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Royal Thunder - WICK
05/04/2017
( 1491 letture )
Probabilmente la copertina di Wick è anche l’unico punto di partenza che abbia un senso per spiegare la musica proposta dal quartetto di Atlanta, Georgia. Giunti al terzo fatidico album dopo una carriera iniziata nel 2004 e che vede la prima uscita nel 2007 con un EP, i Royal Thunder sono chiamati a dare una definitiva scossa alla loro carriera, che possa trasformarli in band dalle ottime speranze in qualcosa di più grande e concreto. In effetti, gli ingredienti ci sono tutti e difficilmente così tanto talento può rimanere a lungo compresso, prima di esplodere. Una pietra preziosa multisfaccettata dai colori cangianti e indefinibili, misteriosa e affascinante, preziosa ma dall’aspetto minaccioso, calda e fredda al tempo stesso. Tutte impressioni che possono adattarsi perfettamente alla band e alla sua musica e che trovano una loro precisa collocazione man mano che l’ascolto procede lungo la scaletta.

E’ quasi naturale ultimamente lamentarsi di non riuscire a trovare band capaci di rinverdire i fasti dei bei tempi senza scadere in un mero citazionismo o in una nicchia espressiva talmente piccola da essere poi irraggiungibile ai più. Per i Royal Thunder il discorso è ancora diverso: la band non suona assolutamente niente di nuovo, eppure è anche difficile definire una volta per tutte cosa suoni. Questo perché l’hard rock settantiano di base del gruppo si fonde e confonde con la psichedelia, col grunge e post grunge, con il folk e il blues e però non disdegna soluzioni moderne, centrandosi comunque esclusivamente sui classici strumenti da band di settore e affidandosi alla clamorosa voce della cantante/bassista Mlny Parsonz; quest’ultima una vera e propria forza della natura, un regalo che gli Dei della musica hanno regalato al pubblico odierno perché ne facciano prezioso tesoro e la conservino nella giusta e dovuta venerazione. Eppure, pur con un elemento così dannatamente caratterizzante, sarebbe ingiusto dimenticare proprio quello stordente caleidoscopio multicolorato che costituisce la musica della band. E’ da lì che è fondamentale cominciare, ancor prima che dalla fantastica voce della Parsonz. Difficilmente infatti sapremmo indicare molte altre band capaci di coniugare un songwriting così variegato e personale, con sonorità così precise ed identificabili. La cura che la band ripone poi nella costruzione dei brani, come negli arrangiamenti, è davvero encomiabile. La musica letteralmente esce dalle casse, in maniera quasi fisica e la stratificazione sonora è così pronunciata ed avvolgente eppure se vogliamo così semplice e pura, che l’assuefazione non può che essere immediata, seppure sin dalla prima traccia sia evidente come il gusto per la ricercatezza nella costruzione dei brani non lasci molto spazio alla faciloneria di alcune formazioni, che vogliono tutto e subito, ma dimenticano che un canzone è qualcosa di più di un riff azzeccato su cui sparare un ritornello da mandare a memoria. E’ proprio sulla particolarità delle canzoni che invece Wick spicca rispetto alla concorrenza di settore, andando a costituire un unicum, ancor più prezioso proprio per la sua relativa familiarità che nasconde invece una complessità di fondo che rende la proposta classica e al contempo imprevedibile. Su tutto questo, ecco stagliarsi il colpo di grazia definitivo della vocalità abrasiva, potente e altissima di Mlny Parsonz, il perfetto incarnamento femminile di un ibrido tra Blackie Lawless, Tom Kiefer, Perry Farrell e Jeff Buckley, con i primi a dire il vero nettamente in vantaggio. La cantante bassista non lesina le sue corde vocali dall’inizio alla fine del disco, concedendosi pochissimi momenti di pura interpretazione (peraltro bellissimi) e dando invece fondo alla propria estensione, con una intensità incredibile: c’è da chiedersi come possa gestire un intero concerto tenendo questi livelli. Davvero encomiabile per intenzione e grinta, la Parsonz riesce nel non facile compito di non risultare macchiettistica esagerando in maniera ridicola, mentre peraltro regala una prestazione al basso tutt’altro che secondaria nell’economia delle canzoni.
Il disco risulta decisamente meno votato al rock’n’roll diretto rispetto a quanto fatto in precedenza, prendendosi il lusso di rimandare più volte il conto finale con l’ascoltatore, invitato piuttosto a continuare ad esplorare le tracce in cerca del colpo da KO definitivo che sembra non arrivare mai, mentre si ritrova avvolto dalle spire dei Royal Thunder e sempre più invischiato in canzoni che occorre ascoltare più e più volte e che rivelano continuamente nuovi particolari, nei cori, piuttosto che nel notevolissimo lavoro delle due chitarre o nelle apparizioni del piano. E’ infatti solo alla quinta traccia, The Sinking Chair che la band rilascia la propria furia fino ad allora trattenuta, in brani ammalianti e carichi di chiaroscuri, sin dall’opener The Burning Tree, canzone destinata ascolto dopo ascolto a piantarsi nella testa, come un rituale in continuo crescendo, carico di linee melodiche perfette. La seguente April Showers sembra ancora più votata ad una alternanza tra esplosioni elettriche e un andamento della strofa scuro, misterioso, quasi incombente, che lascia respiro solo nell’apertura del refrain, per poi tornare a giocare con le tenebre. Anche Tied, con i suoi cori sessantiani, sembra voler inchiodare l’ascoltatore ad un circolo che piano piano toglie il fiato, per poi rilasciare nella seconda parte tutta la carica ritmica sensuale del rock al massimo livello. We Slipped aumenta il ritmo, con un giro di chitarra appena distorto sul quale la Parson domina in lungo e largo con una melodia appiccicosa e così dannatamente sessantiana che ci si aspetterebbe di vedere Janis Joplin spuntare da un momento all’altro e cominciare a duettare con la collega georgiana, fino al sognante finale sussurrato e accompagnato dal piano. Dopo la rabbia della precedente, Plans prende la forma di una intensa e romantica ballad settantiana, vicina a Jeff Buckley e portata all’eccesso dall’ennesima clamorosa prova della vocalist. Anchor rimembra e non poco la non finita Yard of Blonde Girls ancora di Jeff Buckley, ma qua il brano ha una forma definita e sorniona, centrando un altro colpo senza la minima fatica con il bel crescendo finale. Dopo due brani di relativo break, ecco che la tensione misteriosa e quasi stregonesca riprende forza con la titletrack, canzone ancora una volta insinuante che si esalta nei refrain elettrici e cova un pathos che cerca disperatamente una via di fuga. Percorso analogo anche per la seguente Push che si concede però e finalmente una valvola di sfogo nell’accelerazione finale con tanto di assolo liberatorio. Turnaround si gioca tutta su ritmi sostenuti, senza perdere un’oncia di tensione e mostrando anche l’ottimo contributo in fase solista e ritmica. The Well si fregia di nuovo di un connubio tra strofa sospesa e misteriosa e delle aperture vicine all’indie rock che danno freschezza e ulteriore pennellata di influenze. Chiude We Never Fall Asleep, ennesima perla regalata da una formazione in evidente stato di grazia, che conclude il brano con un coro a più voci vicino allo spiritual semplicemente da accapponare la pelle.

Disco indubbiamente profondamente maturo, ricchissimo di idee ed influenze e piuttosto diverso da quanto fatto in passato dalla band, Wick dimostra quanto le ambizioni dei Royal Thunder puntino in alto. Eppure, la scelta non è quella della soluzione facile, dello svendersi e banalizzarsi, quanto all’esatto opposto di perseguire una propria strada, personale e affatto scontata. In effetti, se è necessario trovare un difetto, sarebbe quello di aver realizzato un album che richiede molta pazienza e si avvale forse anche troppo poco delle qualità dinamiche della band, centrandosi tantissimo sulla creazione di atmosfera in brani dai tempi medi e sempre carichi di tensione. Avere in formazione un vero asso come Mlny Parsonz è sicuramente un punto a vantaggio enorme, ma non sarebbe saggio tributare solo a lei grandi meriti: qua tutto gira alla grande e il lavoro delle chitarre, come della batteria risulta fondamentale nell’economia di canzoni facili solo in apparenza e invece ricchissime di arrangiamenti e stratificazioni sonore. Anche il fatto che la band abbia deciso di costruire l’ascolto dell’album senza quasi mai ricorrere alla pura adrenalina, arricchendo invece l’aspetto emotivo ed emozionale con crescendo e diminuendo continui, misteriosi e affascinanti al tempo stesso, fortemente centrati su tempi dilatati, dimostra la voglia di fare qualcosa di più e di meglio della concorrenza, andando a confezionare un album destinato a rimanere nel tempo e a non cedere un’oncia della propria magia. Preferibile da ascoltare di sera, quando le varie suggestioni e il flavour sessanta/settantiano raggiungono l’apice, Wick è un disco che non si dimentica ed è la testimonianza della crescita artistica esponenziale di una band originale e gonfia di talento.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
84 su 2 voti [ VOTA]
Rob Fleming
Domenica 1 Ottobre 2017, 12.49.12
8
Album bellissimo con una Mlny Parsonz veramente superlativa. Push, Wick, la galoppante Turn around e la doppietta iniziale sono stupende. 83
Giaxomo
Giovedì 13 Aprile 2017, 21.37.44
7
@paolo hmk66*! Scusate, eccesso di ego
Giaxomo
Giovedì 13 Aprile 2017, 21.37.00
6
@Giaxomo: grande Paolo! Per me con l'etichetta alternative non si sbaglia mai! Comprende tutto e niente, anche se il confine con il prodotto da "classifica" è sempre sottile. Qui, qualcosina c'è effettivamente, vedi i tre singoli, tant'è..
paolo hmk66
Giovedì 13 Aprile 2017, 21.18.09
5
sto ascoltando adesso. Ottimo. questa band e' superiore ai tanto pubblicizzati Buell Pills, alla grande. Difficile parlare di originalità', pero' qui c'e' qualcosa , un buonissimo groove, i brani sono molto ben strutturati, non li definirei Hard Rock al 100%, odio le etichette, ma oggi e' così... questo e' un lavoro alternative rock, con accenni a Skin .... insomma ok per 85
Giaxomo
Mercoledì 12 Aprile 2017, 11.12.23
4
Ragazzi rinnovo il mio commento di qualche giorno fa: lo sto letteralmente consumando (e non mi capita spesso con le uscite recenti) insieme ad Emperor of Sand. Per il momento le due migliori uscite dell'anno!
luke
Lunedì 10 Aprile 2017, 23.50.07
3
@Lizard: cosa ne pensi invece del loro album precedente(Crooked Doors)? per me quel disco era ottimo
Giaxomo
Sabato 8 Aprile 2017, 1.15.04
2
Per il momento l'ho ascoltato due volte. Prime impressioni positive ed emozioni trasmesse davvero tristi, a tratti struggenti. Non credo serva aggiungere altro sulla voce graffiante di Milny Parsonz o sul lavoro chitarristico. Questo lavoro comprende diversi generi, pare stupido ma a tratti mi sembrano pezzi brit-pop della scena di Manchester pre-Oasis con voce femminile. Nota negativa: troppo indie e mieloso (a tratti) per sfondare sul pubblico puramente di provenienza "metal". È un gran bell'album grunge, sporco e toccante con alcuni spunti (chitarristici) geniali, quanto semplice. Ennesima dimostrazione di come si possa fare ancora oggi musica valida senza eseguire solo futili tecnicismi. Per me 80, per ora ma sincuramente scapperà l'85. La title-track è un pezzo favoloso. Questo 2017 sta regalando delle piacevolissime sorprese.
Gabriele
Mercoledì 5 Aprile 2017, 20.44.35
1
Grandissime aspettative per questo disco. Non avendolo ancora ascoltato ovviamente non posso giudicare, ma potrei spendere le stesse identiche parole per il precedente Crooked Doors, incredibilmente sottovalutato (anche su queste stesse pagine a quanto leggo). Già quello era un lavoro di enorme maturazione, estremamente vario, capace di crescere ascolto dopo ascolto, uno dei top assoluti del 2015.
INFORMAZIONI
2017
Spinefarm Records
Hard Rock
Tracklist
1. Burning Tree
2. April Showers
3. Tied
4. We Slipped
5. The Sinking Chair
6. Plans
7. Anchor
8. WICK
9. Push
10. Turnaround
11. The Well
12. We Never Fall Asleep
Line Up
Mlny Parsonz (Voce, Basso)
Josh Weaver (Chitarra)
Will Fiore (Chitarra)
Evan DiPrima (Batteria)
 
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