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Pallbearer - Heartless
03/04/2017
( 1176 letture )
Come raggiungere un traguardo? Senza fretta, ma senza sosta
Johann Wolfgang Goethe

Sino a questo momento possiamo tranquillamente inglobare all'interno di questa frase il percorso dei Pallbearer, band dell'Arkansas che con metodica costanza si è guadagnata, grazie alla pubblicazione dei precedenti Sorrow and Extinction e Foundations of Burden, un meritato posto di rilievo tra i nuovi interpreti della materia doom. L'inclinazione a rielaborare sotto una veste tanto personale quanto complessa gli angusti dogmi di questo genere e un approccio che a differenza di altri colleghi della nuova ondata (vedasi ad esempio i Khemmis) rifiuta qualsiasi “ruffianata” di sorta (concentrandosi dunque nella scrittura di pezzi privi di compromessi le cui strutture poggiano quasi esclusivamente sul susseguirsi incessante di riff soffocanti, mesti e pachidermici), ha inaspettatamente generato un certo interesse nei riguardi dei quattro americani. Ovviamente le antenne della Nuclear Blast sono particolarmente sensibili in presenza di circostanze di questo tipo ed infatti la label tedesca, consapevole che l'entità delle aspettative generatesi attorno a questa realtà abbiano una portata non indifferente, è riuscita a mettere sotto contratto la band per la pubblicazione e distribuzione del terzo capitolo intitolato Heartless sul suolo europeo, riservando il solo margine americano all'etichetta che ne intuì il talento (Profound Lore).

Tale divisione di “incombenze” sembra non aver intaccato gli intenti dei nostri; Heartless attinge infatti dai pregevoli spunti presenti in Foundations of Burden spingendoli tuttavia verso un minimo ma sensibile passo in avanti ascrivibile in primis all'innesto di influenze progressive rock che vengono capillarizzate all'interno del muro doomiano sul quale sostanzialmente si poggia il songwriting del quartetto americano. Questo terzo capitolo, di conseguenza, si rivela caratterizzato da una maggiore complessità e ricercatezza, aggettivi che affinché possano emergere devono in primo luogo contare su una produzione leggermente diversificata rispetto ai lavori precedenti; le chitarre risultano dunque alleggerite sul versante delle distorsioni nonché particolarmente curate nei clean e nei lead, indispensabili proprio per mettere in evidenza le finezze armoniche dispensate da Campbell e Holt. Giusto per cogliere la palla al balzo, anche il basso di D. Rowland gioca un ruolo non da poco, non sono infatti rare le incursioni nel quale il suo strumento si erge sopra la sezione ritmica rilasciando delle gradevoli e mai ridondanti parentesi.

Volendo tracciare una prima linea generale che riassuma l'ora di musica contenuta, è tangibile l'impressione di immergerci in un ennesimo abisso di introspezione e sofferenza all'interno del quale i Pallbearer, pur raffinando il loro linguaggio e al contempo persistendo nella coerenza, si confermano nuovamente delle guide impeccabili o quasi. Tocca a I Saw the End dischiudere alcune delle peculiarità contenute nel disco; il cantato di Campbell si mostra fin dalle prime note notevolmente migliorato sia nella scelta delle linee ma anche nel range vocale, così come il continuo intrecciarsi delle due chitarre, che inaspettatamente progrediscono in un arpeggio costruito su una metrica irregolare e una scansione in palm muting, prendendo in questo modo delle sembianze tooliane e lasciando successivamente il posto ad un finale completamente incentrato su pregevoli assoli. I toni di Thorns si rivolgono inizialmente verso atmosfere pesanti descrivendo un solo attimo che cede il passo ad una strofa fondata su una sequenza di accordi eleganti, funzionali a condurre l'immaginario verso una dimensione onirica; la voce di Campbell puntualmente coadiuva questo processo, unendosi in una simbiosi che trascina il pezzo verso un magistrale finale in crescendo. Lie of Survival e Dancing in Madness delineano un secondo respiro dell'album costituito da tempi decisamente più dilatati, delicate inserzioni acustiche sospese sopra tappeti tastieristici minimali e assoli in clean che, nell'insieme, si orientano verso un approccio molto vicino a quello dei Pink Floyd. La componente doom risulta ovattata soprattutto nel primo brano citato mentre nel secondo è di contro particolarmente esaltata nella seconda sezione, laddove i Nostri riprendono a macinare riff granitici che respingono una certa linearità, richiamando dunque e nuovamente una certa vena prog. Nei primi secondi di Cruel Road ci viene offerto immediatamente un ennesimo assolo che ha il compito di ribadire la classe e il gusto melodico delle due sei corde dei Pallbearer; per circa 2/3 dei suoi sette minuti di durata si assiste ad un maggiore dinamismo nel riffing mentre la chiusura trabocca prima in un frangente di pathos (in cui, oltre alle scansioni vocali di Campbell, si mettono in evidenza le belle frasi tracciate dal basso di D. Rowland), poi in una sequenza schiacciante e cupa a sancirne l'epilogo definitivo. Heartless presenta invece alcune imperfezioni da attribuirsi in particolare al primo segmento, che risulta leggermente sottotono rispetto ai livelli espressi fino ad ora; l'impressione diviene diametralmente opposta quando gli stessi accordi vengono rimaneggiati in una fase transitoria facendo volgere il brano verso una dimensione sognante. Spetta ai quasi tredici minuti di A Plea for Understanding concludere questo lavoro; in questo caso la band decide di alternare le frazioni “liquide” (costituite da finezze acustiche in cui mutano considerevolmente le classiche timbriche di voce adottate) a quelle “rocciose” erette ovviamente dai riff di chiara scuola doomiana. A ridurre artisticamente ad unità i due approcci, contribuiscono da un lato l'andamento pachidermico e dall’altro le atmosfere dense e opprimenti, capaci di esaltare, qualora ce ne fosse ancora una volta bisogno, i sentimenti di mestizia e rassegnazione infusi lungo tutto la durata del disco.

Con questo terzo paletto i Pallbearer piazzano un ennesimo centro confermando la maturità stilistica in evidenza fin dal primo Sorrow and Extinction ma mostrando una certa intelligenza nel non ripetersi e al contempo non snaturarsi. Heartless rappresenta infatti una lenta progressione nel songwriting, che può ora contare su diversi punti di forza, a cominciare da un livello di complessità e ricercatezza delle strutture e delle armonie che si traduce nel continuo “divenire” dei pezzi. Con simili premesse, non stupisce dunque che, in una visione d’insieme, l’album si collochi quasi fisiologicamente nel lotto dei lavori di non immediata assimilazione, richiedendo al contrario ascolti ripetuti per poterne apprezzare compiutamente pieghe e anfratti nascosti, ma lasciando anche la sensazione che il processo di maturazione del quartetto non abbia ancora compiuto il passo definitivo in grado di celebrarne la definitiva consacrazione. Lavoro di fascia alta ma forse destinato a non varcare la soglia della memorabilità, Heartless sembra piuttosto avere più di un tratto per un approdo alla nicchia della devozione… al tempo l’ardua sentenza, noi intanto ci godiamo un ennesimo ottimo disco.



VOTO RECENSORE
83
VOTO LETTORI
91.66 su 6 voti [ VOTA]
Vanni Fucci
Martedì 4 Aprile 2017, 9.10.31
5
Ottimo album, ma il precedente era anche migliore.
naoto
Lunedì 3 Aprile 2017, 22.54.54
4
Band di grande personalità. Doom di piacevolissimo ascolto con incursioni sperimentali degne di nota. Faranno sicuramente strada.
LORIN
Lunedì 3 Aprile 2017, 22.05.50
3
ed anche questo di disco è molto bello!
Undercover
Lunedì 3 Aprile 2017, 17.43.23
2
Una sola parole per definirlo: Bestiale!
Airmaccjo
Lunedì 3 Aprile 2017, 17.20.47
1
Un discone! Grandi Pallbearer \m/
INFORMAZIONI
2017
Nuclear Blast
Doom
Tracklist
1. I Saw the End
2. Thorns
3. Lie of Survival
4. Dancing in Madness
5. Cruel Road
6. Heartless
7. A Plea for Understanding
Line Up
Brett Campbell (Voce, Chitarra, Tastiera)
Devin Holt (Chitarra, Voce)
Joseph D. Rowland (Basso, Tastiera, Voce)
Mark Lierly (Batteria)
 
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