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Alunah - Solennial
31/03/2017
( 821 letture )
Una crisalide ancora avvolta in un involucro sludge, un pianeta percorso da fremiti prog/folk e una diretta filiazione sabbathiana… se fossimo alla ricerca di una plastica materializzazione del concetto di “annus mirabilis” applicato alla musica, pochi altri esempi sarebbero più calzanti del 2008. Se poi consideriamo che stiamo parlando di un genere tutt’altro che sovrappopolato, anche solo in termini squisitamente numerici, ci rendiamo immediatamente conto di come quei tre full length di debutto concentrati nel breve volgere di dodici mesi abbiano davvero cambiato la storia della nicchia doom declinata vocalmente al femminile.
Ed eccole allora, le tre perle, a cominciare dai SubRosa alle prese con le appuntite dissonanze di Strega, passando per le contaminazioni ad ampio spettro dei Blood Ceremony dell’omonimo platter, per approdare alla (relativa) ortodossia dei Jex Thoth, guidati sulle orme ozzy/iommiane dalla divina Jessica. Dal Canada al Wisconsin allo Utah, l’habitat di questa novella triade dei miracoli si collocava rigorosamente oltreoceano, ma l’onda lunga di un anno così straordinario non poteva risparmiare la vecchia Europa, raggiungendo in una sorta di viaggio a ritroso, ironia della sorte, proprio quella Birmingham culla e big bang dell’avventura Black Sabbath.

Capitanati al microfono dalla bionda Sophie Day, un quartetto delle West Midlands si incamminava su una rotta doom dagli spiccati connotati stoner, punteggiati qua e là ora da ruvide abrasioni vagamente punkeggianti, ora da cadenzate sequenze intrise di marzialità. La carriera degli Alunah parte così, con l’EP Fall to Earth e, ancora più significativamente, con il debutto sulle lunghe distanze di Call of Avernus nel 2010. Circondati in fretta da una sorta di attesa messianica per un successo che sembrava dover discendere fisiologicamente da una cotale augusta conterraneità, finché si è trattato di maneggiare la classica sabbiosità stoner i ragazzi hanno dimostrato di poter far fronte alle aspettative, sia in termini di scrittura sia per resa vocale della singer all’interno dell’impasto, ma nel prosieguo della carriera la traiettoria degli Alunah ha disegnato evoluzioni che hanno in parte minato le certezze degli esordi.
Col passare degli anni, infatti, la componente doom “classica” ha preso sempre più piede, relegando gli spunti stoner molto più a margine. Ma, se nella nuova dimensione l’elemento strettamente musicale ha centrato alla grande l’obiettivo (basti a mo’ di esempio un brano spettacolare come Oak Ritual II su White Hoarhound, terzo atto andato in scena nel 2012), quello che è sembrato girare progressivamente sempre più a vuoto è stato il timbro della Day, molto in difficoltà alle prese con la dilatazione dei ritmi e con l’accompagnamento delle strutture in rallentamento. Sprovvista della “profondità di campo” di una Rebecca Vernon, estranea alle punteggiature esoteriche di Jessica Thoth, priva della forza rock di Alia O’Brien (per restare agli esempi citati in premessa), non meno lontana dall’essenzialità eterea di una Carline Van Roos (allargando lo sguardo alla possibile declinazione cantautorale della materia, in casa Lethian Dreams), la Day ha finito per appiattirsi in una monodimensionalità uniforme, in cui il cantilenato ha preso il sopravvento su qualsiasi altra opzione proprio mentre il resto della band decollava qualitativamente arricchendo esponenzialmente la tavolozza di base.

Le preoccupanti crepe già emerse nel penultimo lavoro, Awakening the Forest (che peraltro era riuscito a non naufragare grazie a intuizioni geniali in sia pur discontinua manifestazione, si legga alla voce The Mask of Herne e Scourge and the Kiss), trovano ora purtroppo una clamorosa conferma in questo Solennial, che segna il passaggio dalla scuderia Napalm alle meno capienti ma più raffinate mani Svart Records. Il circolo vizioso da cui gli Alunah non riescono a uscire è il rapporto di proporzionalità inversa che sembra ormai essersi instaurato tra rincorsa alle devozioni più canonicamente sabbathiane e resa emozionale, per un risultato che li vede molto lontani dalle prove del passato. Azzardando un giudizio forse un po’ tranchant, è come se stavolta la mediocrità del cantato si fosse estesa anche al versante creativo, avvolgendo i poco più di quaranta minuti del viaggio in un’aura di anonimato che, se non conoscessimo il potenziale emerso in altre prove, ascriveremmo a una genetica e difficilmente sanabile mancanza di personalità.
Va detto, per onestà intellettuale, che il percorso intrapreso dai Nostri li porta inevitabilmente a incappare in paragoni e confronti con realtà oggettivamente di altra statura, ma, se è giusto concedere al quartetto il diritto di essere giudicati non in base all’altezza degli empirei altrui, non ci si può stupire se, una volta deciso di accettare la sfida dei SubRosa (Feast of Torches), più di qualcuno finisca per storcere il naso di fronte a un corpo centrale e finale del brano che spreca quanto di buono lasciato intravvedere nell’intro (e non certo solo perché in line up non si annovera la micidiale coppia di violini di Salt Lake City). Non va molto meglio con la densità dei vapori sprigionati da una Light of Winter o una Fire of Thornborough Henge, dove, accanto all’apprezzabilità del tentativo di scatenare tempeste psichedeliche, il risultato non supera il livello dell’accettabilità anche senza immaginare di cosa sarebbero capaci Jessica Thoth e soci, a parità di ingredienti. Ugualmente, non basta un buon assolo polverosamente hard rock a salvare l’eccessivamente easy listening The Reckoning of Time, complice il fatto che qui la Day prova ad avvicinarsi troppo a quello che a una Jennie-Ann Smith riesce con ben altri esiti, in casa Avatarium.

Tutto da buttare, allora? Non proprio, perché prima di tornare all’altra grave falla di questo Solennial, è giusto tributare i dovuti riconoscimenti alle due tracce in cui gli Alunah si liberano della zavorra e regalano scampoli di ottimo doom, a cominciare da Petrichor, illuminata da una luce malinconica che finalmente riesce a coinvolgere grazie a un mix perfetto di muscoli e atmosfere, per finire all’enigmatica Lugh’s Assembly; un avvio di preoccupante ordinarietà, la sensazione di dover assistere all’ennesimo lavoro col pilota automatico innestato, ma ecco che, all’improvviso, una cesura del ritmo annuncia un finale a (gran) sorpresa, cosparso di coriandoli gothic in delicata caduta sulla trama, finché piomba sulla scena una voce maschile a chiudere il viaggio in modalità Nick Holmes. Peccato che si abbia a malapena il tempo di accennare un applauso ed ecco apparire all’orizzonte la sagoma inquietante di un brano che da solo potrebbe incenerire lavori nel frattempo giunti a ben altri vertici. L’assalto al cielo è effettivamente di quelli da far tremare i polsi per l’arditezza dell’impresa, trattandosi di coverizzare uno dei sacri Graal del santuario Cure, A Forest, ma davvero si fa fatica a comprendere il significato di un’operazione che alla fine si traduce in un semplice rallentamento in chiave doom dell’originale, tralasciando volutamente ogni commento su una prova vocale che banalizza tutto ciò che nel modello pescava negli spazi infiniti tra abissi ed estasi. A meno che lo scopo del brano non fosse quello di far risaltare l’inarrivabilità di Robert Smith e compagni, nel qual caso che dire, chapeau, obiettivo più che centrato… insieme all’irrefrenabile desiderio di rituffarsi subito dopo l’ultimo solco nelle acque rigeneranti di Seventeen Seconds.

Pericoloso passaggio a vuoto di una carriera fin qui comunque capace di prove tutt’altro che disprezzabili, ritorno a un’ipotetica casella di partenza sabbathiana che a parere di chi scrive non è del tutto nelle corde del quartetto, Solennial è un album che potrà forse suscitare qualche spunto di interesse solo in eventuali astanti digiuni dei recenti sviluppi del doom declinato al femminile. Tutti gli altri possono tranquillamente passare oltre, stavolta la fatica degli Alunah è davvero prescindibile.



VOTO RECENSORE
55
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2017
Svart Records
Doom
Tracklist
1. The Dying Soil
2. Light of Winter
3. Feast of Torches
4. The Reckoning of Time
5. Fire of Thornborough Henge
6. Petrichor
7. Lugh’s Assembly
8. A Forest
Line Up
Sophie Day (Voce, Chitarra)
David Day (Chitarra)
Daniel Burchmore (Basso)
Jake Mason (Batteria)
 
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