo status di “album di culto”. Poi ci sono album che non hanno potuto essere niente di quanto elencato finora, dischi mai pubblicati e rimasti sempre nell’ombra, che non hanno mai avuto la chance di mettersi in gioco. Vis et Deus si avvicina agli album di quest’ultima categoria, senza tuttavia totalmente appartenervi.
I Vis sono un gruppo livornese nato nel 1984. Una demo pubblicata due anni dopo gli vale un contratto con la Promosound per un album, che però mai vedrà la luce. Trent’anni dopo, l’italianissima Jolly Roger Records, già avvezza alla pubblicazione di vere e proprie chicche di metallo tricolore, recupera quella vecchia demo tape, rimasterizzandola e dandola alle stampe con il titolo di Vis et Deus. Fino a oggi, i Vis erano sempre rimasti relegati all’oblio, con l’eccezione di due tracce, Maria Stuarda e Rocker Batti il Tuo Pugno, che ottennero la comparsa in altrettante compilation, tra il 1986 e il 1987.

Vis et Deus (Forza e Dio, in latino) è un album acerbo, ma allo stesso tempo forte e deciso. Oltre alla musica in sé, aspetti molto importanti sono la parte vocale e i testi, rigorosamente in italiano. Johnny Salani, già noto per essere stato il primo cantante della Strana Officina, oltre ad avere una voce di grande carisma dà forma a versi di grande impatto e con un piglio davvero accattivante. Sarà anche che per una volta i testi sono nella nostra lingua madre e quindi facilmente comprensibili senza grosse difficoltà, sarà anche per la loro particolarità e per le loro metafore, ma risulta difficile parlare dei Vis senza dare un certo peso anche a questo elemento. Già dalle liriche infatti si evincono le sfaccettature dell’anima dei Vis, che si personifica in vari personaggi: la tragica Maria Stuarda, il sinistro Caronte e l’eroico Achille da una parte e femme fatale come una seducente ballerina dalla pelle nera e la lasciva “gatta” Nanà dall’altra. Una vena più severa, epica e potente si scontra, sposandosi, con una più frivola, rock ‘n roll, sanguigna e carnale. Allo stesso modo, Vis et Deus è sì un album heavy metal, ma in più di una traccia emerge una certa attitudine più rockeggiante (si pensi anche a brani con i simbolici titoli di Inno al Rock o Rocker Batti il Tuo Pugno), anche con la voce di Salani, decisamente più rock che metal. Se dobbiamo fare un paragone con gli album heavy metal d’oltremanica, Vis et Deus appare come un disco attempato se riferito ad un anno come il 1986 (ma è anche normale che i movimenti artistici rimangano indietro di qualche anno quando si manifestano al di fuori del proprio paese d’origine), rimasto ancora legato a sonorità dei primi anni ottanta e anche vincolato da una registrazione non di livello. Tuttavia, pur non inventando nulla, i Vis riescono a dare una personalissima e convincente interpretazione dell’heavy metal in chiave italica.

Andando a vedere gli episodi specifici, Maria Stuarda è l’opener ideale, con un forte impatto ed un ritornello tanto semplice quanto efficace, che si stampa subito in testa, con un’anima vagamente punkeggiante. Cambiano totalmente i toni con la successiva Lacrime nella Pioggia, la classica heavy metal ballad dai toni e dal testo intimisti, con un arpeggio che vagamente ricorda quello di Beyond the Realms of Death dei Priest. Più che con la traccia precedente, è qui che si cominciano ad apprezzare maggiormente le doti liriche del gruppo. La frivola La Ballerina Nera e la più heavy Nanà la Gatta costituiscono la coppia di canzoni centrali dell’album, e sono affini sia per tematica che per i toni più scanzonati, portando l’ascoltatore in quei locali più o meno degradati con i muri imbrattati di scritte, dove si riempiono pinte di birra in continuazione fino al mattino e dove provocanti donne più o meno vestite inebriano gli uomini, già per conto loro sufficientemente ubriachi. Caronte è invece un pezzo semplicemente fantastico. Un mid-tempo di atmosfere lugubri e spettrali, in cui la figura del cupo nocchiero dagli occhi infuocati si staglia con una chiarezza davvero rara. Notevole anche la reinterpretazione in chiave heavy metal della celebre iscrizione dantesca alle porte dell’inferno “Lasciate ogni speranza voi che entrate”, che trasmigra in un irresistibile La speranza, la pietà, ormai perduta già!” posto al culmine del ritornello. L’assolo probabilmente rappresenta il momento più oscuro del pezzo, e la sua atmosfera può far venire in mente anche formazioni più tipicamente horror, su tutti, anche per la provenienza, i nostrani Death SS. Anche la title track merita certamente una menzione, il pezzo più roccioso del lotto, sostenuto da un potente e convincente riff che sicuramente farà la gioia degli amanti dell’headbang. Un pezzo breve e diretto, penalizzato forse solamente dalla scaletta che lo vede in posizione di chiusura.

In definitiva, possiamo solo essere felici che Jolly Roger Records abbia deciso di ripescare questo album. Un album non privo di difetti, con una maggioranza di pezzi diretti e strutturati in modo semplice, ma da cui emerge anche il carattere di una band che, in circostanze diverse, avrebbe sicuramente potuto ottenere più soddisfazioni. Una piccola gemma rimasta grezza, che fino ad ora era anche stata perduta.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
Armi, acciaio e malattie
Venerdì 24 Marzo 2017, 18.56.12
1
Bella recessione. Cercherò il cd.
INFORMAZIONI
2017
Jolly Roger Records
Heavy
Tracklist
1. Maria Stuarda
2. Lacrime nella Pioggia
3. Inno al Rock
4. La Ballerina Nera
5. Nanà la Gatta
6. Caronte
7. Rocker Batti il Tuo Pugno
8. Vis et Deus
Line Up
Johnny Salani (Voce)
Marco Becchetti (Chitarra)
Gino Ammaddio (Basso)
Mario Rusconi (Batteria)
 
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