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Gianluca Ferro - A Hole in the Ocean
24/03/2017
( 1141 letture )
Per approcciarci al nuovo album del nostro compatriota Gianluca Ferro, dobbiamo essere pronti ad affrontare un lungo viaggio tra scale armoniche infinite, tapping e shred di livello quasi ultraterreno. È sufficiente dare uno sguardo alla copertina per renderci conto che, nelle nostre orecchie, risuoneranno melodie architettate in modo complesso in grado di permetterci di dare uno sguardo al futuro, simboleggiato da questa pupilla che sembra deflagrare per espandersi e riuscire a vedere e percepire oltre a ciò che nel quotidiano abbiamo davanti ai nostri occhi. I lavori dello shredder italico sono difficilmente collocabili in un genere preciso, si spazia dalla fusion al jazz, dal progressive rock al metal; ma possiamo comunque stare certi che, nell’architettura dell’inciso, sia presente una solida base metal che emergerà concretamente durante l’ascolto; d’altronde, avendo condiviso il palco con bands del calibro di Iron Maiden, Slipknot, Dark Tranquillity, Slayer e altri capisaldi della scena metal, il risultato non può essere differente.
A diciannove anni il chitarrista si unisce alla band progressive metal Arkhè registrando l’album omonimo e successivamente all’inizio degli anni duemila Ferro prende parte a numerosi album: rispettivamente con Time Machine, Doomsword, Heart of Sun, Breath of Nibiru, con la sua band Bouncing the Ocean, fino ad arrivare al suo terzo album da solista, dopo Involution e Unheimlich. Come collaboratori troviamo alle pelli Nick Pierce, Marco Maggiore, Edo Sala, Roberto Gualdi e Rob Iaculli, al basso Michael Manring, alle tastiere Alex Argento e Taku Yabuki, infine alla chitarra Isao Fujita: tutti maestri che sanno come usare al meglio le proprie armi e sono consapevoli che collaborare in un album dell’italiano vuol dire portare al limite le proprie potenzialità; stiamo parlando di artisti che sanno superare e andare oltre ai limiti musicali di ogni strumento che impugnano.

Esaurite le presentazioni di rito, è ora di immergerci completamente in questo disco che non va sicuramente preso alla leggera. Al primo ascolto, veniamo sopraffatti e inebriati da una cascata di note e arpeggi in alcuni casi alla velocità della luce: trattandosi di un lavoro completamente strumentale bisognerà ascoltarlo più volte per poterlo apprezzare e capirlo a fondo e, per i maniaci delle sei corde, sarà come grasso che cola, dato che lo strumento della chitarra è portato al limite con cavalcate massicce che faranno vibrare le credenze dei vicini, tapping velocissimi infuocati e stop and go stupefacenti. Una pulizia di suono fuori dal normale che rasenta la perfezione, idee di sound e amalgama geniali: è un album che non annoia perché, più lo si ascolta, più si è catapultati in un mondo che, dal punto di vista musicale, è lontano dalla classica concezione. Sembra che tutte le tracce siano collegate tra loro, ma non compare mai all’interno di nessuna di esse una nota ripetitiva o un ritornello, Ferro vuole uscire dagli schemi convenzionali e commerciali che opprimono la musica in generale: un atto di protesta contro chi standardizza e ingloba la musica, soffocandola, in un preciso spazio/tempo e con il suo lavoro lancia un messaggio facendo intendere che si può ancora sperimentare e ci si può ancora spingere oltre a tutto quello che abbiamo ascoltato fino ad oggi. Risuonano nelle cuffie assaggi elettronici e allo stesso tempo mistici, passeremo dalla fusion al progressive metal in un batter di ciglia. La traccia che meglio rappresenta A Hole in the Ocean è sicuramente Farscape, nella quale apprezziamo un inizio melodico, orientale, quasi mistico, seguito da un giro di basso corposo e pulito stile Rush per poi ritrovarsi catapultati in un riff metal che vi farà certamente muovere la testa su e giù senza freni. Ideare, strutturare e mettere in pratica tracce di questo calibro è di una difficoltà disarmante.

Risulta quasi riduttivo sottolineare l’amalgama perfetta dei vari strumenti ed essendo un disco autoprodotto è bene sottolineare questo aspetto: Gianluca Ferro non si limita soltanto a pensare, scrivere e suonare le tracce ma anche a mixarle e lo fa in modo impeccabile, dando alla luce un lavoro praticamente perfetto, senza sbavature. Insomma potremmo dire un artista a trecentosessanta gradi. Sembra impensabile, in poco più di un’ora, poter essere sazi dal punto di vista musicale come lo si è dopo aver ascoltato questo disco. Qui possiamo assaporare una vasta gamma di generi, senza mai sentirsi appesantiti da un susseguirsi di melodie già sentite. In più, se tutto questo ben di Dio in questione è Made in Italy, non possiamo che esserne ancora più orgogliosi.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
95.75 su 8 voti [ VOTA]
Alessio
Martedì 28 Marzo 2017, 19.41.45
2
Disco fantastico e artista formidabile!
Jimi The Ghost
Sabato 25 Marzo 2017, 16.44.49
1
Stupefacente. Riconoscibile. Tecnica che si piega alla sua volontà. Questo è Gianluca Ferro, oggi ancor di più prepotentemente maturo dal punto di vista della ricerca di nuovo materiale musicale, degli accordi e dei suoi sconvolgenti sviluppi modali. Ascoltando l'Intro - Progenesis MMLXXV vedo innanzi a me che prende forma un anello, proprio il NASTRO DI MOBIUS che è stato parametrizzato mediante equazioni che ne spiegano matematicamente il suo processo. Ferro prende la teoria enunciata in "The Geometry of Musical Chords”, di Dmitri Tymoczko nella quella gli spazi degli intervalli è quello in cui ogni punto rappresenta due note suonate contemporaneamente e la piegasse alle sue volontà. Ma questa follia di suoni, di cluster come nel brano "coma cluster" perché riescono, in qualche modo, a gratificare l'orecchio dell'uditore? il grande studioso della percezione visiva e uditiva Hermann von Helmholtz si pose la domanda di quale fosse la ragione per cui, a livello psichico, una forte sovrapposizione di armonici garantisca la consonanza, laddove suoni che hanno armonici non coincidenti, ancor peggio se leggermente sfalsati come,ad esempio nel caso della settima maggiore do-si, inducano la sensazione di dissonanza, da intendersi in qualche modo come un senso di insoddisfazione e di incompletezza, che crea l'aspettativa per un ritorno su accordi armonicamente più compatti. I suoi studi si pongono all'avanguardia della ricerca acustica del tempo. L'idea centrale di Helmholtz fu che talune coppie di suoni tendessero a respingersi perché nel nostro apparato uditivo esiste una sorta di banda critica: se due frequenze sono troppo ravvicinate, esse vanno a cadere in tale zona e non si sentono come un accordo formato da due suoni distinti, bensì come un suono intermedio accompagnato da un rumore ruvido e aspro che risulta percettivamente sgradito. Non desidero rubare spazio gentilmente offerto dalla redazione, Ferro ancora una volta mi ha, personalmente, stupito nelle sue evoluzioni eclitettiche è in particolare in quelle di provenienza marthprog, realizzate con una tecnica educata da far emergere suoni e melodie da innumerevoli colori armonici. In questa occasione vorrei approfittare nel ricordare un pensiero di J.W. Goethe Tratto da "teoria dei colori" e che recita:"Il contenuto senza il metodo conduce alla fantasticheria, il metodo senza contenuto a vane elucubrazioni, la materia senza la forma a un sapere greve, la forma senza la materia a vuote riflessioni." Jimi TG
INFORMAZIONI
2016
Autoprodotto
Shred
Tracklist
1. Intro - Progenesis MMLXXV
2. Welcome to Amnesia
3. Lonely Among Us
4. Coma Cluster
5. Farscape
6. Earl Max
7. The Entity
8. Dynasphere
9. Firefly
10. Defying Gravity
11. Inzero
12. The Deathly Hallows
13. Terra Nova
14. Kali Yuga
Line Up
Gianluca Ferro (Chitarra, Basso)
Isao Fujita (Chitarra)
Alex Argento (Tastiera)
Taku Yabuki (Tastiera)
Michael Manring (Basso)
Nick Pierce (Batteria)
Marco Maggiore(Batteria)
Edo Sala (Batteria)
Roberto Gualdi (Batteria)
Rob Iaculli (Batteria)
 
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